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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2007-4-16

16/4/2007

Il tesoretto non c’è

La politica economica di un qualsiasi governo deve bilanciare i requisiti di rigore e di crescita. Nell’eurozona tale formula è molto stringente sul lato del rigore perché la moneta unica, mancando un governo federale dell’economia, richiede la tendenza al pareggio dei conti pubblici degli Stati membri. Se questi fossero liberi di indebitarsi senza limiti, infatti, salterebbe la moneta. L’Italia con un debito stratosferico pari al 107% del Pil, quasi 1.600 miliardi di euro, metterebbe a rischio di destabilizzazione l’euro qualora non rispettasse il rigore. Per questo la formula italiana di politica economica richiede la priorità assoluta del risanamento della finanza pubblica. Ciò rende difficilissimo per un qualsiasi governo trovare l’equilibrio tra rigore e sviluppo, consenso ed ordine.

Per inciso, tale considerazione mostra come l’unione monetaria abbia un impatto strutturalmente deflazionistico, cioè “impoverente”, sui Paesi membri nonché un effetto destabilizzante per l’Italia. Ci pensarono ai tempi del Trattato di Amsterdam (1997) quando fu avviato questo schema di unione monetaria? No. Si poteva fare meglio? Sì. Ma ormai è storia passata di cui deve restare in nota l’incompetenza dei politici italiani in quel periodo, molti e Prodi ancora al potere, e la incapacità della stampa di avvertire i lettori della trappola in cui la nazione si stava mettendo. In queste parole c’è dell’astio personale perché fummo in pochissimi, in quegli anni, a descrivere sui giornali i problemi che poi si sono avverati e ci trovammo tacciati di antieuropeismo. Ma è materia di archivio perché, ormai, non si può più smontare l’euro, pena la distruzione dei vostri risparmi e pensioni, e quindi l’Italia dovrà fare di tutto per restarci e per non diventare fonte del suo eventuale crollo. Sarà difficilissimo. Tale difficoltà la si può leggere in cronaca nelle dichiarazioni di Prodi che, in vista di cruciali elezioni amministrative, stabiliscono il rifiuto di sacrificare la gente in nome del rigore. E che la soluzione di equilibrio sia lontana lo si può notare dalla precisazione di Padoa Schioppa che il rigore verrà, invece, attuato. Conflitto tra i due? No, è un problema di comunicazione a due diversi referenti. Prodi deve rassicurare i partiti di sinistra ed i loro elettorati che aumenterà l’assistenzialismo e gli aiuti ai deboli, mentre il ministro dell’Economia deve convincere l’Europa che rispetteremo il requisito di rigore. Quali delle due linee prevarrà? Prevarrà per forza di cose il rigore lasciando solo un piccolo spazio alla detassazione o sostegno assistenziale per la gente, un minimo per permettere di dire qualcosa in campagna elettorale. Per” forza di cose” vuol dire che se l’Italia non abbatte debito e deficit non solo la Ue la sanzionerà, cosa di cui potremmo anche infischiarcene, ma la Bce alzerà i tassi dell’euro in misura aggiuntiva per contrastare il nostro disordine, creando così un costo sociale per tutti, compresi gli italiani, superiore al breve beneficio di una politica lassista. Il governo non potrebbe resistere a tale evento e lo sa. Con questa spiegazione è facile prevedere cosa succederà del “tesoretto”. Quasi niente a sollievo delle imprese, qualcosina di solo demagogico per i poveri, il resto per contenere il deficit annuo in modo da contenere la crescita del debito. Prodi rispetterà le proporzioni annunciate, 2/3 di benefici alla gente, 1/3 alle imprese, ma ridurrà, qui il trucco che desideravo svelarvi, a livello irrisorio il volume del “tesoretto”. Che infatti non c’è ed è ridicolo il dibattito su come impiegarlo.

(c) 2007 Carlo Pelanda
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