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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2007-12-17

17/12/2007

Svolta pragmatica nella politica ambientale globale

Non è facile per i lettori interessati farsi un’idea chiara su quali esattamente siano i problemi ambientali e le migliori soluzioni per risolverli. E non lo è perché la scienza è divisa nella definizione di tali problemi e la politica si trova ad affrontare un conflitto tra salvaguardia dell’ecosistema ed interessi economici. Sarà possibile chiarire la questione razionalmente? Cerco di rispondere a questa domanda fin dai primi anni ’80 quando iniziai a fare ricerca e ad insegnare alla Università della Georgia, nei pressi di Atlanta, dove ebbe inizio, negli anni ’30, l’ecologia contemporanea. In quella cultura di ricerca ogni disciplina scientifica, fisica e sociale, è stimolata a produrre un’ecologia ed un’ecopolitica razionali, né ideologiche né negazioniste. Da questo punto di osservazione ho la sensazione che siamo ancora lontani dal chiarire in modo dirimente le ecoquestioni, ma anche che si stanno dei facendo passi avanti.  

Non ancora sul punto principale. Qual è la causa prevalente del cambiamento climatico? L’effetto serra generato dalle emissioni (che impediscono al calore di disperdersi nello spazio aumentandolo nel pianeta) oppure il ciclo solare e dell’orbita terrestre o altro? Più importante, il riscaldamento globale può essere bloccato o moderato? L’Onu ha sposato la tesi che il cambiamento climatico sia causato al 95% circa dalle emissioni e che si possa moderarlo riducendole globalmente. Un numero crescente di scienziati sta criticando tale spiegazione puntando il dito, invece, sui cicli planetari/solari. Inoltre cento di loro hanno firmato una lettera la settimana scorsa in cui si avverte che l’Onu sta sposando una soluzione sbagliata: non si può modificare l’andamento climatico, bisogna invece adattare le società a questo, velocemente. Chi opera nelle scienze politiche ed economiche da anni sta aspettando che quelle fisiche e climatiche si mettano d’accordo e dicano quale sia esattamente il problema. L’economia ha gli strumenti per mostrare ai politici come riorganizzare le risorse in un caso o nell’altro. Ma i due scenari sono molto diversi. In quello Onu il beneficio di stabilizzare il clima giustificherebbe gli enormi costi di un taglio accelerato delle emissioni. In quello del “mutamento inevitabile”, invece, le risorse dovrebbero essere investite, in quantità enormi, per adattare i sistemi umani a temperature più calde o più fredde (ciclo del cibo, delle acque, sistemi urbanistici e viari, microclimi abitativi, tutto insomma). Non sappiamo ancora quale strada prendere pur sapendo cosa fare per l’una e l’altra, la seconda quella più difficile (forse per questo l’Onu ha sposato la prima).

Ma in attesa del chiarimento ci sono dei passi in avanti. Anche se lo scenario Onu fosse sbagliato, comunque l’ecoproblema andrà gestito da un coordinamento globale tra nazioni. Il recente ecovertice di Bali, diversamente da quello di Kyoto del 1997, ha avuto successo nel creare un tavolo ed un agenda a cui partecipano tutte le nazioni e non solo alcune. Grazie ad una svolta pragmatica che dalla regola ecolimitativa fissa ha portato verso una flessibile. Un crescente pragmatismo, inoltre, è osservabile nella ricerca di soluzioni che rendano compatibili, e non più in conflitto, i requisiti economici e quelli di tutela ambientale, in generale. In conclusione, va registrata, dopo decenni, la fine dell’ambientalismo ideologico e l’avvio di uno pragmatico. Ciò permette di scrivere che anche se ancora non sappiamo quali siano la causa ed il rimedio del problema, tuttavia, sta nascendo un sistema di governo per risolverlo razionalmente nel futuro.

(c) 2007 Carlo Pelanda
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