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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2008-2-11

11/2/2008

La crisi peggiora perché non c’è accordo sulle soluzioni

Nel leggere a fondo, e tra le righe, i documenti relativi al vertice dei G7 a Tokyo, dedicato alla crisi finanziaria/recessiva globale, ho ricavato una sensazione inquietante. O c’è qualcosa che non si può dire oppure non sanno che pesci pigliare, o forse un po’ tutte e due le cose.  

Ricapitoliamo. L’insolvenza dei mutui americani non garantiti (subprime) dalla fine del 2006 ha innescato una crisi di fiducia, esplosa nell’estate del 2007, che ha contagiato tutto il sistema finanziario, creato perdite enormi nei bilanci delle banche ed una caduta delle Borse. Questo è un problema. L’altro è che in America il debito privato (i conti in rosso della gente) combinato con l’aumento dei costi energetici ed alimentari ha limitato i consumi ed aperto uno scenario recessivo “locale” con impatto globale. I due problemi sono diversi, ambedue mordono anche l’Europa, ma si intrecciano nel creare un clima di pessimismo economico che a sua volta aumenta la spirale recessiva reale. Nell’autunno ed inverno del 2007 le Banche centrali hanno evitato la crisi di liquidità – infatti non c’è restrizione del credito -  e quella americana, in congiunzione con il governo, ha reagito velocemente alla crisi tentando manovre espansive. In gennaio l’insieme dei dati correnti faceva ipotizzare una recessione media e breve in America, una stagnazione un po’ più lunga nella meno reattiva Europa, comunque una tenuta del commercio mondiale e l’esaurimento della crisi finanziaria. In sintesi, si poteva prevedere che nel 2009 la crescita si sarebbe rimessa in moto (in Europa nel 2010). E scrissi tale scenario su queste pagine in occasione del rituale oroscopo economico per il 2008. Ma le cose non stanno andando così. Ora, in febbraio, si teme che la crisi finanziaria non sia finita, che la recessione americana sarà pesante e prolungata, quella europea pure. Infatti nel comunicato del G7 traspare questa preoccupazione, ma senza precisare quale sia la vera causa del peggioramento previsto e senza indicazioni sul cosa fare per gestirlo. Cosa sa quella gente che non c’è ancora nei dati? Che le perdite delle banche non sono ancora emerse del tutto, particolarmente in Europa? Che la crisi di insolvenza delle famiglie americane ed europee è molto più ampia? Che non si sa se quasi tremila  miliardi (3 trilioni) di euro equivalenti in termini di debito privato, trasformato in prodotti finanziari a circolazione globale, verrà ripagato dalle famiglie sempre più in rosso? Sono queste le mine che stanno per scoppiare e rendere peggiore del previsto la crisi? Non lo so. Ma se fosse così lo scoppio potrebbe e dovrebbe essere moderato da operazioni urgenti di ricapitalizzazione delle famiglie (detassazione) e di salvataggio delle banche nonché di riduzione dei tassi, coordinate a livello mondiale. Se non le fanno vuol dire che non è così - ma perché allora annunciano peggioramenti? - oppure che lo è, ma non c’è accordo internazionale sulle soluzioni coordinate, o che i dati sono così incerti che non sanno che pesci, appunto, pigliare. Ma se vi fosse tale incertezza perché allora emettere previsioni pessimistiche? Forse per mettere le mani avanti e non farsi imputare dopo? Non riesco a capire, ma qualcosa di strano sta succedendo nel luogo di governo dell’economia globale. La mia sensazione? Non riescono a mettersi d’accordo sulle soluzioni, in particolare europei ed americani, e per questo il problema viene detto, ma non precisato, ed i governi e banche centrali danno l’impressione di non saper cosa fare. Cioè che la crisi è più (geo)politica che economica. Ma non è una buona notizia, spero di poterne dare una migliore tra breve.    

(c) 2008 Carlo Pelanda
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