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Carlo A. Pelanda
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Milano Finanza

2017-2-10

10/2/2017

Debito e crescita: taglio minimo per impulso massimo

Suggerisco di non cedere alla tentazione dell’ironia e di valutare come svolta positiva la dichiarazione di Padoan che la riduzione del debito sia la priorità. E’ importante, infatti, che si affermi nei linguaggi istituzionali il principio che il volume del debito impedisce, nel caso italiano, la sua riduzione solo con politiche pro-crescita e che ci vuole un abbattimento secco preventivo. Tale principio non è ancora riconosciuto. Ricordo un confronto radiofonico dove un blasonato collega contestò la mia analisi che prescriveva un’operazione patrimonio pubblico contro debito come premessa per innescare più crescita, insistendo sul fatto che l’espansione del Pil era la vera priorità, non la riduzione preventiva del debito stesso. Sfuggiva al collega, esempio di tanti altri, che la leva keynesiana del deficit era bloccata dalle euro-regole, la difficoltà politica dei tagli di spesa e la necessità di alzare il rating dando una grande sorpresa positiva al mercato. In sintesi, non vedeva che l’Italia può finanziare più crescita solo riducendo la spesa per interessi, usando tale risparmio per detassazione stimolativa, e mostrando al mercato una capacità di riequilibrio sovrano. Quanto? Gli studi sulla sostenibilità non depressiva di un debito pubblico cercano di individuare soglie, ma la materia è molto influenzata dall’esistenza o meno di sovranità monetaria, gestione del risparmio nazionale, ecc. Lascerei da parte per il caso italiano la ricerca di un ottimo. Adotterei, invece, il criterio di tentare un’operazione straordinaria chiedendoci quale sia la cifra minima di riduzione secca del debito, via finanziarizzazione di una parte del patrimonio per scopo di dismissione, che porti efficacia. L’ipotesi è che 200 miliardi di abbattimento secco in 3-5 anni sia il minimo sufficiente per invertire la profezia negativa sull’Italia da parte del mercato. E per avere un impatto positivo sul bilancio: circa 12 miliardi in meno di spesa per interessi e, soprattutto, un contenimento del costo di rifinanziamento. Complessivamente circa 16 miliardi riallocabili per l’espansione, quasi un punto di Pil. Meglio se si riuscisse a fare di più, ma si provi a lavorare su questo minimo. Decisione che implica censire quale parte del patrimonio disponibile sia suscettibile di finanziarizzazione rapida, cioè di dismissione differita o indiretta via diversi impacchettamenti degli asset, almeno fino a 200 miliardi. Solo l’avvio di tale censimento finalizzato darebbe al mercato l’immagine di un futuro migliore per l’Italia da cui estrarre più fiducia per il presente.

(c) 2017 Carlo Pelanda
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