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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2008-1-7

7/1/2008

Sinistra e destra unite per tagliare le tasse in busta paga

Il taglio delle tasse direttamente prelevate sul salario, con priorità per quelli più bassi, è necessario sia per ridare il capitale di sopravvivenza alle famiglie che non reggono i costi crescenti sia ad aumentare i consumi. La buona notizia è che su questa misura c’è un iniziale consenso dei sindacati, della parte non estremista della maggioranza e nell’opposizione. Quella brutta è che il governo tentenna. Approfondiamo.

Domenica scorsa i quotidiani hanno dato risalto ad una ricerca prodotta dal Centro studi della Banca d’Italia che mostra come un eventuale taglio delle tasse in busta paga equivalente all’1% del Pil comporterebbe un incremento di circa lo 0,4% dei consumi a beneficio della crescita. Mentre una cifra equivalente erogata come aumento di spesa pubblica assistenziale avrebbe un effetto molto minore oltre che produrre più inflazione. Tale analisi tecnica sostiene dei concetti ben noti, ma è stato giusto enfatizzarla perché smentisce l’efficacia della dottrina adottata dall’estrema sinistra per aiutare i più deboli: più spesa assistenziale e non meno tasse. Non funziona. Funziona invece (per i salariati) l’altra: lo Stato trasferisca alla famiglie più capitale in forma di detrazione fiscale. Quale entità del taglio potrebbe innescare benefici sistemici oltre che salvare veramente le famiglie più sottocapitalizzate. Chi scrive ritiene che lo sgravio complessivo dovrebbe essere di almeno l’1,5% del Pil, cioè sui 22/23 miliardi di euro. Tale detassazione nelle buste paga più magre farebbe respirare il 30% degli italiani nei guai e indurrebbe un incremento dello 0,5% il Pil a favore di tutta l’economia. Può lo Stato rinunciare a questo ammontare di gettito senza mettere a rischio l’equilibrio dei conti pubblici? Al momento il governo lascia intendere di non poterlo fare e che, nel migliore dei casi, potrà tentare una riduzione di 5 miliardi. Ce lo farà sapere ad aprile perchè la crescita nel 2008 sarà poca e forse stagnante e teme che mancheranno gli aumenti di gettito che ci sono stati nel 2006 e nel 2007. Per prima cosa, proprio perché si teme un fase stagnante dell’economia, l’aumento dei consumi interni è esattamente la medicina che serve. Si consideri poi che l’extragettito (tesoretto, ovvero le entrate fiscali in più non previste) nel 2006 è stato sui 25 miliardi, nel 2007 attorno ai 15, pur contrastate tali stime. Per il 2008 si viaggia forse sui 5 miliardi. Il tesoretto del 2007 è stato usato per aumentare la spesa pubblica assistenziale, il modello sbagliato. Si è ancora in tempo per correggere tale impostazione errata – revisione del bilancio a marzo - e recuperare la ventina di miliardi che serve sia da risparmi della spesa pubblica sia da una sua riconversione dall’assistenzialismo allo sgravio. Ovviamente se il governo aumenterà altre tasse per sostenere questa detassazione l’effetto sarà nullo e perfino dannoso. Ma i lettori devono sapere che tecnicamente non è difficile riconvertire a sgravio la cifra detta, senza altri incrementi di tasse, mantenendo l’equilibrio dei conti. In conclusione, la misura nell’entità di 22 miliardi è fattibile e benefica. Se il governo non lo farà sarà solo per paura di scontentare l’estrema sinistra che sostiene per principio l’assistenzialismo contro la detassazione. Per questo sindacati, sinistra moderata ed i liberalizzanti dovrebbero unirsi mettendo il governo sotto pressione affinché realizzi una cosa sacrosanta, pratica ed urgente

(c) 2008 Carlo Pelanda
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