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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2007-8-6

6/8/2007

La crisi del capitalismo di massa

Le ricerche mostrano una crisi del capitalismo di massa, cioè della diffusione a tutta la popolazione della ricchezza, questa intesa come almeno una piccola quota di surplus che resta in un bilancio famigliare dopo le spese necessarie. Non è un fallimento del modello della società occidentale/liberale perché i 2/3 delle popolazioni nelle nazioni che lo adottano (America ed Europa) possono dirsi “ricche”. Ma il restante 1/3 tende a diventare più povero. In questa tendenza è impressionante l’aumento delle famiglie e persone in difficoltà in Italia. Il problema non è di contingenza, ma di struttura e così dovrebbero essere le soluzioni.

Tremonti, Luttwak ed io scrivemmo queste esatte parole nel 1994 in una ricerca intitolata “Il fantasma della povertà” (Mondadori, 1995). Ai quei tempi anticipammo che l’evoluzione dell’economia capitalistica in termini di mercato globalizzato avrebbe generato un turbocapitalismo selettivo dove le protezioni sindacali e nazionali sarebbero state meno efficaci e, pertanto, i forti sarebbero diventati più ricchi ed i deboli sempre più poveri. Per evitarlo raccomandammo un adeguamento dello Stato sociale sia in Europa sia in America: investire sugli individui per renderli forti invece che proteggerli facendoli restare deboli (Europa) o lasciandoli abbandonati a se stessi (America). Ma il modello statunitense e quello europeo non cambiarono e quando esplose il turbocapitalismo globalizzato (per altro forma benigna dell’economia) una parte della popolazione si trovò sempre più impoverita o perché incapace di adeguarsi individualmente alla nuova realtà o perché intrappolata in mercati inefficienti. Ora il problema è evidente ed i governi cercano di metterci una pezza, per esempio il ritorno al protezionismo sociale mixato al liberalismo come proposto da Sarkozy per la Francia. Funzionerà? Non lo sappiamo ancora. Sappiamo solo che sono fallimentari sia le politiche assistenziali offerte dalle sinistre radicali sia il “lasciar fare al mercato”. E che la soluzione comunque va trovata nella ricerca di un giusto mix tra efficienza e garanzie, con l’avvertenza che le seconde dovranno sempre più avere la forma di investimento per trasformare i deboli in forti e non quella corrente di semplice protezione. Il punto: la tutela oggi diviene causa di sottocapitalizzazione delle famiglie. In tale ricerca l’Italia dovrà essere necessariamente all’avanguardia in quanto l’impoverimento da noi è più veloce che altrove. Colpisce, in particolare, che sia in aumento dal 1996 circa senza modifiche di tendenza al variare dei governi. Con un peggioramento nell’ultimo anno in termini di famiglie sottocapitalizzate. La politica di sinistra (tasse e ridigità) peggiora l’impoverimento, ma quella di destra non lo ferma. Evidentemente il modello ha una forza di inerzia tale da resistere ai tentativi di cambiamento. E qui si concentra la sfida per destra e sinistra. Ambedue non solo devono proporre un nuovo modello di capitalismo di massa per l’Italia, ma anche avere la forza di smantellare quello che c’è, causa prima dell’impoverimento. La buona notizia è che si può fare, la cattiva è che la politica non pare aver colto l’entità del problema e quindi la vastità del cambiamento necessario.

(c) 2007 Carlo Pelanda
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