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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2005-10-24

24/10/2005

Finanziaria a sovranità limitata

Nella settimana che si apre le cronache torneranno ad occuparsi della finanziaria. Ma quanto potranno contare le scelte di politica economica del governo sui reali andamenti dell’economia? Il porsi questa domanda significa chiedersi quanta sia la sovranità economica dell’Italia e, di conseguenza, il peso del voto democratico sulle scelte di spesa.

Gli elettori hanno preferito, nel 2001, un programma che puntava sulla detassazione per rilanciare la crescita. Un po’ è stata fatta, ma molto meno di quello che sarebbe servito. Il governo li ha traditi? In realtà non ha potuto detassare, pur volendolo, perché non ha trovato sufficiente sovranità di bilancio. Ad occhio, per ridurre le tasse sostanzialmente si sarebbe dovuto accendere un deficit statale vicino al 5% del Pil per almeno tre anni. Perché tanto deficit? Per il fatto che non si può ridurre di colpo la spesa pubblica – vi sarebbe deflazione e crisi sociale – e, quindi, con minori tasse e gettito bisogna per forza ricorrere ad un picco di indebitamento provvisorio. Poi la crescita della ricchezza (Pil) indotta dallo stimolo fiscale avrebbe riportato alla pari il gettito pur a tasse minori, ma in un quinquennio. Cosa non ci ha permesso cinque anni di finanza pubblica stimolativa? Due fattori: (a) l’europarametro che ha vincolato il bilancio impedendo deficit propulsivi; (b) la necessità di non abbassare la credibilità che l’Italia ripagherà l’enorme debito cumulato nei decenni scorsi perché ciò avrebbe comportato un aumento enorme del costo per pagare gli interessi. Ma è più importante il primo: l’Italia ha conferito la propria sovranità di bilancio ad un agente europeo che le impedisce le riforme di efficienza. Che peso ha avuto il voto liberalizzante? Quasi zero. Ma non va meglio a sinistra. Un onesto comunista che crede nell’economia statalizzata piena di protezionismo sociale finanziato con tasse più elevate vota un modello che nessuno potrà mai realizzare. Perché nell’economia globale di oggi c’è un solo modo per fare economia: il capitalismo competitivo. La nazione che non ci riesce, per costi troppo alti e per disincentivi allo sviluppo delle imprese, semplicemente, perde ricchezza. In sintesi, tutte le nazioni hanno perso la sovranità di “modello” economico cedendola ad uno standard globale, e quelle europee hanno perduto la sovranità di bilancio che peggiora le cose. Sul piano della democrazia ciò rende irrilevante l’effetto economico del voto: qualsiasi governo dovrà fare esattamente le stesse cose, decise da fattori esterni, solo con piccole variazioni se liberalizzante o statalizzante. Infatti il governo Berlusconi è riuscito a fare qualcosina - pur notevole il risultato di portare al minimo storico la disoccupazione formale (7,5%) – e non il “qualcosona” che voleva. E la finanziaria in discussione seguirà esattamente questa linea, per necessità. Da un lato, l’Italia congelata dalla sovranità limitata è riuscita a non fare disastri e crescerà nel 2005 e 2006 grazie ad un miglioramento competitivo del cambio dell’euro che incrementa le esportazioni. Ma, d’altro lato, è agghiacciante questa situazione di sovranità ceduta senza un qualche ritorno perché impedisce la politica economica nazionale. E una sovranità economica così limitata azzera voto degli elettori, svuota la democrazia. Con un paradosso: il debito è sovrano, ma i mezzi per ripagarlo non lo sono. E per tutte le nazioni dell’eurozona la stabilità viene ottenuta al costo della poca crescita. Ciò indica la direzione per correggere il modello europeo: rendere più bilanciato il ciclo delle sovranità e rendere compatibili stabilità e crescita. Ma ne siamo lontani e, quindi, nei guai.    

(c) 2005 Carlo Pelanda
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