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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2005-7-18

18/7/2005

Politica economica debole

 Vista nel suo complesso, la bozza del Documento di programmazione economica e finanziaria per il 2006, che il governo presenterà al Parlamento questa settimana, mostra un profilo anomalo: misure tecniche senza una forte visione politica. L’impostazione di fondo mantiene lo spirito del programma elettorale del 2001, ma con misure minime. Capaci di evitare peggioramenti, ma non certo di uscire dalla stagnazione economica, questa indotta non tanto da condizioni esterne negative – a parte il petrolio ed il valore di cambio dell’euro – quanto da un cedimento interno del nostro motore economico. In tali situazioni la logica migliore sarebbe quella di smontare tutto, revisionare i pezzi e poi rimontare la macchina, magari aggiungendoci il turbo. Il governo, invece, sta comunicando che sarà possibile solo far continuare a girare il vecchio motore, dimenticate il turbo. Da un lato, la buona notizia è che la situazione di difficoltà economica dell’Italia potrà essere affrontata senza aumentare le tasse e senza togliere aiuti ai più deboli, anzi. Dall’altro, la cattiva è che il governo non trova la forza politica per dare una scossa ad una economia stagnante. La sintesi numerica di tutto questo è che dovremmo essere contenti se nel 2006 il Pil crescerà dell’1,5%, quasi certo che nel 2005 il suo incremento sarà zero (la leggera ripresa in atto compenserà la recessione di inizio anno). Il punto: il Dpef non è malfatto, ma colpisce l’assenza di contenuti politici forti.  

Come si può commentare? Prima di tutto, i lettori interessati a sapere se le cose reali dell’economia andranno bene o male in relazione ai loro interessi personali, possono stare tranquilli. Siamo lontani da una vera ripresa, ma anche da un peggioramento di tali dimensioni da avere un impatto sulle tasche dei singoli. Sul piano politico, poi, si può fare una battuta: un governo di sinistra mette una tassa sulle imprese come l’Irap (Visco), talmente depressiva e distorcente che perfino la non liberista Ue ha chiesto, anzi imposto, all’Italia di abolirla, ma un governo di centrodestra non riesce ad eliminarla. Perché non trova il modo di tagliare dalla spesa i circa 12 miliardi di gettito che questa iniqua tassa fornisce. E perché non ci riesce? La risposta è semplice: la politica non ce la fa a censire, o non vuole, in modo dettagliato la spesa pubblica corrente inutile o sprecata ed a eliminarla. I calcoli, infatti, fanno ipotizzare che almeno 30 miliardi – equivalenti a circa il 2,5% del Pil – di denaro pubblico vadano in auto blu, consulenze ed enti inutili, iniziative non essenziali per gli scopi amministrativi, proliferazioni di posizioni politiche e burocratiche, ecc. Tali sprechi appaiono crescenti negli enti locali quali Regioni, Comuni, Province, Comunità montane, ecc., e mai veramente ridotti, pur ora contenuti, a livello di apparato statale nazionale. Questo è il bubbone da incidere. La cui infezione non indebolisce solo l’incisività della politica economica, ma anche la base etica e tecnica del contratto fiscale della nazione. Se le tasse sono troppo alte e parte di esse finanziano privilegi e clientele, allora l’evasione è sia incentivata sia poggiata su una qualche giustificazione morale. Se, invece, si tagliassero gli sprechi, creando lo spazio per meno tasse, certificando che ogni soldo di spesa è essenziale e utile, allora l’evasione sarebbe disincentivata e delegittimata. Ma il Dpef contiene misure di aumento dei controlli di polizia fiscale senza tentare la moralizzazione e riduzione della spesa corrente. Questo è un altro sintomo di un Dpef  fatto da tecnici, piuttosto bravi, ma senza riferimento alla sostanza politica e quindi debole.

(c) 2005 Carlo Pelanda
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