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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2008-4-14

14/4/2008

Il nuovo governo dovrà gestire una crisi di struttura

Durante la campagna elettorale le offerte politiche hanno prodotto soluzioni economiche come se i problemi fossero contingenti e non strutturali. Forse l’interruzione improvvisa della legislatura ha trovati i partiti impreparati oppure questi hanno temuto, per il consenso, i linguaggi forti di riforma che sono conseguenza di analisi che individua l’emergenza. Comunque sia, in Italia c’è una crisi di modello e il prossimo governo dovrà affrontarla per forza, in modi che dipendono dalla tecnica e non lasciano molto spazio alla fantasia politica. Come un treno che deve seguire un binario.

In Italia è saltato l’equilibrio tra prezzi e salari creando un’emergenza economica assoluta per metà della popolazione ed un problema di sottocapitalizzazione per la maggioranza delle famiglie. L’unica soluzione possibile per ridare capacità di spesa e risparmio alla classe media italiana, scartando l’opzione suicida di alzare tasse e costo del lavoro, è quella di ridurre il prelievo fiscale nelle buste paga, e dintorni. Su questo punto sinistra e destra moderate si sono dette d’accordo. Ma nessuno ha voluto esplicitare il “quanto”. Ce ne vuole tantissimo per avere conseguenze risolutive. E questo “tantissimo” implica la riduzione della spesa pubblica di decine di miliardi all’anno, cioè una sostanziale riduzione dell’apparato dello Stato e della quantità di denaro fiscale che transita attraverso mediazione politico/burocratica. Significa ridurre il numero dei dipendenti e degli uffici pubblici, inserire criteri di risparmio per le funzioni statali e locali indispensabili e tagliare la quantità di denaro che la politica preleva dai portafogli delle persone per redistriburla secondo criteri “politici”. In sintesi, va restituita ai cittadini, per riuscire a farli vivere, una capacità di spesa che implica la riduzione di circa il 20% (circa cento miliardi)  della spesa pubblica complessiva. Tali dimensioni implicano due conflitti potenziali: tra cittadini che vivono di mercato e quelli che vivono di Stato, tra politica ed efficienza produttiva del capitale. Probabilmente la paura di svelare tale conflitto, e da parte della politica partitica il timore di perdere il potere dato dalla disponibilità discrezionale di spesa, hanno attutito l’analisi del problema e la forza delle soluzioni necessarie. Ma, appunto, il problema è tecnico e la soluzione irrimandabile: la gente non ha soldi in relazione alla crescita dei prezzi. Cosa si può fare per risolverlo ed allo stesso tempo addolcire le azioni affinché non provochino traumi? Se il debito pubblico fosse ridotto di volume assoluto, la cifra degli interessi annuali che si pagano (attorno a 60 miliardi) sarebbe minore e tale risparmio libererebbe risorse utilizzabili per abbassare il prelievo fiscale. Come si può fare? L’unica è vendere i pezzi residui del patrimonio pubblico, dagli immobili alle azioni delle aziende quali Eni, Enel, ecc.. Ciò ridurrà solo in piccola parte il debito, e non subito, ma innescherà un sostanziale risparmio nel futuro. L’altra parte del debito va ridotta non facendone più annualmente (deficit) pareggiando entrate ed uscite nel bilancio statale e stimolando la crescita del Pil. Da un lato l’operazione ha una complessità enorme perché si tratta di inserire allo stesso tempo rigore e produttività in un modello economico che non li ha mai avuti, il tutto senza troppi conflitti. Dall’altro è tecnicamente possibile e calibrabile. Ma la potranno fare solo politici molto istruiti, determinati e coraggiosi. Lo saranno?

(c) 2008 Carlo Pelanda
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