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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2005-6-13

13/6/2005

L’accordo tra Europa e Cina non aiuta l’Italia

 Sabato scorso è stato raggiunto un accordo tra Unione europea e Cina che impegna la seconda ad autolimitare l’esportazione di tessili per due anni. I primi commenti degli imprenditori italiani del settore - recentemente massacrati dall’imbattibile basso costo di biancheria da tavola e da letto, magliette, abiti donna, giacche a vento, ecc., importati dalla Cina – sono stati favorevoli. Ci sono due anni di tempo per le aziende tessili, che impiegano più di mezzo milione di lavoratori, per ristrutturarsi e tentare di sopravvivere all’invasione che sarà senza limiti nel 2008. Gli imprenditori del settore calzaturiero, e di altri, sperano di ottenere analoga “tregua” per limitare l’estinzione a causa di prodotti cinesi con costi enormemente inferiori. Tutto bene? Apparentemente sì perché è stata evitata una guerra commerciale fatta di dazi europei e ritorsioni cinesi contro l’export europeo. In realtà è un accordo che allunga l’agonia dell’Italia, ma non la evita. 

L’Italia crea una grande quota della propria ricchezza nazionale attraverso piccole imprese in settori a media o bassa tecnologia facilmente replicabili in nazioni emergenti dove il costo del lavoro ed i pesi fiscali sono inferiori. Un operaio cinese prende circa cento dollari al mese, ottanta euro, non ha assistenza medica, tutele sindacali e tutte quelle garanzie che, invece si trovano nei Paesi dotati di Stato sociale. E che rendono i costi delle imprese ivi operanti superiori di almeno dieci volte, in alcuni casi 20 o 30, a quelli delle aziende asiatiche. Cosa potranno fare in due anni le aziende italiane nel tessile, calzature, rubinetteria, ecc., per adeguarsi a tale tipo di concorrenza? Una parte riuscirà a ricollocarsi su un livello del mercato che per alta qualità sfugge alla concorrenza per puro costo, ma quella maggiore dovrà delocalizzare, licenziare o chiudere. Che senso ha, pertanto, una tregua che rimanda di due anni il disastro? Quando si è disperati anche un minuto in più di vita alimenta la speranza, ma senza cambiamenti che incidano veramente sul differenziale di costo del lavoro l’esito catastrofico è il più probabile. Perché, allora, la Ue ha condotto così il negoziato? Semplice: Francia, Germania e Regno Unito devono vendere alla Cina “grandi sistemi” (treni, aerei, metropolitane, ecc.) e sono meno vulnerabili dell’Italia sul piano della piccola impresa in settori imitabili. Pertanto la Ue ha dato all’Italia un contentino, salvaguardando un buon rapporto con la Cinache aiuterà le vendite che più interessano a tedeschi, francesi ed inglesi. Comprensibile, ma se questa è la tutela che la Ue deve dare all’Italia proprio non ci siamo. Perfino puzza di presa in giro. Ma si potrebbe fare altrimenti? Certamente. Gli Usa adottano la frusta per domare il dragone cinese: dazi pesanti nei settori dove la concorrenza sleale è più marcata, che verranno rimossi in base ad un mutamento nei comportamenti di Pechino. Quali? Ovviamente la Cina ha il diritto di risolvere la propria povertà trasformandola in competitività globale per prezzo basso. Ma c’è un limite: non si può far parte del mercato mondiale con libero accesso ai mercati sviluppati senza convergere nel tempo verso il modello di questi e relativi maggiori costi sociali perché se no si svuotano i Paesi ricchi oltre a non stabilizzare la nuova ricchezza di quelli emergenti. Poiché la Cina non vuole capirlo bisogna domarla con le brutte maniere. Affinché democratizzi, rivaluti la propria moneta, offra garanzie ai lavoratori, ecc., cioè alzi i costi sistemici. Se la Ue si alleasse con gli Usa, la Cina dovrebbe per forza accettare tali costi. Questa la soluzione efficace, non certo la tregua.   

(c) 2005 Carlo Pelanda
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