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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2005-10-31

31/10/2005

America in bilico tra crescita e recessione

Berlusconi è in visita a Bush, la priorità negoziale riguarda la modifica della missione in Irak quando, tra un mese, la democrazia sarà realizzata e finirà il mandato Onu (2004) che legittima la presenza di truppe straniere sul suolo per tale scopo. Ma l’agenda dei colloqui prevede anche uno scambio di valutazioni sulle questioni economiche. L’economia globale dipende fortemente dagli andamenti del mercato interno statunitense e le scelte di politica economica e monetaria che lì si fanno hanno un impatto su tutto il pianeta. Concretissimo anche per l’Italia. Per esempio, la caduta del valore di cambio del dollaro a causa delle scelta politica di accendere un deficit di bilancio enorme per stimolare l’economia americana, e di prendere un rischio sul lato dell’inflazione, ha massacrato le esportazioni in euro gettando l’Italia in stagnazione dal 2002 in poi. Ma il dollaro sta lentamente risalendo e l’Italia sta di nuovo crescendo grazie al traino dell’export. C’è, invece, un nuovo problema. Riuscirà l’economia americana a mantenere nei prossimi mesi l’alta crescita del Pil, il 3,8 nel terzo trimestre del 2005  oppure andrà in recessione inducendola anche da noi?

I dati mostrano che l’America è in bilico tra crescita e recessione. E’ una situazione strana, non facile da scenarizzare per gli analisti specializzati e da semplificare per i lettori. Quello che non va è l’inflazione. In America distinguono tra inflazione strutturale e temporanea. La prima rimane piuttosto bassa. Ma la seconda, che registra il prezzo del petrolio, è molto alta. La somma è sul 3,7%, ma più probabilmente il 4. Tanto, troppo per evitare che l’autorità monetaria non intervenga alzando il costo del denaro per raffreddare l’economia, con il rischio di mandarla in recessione. Ma non è ancora detto. L’inflazione generata dall’aumento del prezzo del petrolio potrebbe non scaricarsi sui prezzi generali al consumo, contenuta da un aumento dell’efficienza nei processi economici. E’ successo nel passato. Succederà ancora? Comunque sia i tassi dovranno essere rialzati. Ora sono al 3,75%. In teoria, se salissero al 4,5%, livello che il mercato sta per altro scontando, il costo del denaro raggiungerebbe, nelle circostanze macroeconomiche, la condizione di “neutralità monetaria”: non sarebbe né stimolo inflazionistico né stretta deflazionistica. Ma tali circostanze potrebbero essere peggiori di quelle che appaiono. Si sta esaurendo la domanda per nuove case, che ha trainato non poco l’economia negli ultimi due anni. Soprattutto, il risparmio delle famiglie è diventato negativo: la gente spende più di quanto incassa ed il debito privato aumenta. Tale situazione potrebbe ridurre o far crollare i consumi. Si notano poi altre instabilità di natura troppo tecnica per riuscirle qui a commentare. Ma che, nell’insieme, mostrano una finanza pubblica, privata e di sistema (deficit commerciale) molto squilibrata. Si aggiunga la disoccupazione minima (sotto il 5%) ed il fatto che le Borse siano ai massimi per ottenere l’immagine di un’economia arrivata al “tetto” oltre il quale non si può salire ancora, ma bisogna ridiscendere per poi riprendere l’ascesa. Il punto: in queste condizioni è massima la probabilità di fare un errore nella politica monetaria causando una brutta recessione nell’intento di contenere l’inflazione. Ed il banchiere centrale che sostituirà Greenspan nel gennaio 2006, Bernanke, sembra preferisca il rischio di recessione a quello di inflazione, diversamente da Greenspan stesso. In conclusione, l’America è in bilico e così anche noi, pur più probabile, se avverrà, una recessione americana lieve e non traumatica. Tale scenario dovrà essere aggiornato ogni mese.

(c) 2005 Carlo Pelanda
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