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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2008-6-23

23/6/2008

Per ora è solo aggiustamento e non rilancio economico

 Il dato positivo è che il governo mostra una reattività maggiore di quello precedente alle situazioni contingenti più gravi. Ne è prova, per esempio, il tentativo sia di tornare un po’ di capacità di spesa alle famiglie sottocapitalizzate attraverso misure di detassazione sia di portare almeno a quota di minima sopravvivenza la capacità di spesa dei pensionati più in difficoltà. Anche positiva, sul piano della prioritaria lotta all’inflazione, è la promessa di neutralizzare gli aumenti dei carburanti operando sulla componente fiscale del prezzo. Il dato negativo, e francamente sorprendente in un governo di centrodestra con un progetto, pur vagamente, liberalizzante,  riguarda un programma che per tre anni prevede costante il livello di tassazione complessiva attuale. Il male economico principale dell’Italia è la bassa crescita sia della produttività (valore del prodotto per ora di lavoro) sia del Pil. L’unica cura realistica è quella di ridurre i costi per le imprese, in modo da indurle ad investire di più, e per le famiglie allo scopo di trasferire più denari ai consumi interni (ed al risparmio). E la medicina principale è quella di tagliare sostanzialmente le tasse sulle une e sulle altre. Più precisamente, bisognerebbe far diminuire i pesi fiscali complessivi di almeno 1/3 entro i prossimi 10 anni (il tempo tecnico minimo per ridurre la spesa pubblica e parte del debito), ma  iniziando subito con un primo taglio forte, di rilancio ottimistico, nel primo triennio. Tuttavia, di questa dottrina stimolativa, al momento, non c’è segno nemmeno nel linguaggio del programma governativo per i prossimi tre anni. Resterà così o cambierà in senso stimolativo e risolutivo?

Tale domanda ha senso perché il governo ha promesso che in autunno affronterà, finalmente, il nodo del “federalismo fiscale”. Che io sappia “federalismo fiscale” è un nome un po’ strano e roboante per un modello tecnico in cui le tasse non sono più pagate tutte allo Stato centrale, che poi finanzia gli enti locali, ma vengono divise in aliquote comunali, regionali/provinciali e statali/nazionali. In tale modello i comuni e le Regioni si finanziano con i soldi raccolti localmente. Poniamo, per fantasia, che tra due anni vada in vigore un tale sistema. E’ evidente che per lo meno nelle regioni ricche settentrionali sarà possibile ridurre sostanzialmente la percentuale di tassazione altrettanto locale. E la gente, poiché prevalgono quelli che vivono di mercato e non di assistenza, lo vorrà con forza. Pertanto o il documento programmatico triennale del governo (obbligatorio per legge entro luglio) è stato fatto non ancora considerando la riforma fiscale “federalista”, e quindi cambierà sostanzialmente, oppure se non cambierà vuol dire che il federalismo fiscale non verrà applicato in forma di libertà locale di decidere la quantità di tasse. Oppure che vi sarà, ma lo Stato centrale alzerà l’aliquota di sua competenza. In sintesi, che senso ha un federalismo fiscale che non permetta di ridurre i costi fiscali (diretti ed indiretti) e così risolvere il problema strutturale della poca crescita? Permettetemi di sottolineare che qui ci vuole un chiarimento sia tecnico sia politico. Restiamo in attesa di spiegazioni, ma va per onestà segnalato agli elettori che hanno votato per un politica di detassazione sostanziale che questa, per ora, non c’è pur buone le misure iniziali del governo. Quindi la politica economica in atto è solo di aggiustamento dell’esistente e non di vero rilancio.

(c) 2008 Carlo Pelanda
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