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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2005-11-7

7/11/2005

La ripresa dipende dalla possibilità di svalutare l’euro

Cerchiamo di fare il punto sulle prospettive di crescita dell’economia italiana perché vi sono buoni segnali di ripresa, intensificati nelle ultime settimane. Gli scenari prevedono che alla fine del 2005 l’aumento del Pil, cioè della ricchezza complessiva nazionale comparata con quella dell’anno precedente, sarà tra lo 0,2 e lo 0,5%. E le proiezioni per il prossimo anno tendono a dare, al momento, maggiore probabilità ad una crescita  dell’1,6%. A quali condizioni tale buon numero potrebbe essere confermato?

Per capirlo è utile, prima, chiederci come mai nell’ultimo trimestre del 2004 e nel primo del 2005 eravamo in recessione e poi, improvvisamente, nel secondo il Pil si è impennato allo 0,7% e poi la crescita si è consolidata? La domanda  è giustificata dal fatto che le condizioni esterne, nel periodo detto, non sono mutate. Alla fine del 2004 l’economia globale andava più che bene e nel corso del 2005 è rimasta così. Da quanto è iniziata la ripresa in Italia, inoltre, sono peggiorate alcune condizioni di fondo, quali l’incremento del prezzo del petrolio e la supercompetitività delle merci cinesi a danno dei nostri produttori. Mistero. Che non viene risolto nemmeno analizzando i mutamenti del mercato interno italiano: non ci sono state manovre stimolative tali da giustificare un’inversione così repentina dalla recessione ad un rimbalzo. Ripulito tutto lo scenario di contingenza, resta una sola causa che può spiegare il ciclo recessione/ripresa: il valore di cambio dell’euro. Infatti la stagnazione, il picco recessivo ed il successivo rimbalzo risultano abbastanza correlati con la competitività valutaria delle esportazioni. L’Italia dipende molto dall’export. Ma ancora di più la Germania. Con l’euro altissimo ambedue le nazioni sono andate in crescita zero, con episodi recessivi per la Germania un po’ prima di noi, anche concausa dei nostri. Quando il dollaro si è rialzato, nella primavera del 2005, le due economie hanno cominciato ad andare meglio per traino dell’export sul piano globale. E quella italiana ha esportato di più in Germania.

Tale analisi serve ad individuare cosa confermerà o smentirà la buona previsione per il 2006. Stimolazioni interne in Italia non ce ne saranno perché l’attuale legge finanziaria si annuncia di equilibrio e non di rilancio. In Germania il governo congiunto tra democristiani e  socialdemocratici, o il suo crollo, produrrà un effetto simile e ciò  renderà minimo l’effetto locomotiva. Quindi, semplificando, la speranza di crescita per l’Italia è affidata principalmente alla tenuta di quella americana combinata con un forte ribasso dell’euro che stimoli l’export nell’area del dollaro. L’America è in boom, ma ci sono ombre per il 2006. L’inflazione energetica è alta e dovrà essere corretta alzando il costo del denaro per raffreddare l’economia con il rischio di mandarla in recessione. La Bce sta mostrando un comportamento che tende a far scendere l’euro, non alzando i tassi mentre si rialzano quelli del dollaro (i flussi globali di capitale si orientano verso valute con tassi e, quindi, interessi elevati). Ma c’è un problema. L’eurozona compra l’energia in dollari e se il prezzo del petrolio resterà alto, o perfino salirà, la Bce dovrà rialzare l’euro. In teoria il petrolio dovrebbe scendere e ciò permetterebbe una certa svalutazione competitiva dell’euro stesso e di evitare il rischio di recessione negli Usa. Ma in pratica troppe sono le incognite che potrebbero mandare a pallino questa previsione. In conclusione, non si può ancora né confermare né smentire la buona ripresa italiana nel 2006. Ma si può confermare l’assurdità di un sistema europeo ingessato che può crescere solo via export, appeso alle vaghezze del mondo.

(c) 2005 Carlo Pelanda
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