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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2005-10-3

3/10/2005

Il primo taglio nella storia dei costi politici

La Finanziaria ha sorpreso gli osservatori perché, presentandosi sobria e bilanciata, non è di tipo elettoralistico. Ma c’è un’altra sorpresa: per la prima volta nella storia d’Italia si tenta di tagliare il costo diretto della politica, una cifra piuttosto robusta che produrrà effetti.

 I parlamentari e – sembra – i membri delle assemblee elettive locali avranno una decurtazione del 10% del loro stipendio. Mica poco. Ma, più sostanzialmente, gli enti locali avranno circa tre miliardi di euro – seimila miliardi di vecchie lire - in meno da spendere per impieghi non essenziali. Sarà un vespaio di polemiche, ma è comprensibile che in un bilancio dove è difficile reperire risorse per scaricare imprese e famiglie di tasse troppo elevate non si possa tollerare che un Comune spenda i soldi per cose superflue. Il concetto è solido, ma potrà la sua applicazione avere un impatto deflazionistico nella microeconomie locali? Il taglio delle consulenze, dei viaggi all’estero degli assessori, delle spese di rappresentanza, auto blu, ecc., non avrà particolari effetti – e, francamente, piace l’effetto di moralizzazione - ma la riduzione delle risorse erogate per feste in piazza, mostre, iniziative culturali, sostegni agli enti teatrali, ecc., potrà mettere in seria difficoltà un’area di mercato che tradizionalmente vive di sovvenzioni pubbliche locali ed è molto fragile per questo motivo. Quindi chi è del settore dovrà correre ai ripari elaborando modelli di iniziative che possano stare sul mercato. Cosa che potrebbe avere perfino effetti benefici. Per esempio, il settore dello spettacolo in Italia è depresso anche a causa della troppa mano pubblica che ne distorce il mercato. I teatri gestiti dai Comuni, con poche eccezioni, non sono efficienti pur a fronte di una domanda elevata di concerti e rappresentazioni. Dare questi ed altri spazi in concessione ad imprenditori aumenterebbe gli eventi e la loro profittabilità, magari anche generando qualche soldo per l’ente pubblico concedente invece di lasciarlo in perenne deficit a carico delle nostre tasche. In generale, l’ipotesi è che se gli enti locali fossero costretti ad una gestione più oculata e controllata delle risorse, allora dovrebbero ricorrere di più al mercato, privatizzando spazi, marchi territoriali, immobili importanti. E ciò libererebbe un valore enorme, che per l’Italia intera si stima in centinaia di miliardi potenziali di giro d’affari, ora congelato proprio dall’eccesso di gestione pubblica, inevitabilmente burocratica e non imprenditoriale. Questo serve a dire che la riduzione dei costi della politica locale potrebbe avere un effetto negativo, ma anche uno di mobilizzazione di aree del mercato ora stagnanti.    

Altri effetti della Finanziaria. Le imprese avranno una riduzione del costo del lavoro, in media, di circa l’1%. Non è molto, anche se meglio di niente. Le imprese continuano a pagare il prezzo – meno competitività - della difficoltà del governo di trovare l’accordo sul cosa tagliare per ottenere una detassazione veramente incisiva e stimolativa. Le famiglie bisognose, invece, avranno un po’ più di sostegni. In generale, nessuna categoria sociale, politici a parte, avrà danni da questa Finanziaria, anzi. Anche il cittadino preoccupato di eventuali tagli ai servizi medici può stare tranquillo: si riduce la tendenza all’aumento della spesa sanitaria, ma non la spesa stessa ed il suo adeguamento al fabbisogno. In generale, lo spirito della bozza di legge è di migliorare un po’ le cose entro limiti di stretto realismo e, se il processo parlamentare non la distorcerà, probabilmente ci riuscirà.

(c) 2005 Carlo Pelanda
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