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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2005-6-6

6/6/2005

L’Europa alla ricerca di una nuova formula

Siamo alle soglie di una finis Europae, di una rottura dell’edificio comunitario fin qui costruito?

 Certamente è andato in crisi il metodo inaugurato con il Trattato di Maastricht (1993). Fino al 1989 vigeva un altro metodo, chiamato “funzionalista”: unire le cose che tutte le nazioni europee ritenevano utili, posporre quelle che non erano ancora percepite come tali da qualche nazione o dal complesso, ma mettendole in un’agenda futura orientata dalla volontà condivisa di aumentare passo dopo passo l’integrazione. Tale metodo pragmatico funzionò benissimo per decenni ed edificò una solidissima Comunità europea che riusciva a combinare sovranità nazionale ed integrazione sopranazionale. Con in più l’enfasi sulla priorità di unire i mercati, e solo poi le funzioni politiche, affinché l’Europa diventasse un chiaro beneficio per tutti, senza strappi sul piano delle identità, tradizioni e specificità economiche nazionali. Ma dopo il 1989 questo buon metodo fu cambiato da quello di Maastricht: costruire la casa europea a partire dal tetto e non più dai muri. Perché? La Franciaebbe paura che una Germania riunificata diventasse il potere singolo europeo senza più bisogno dell’asse con Parigi. E formulò il seguente piano: imporre a Berlino l’euro al posto del potentissimo marco e le conseguenti regole di sovranità limitata. Cioè ingabbiare la Germania in una griglia nominalmente europea, ma dominata dalla Francia. L’euro ed il concetto di Unione politica (dall’alto verso il basso) sostitutiva di quello di “Comunità” (dal basso verso l’alto) nacquero per tale motivo. Che Helmut Kohl, nel settembre 1996, accettò come valido perché temeva il rinascere della questione tedesca: scambiò la sovranità della Germania con la chiusura definitiva di tale questione. Ma ottenne che l’europeizzazione della Germania fosse anche una sorta di germanizzazione dell’Europa. E ciò, in particolare, generò una Banca centrale europea con una missione fotocopia della Bundesbank: calibrare la politica monetaria solo sull’obiettivo di contenere l’inflazione senza responsabilità – diversamente, per esempio, della Banca centrale americana -  in relazione alla crescita. In sintesi, per i motivi detti nacque: (a) un euro (1999) senza governo paneuropeo dell’economia; (b) gestito da regole restrittive che sostituivano tale governo stesso (il Patto di stabilità), ma che impedivano le riforme nazionali di efficienza economica; (c) nell’ambito di un caos istituzionale tra strutture dell’Europa della nazioni (Consiglio intergovernativo) e quella confederale futura (Parlamento, Commissione); (e) il tutto condizionato da una cultura di gestione economica molto restrittiva. Così lo strappo di Maastricht ha generato un’Europa impossibile: troppo vincolante, troppo impoverente, troppo maldisegnata. Che, infatti, non ha mai funzionato dal 1999 in poi. La bocciatura referendaria francese ed olandese sono segno di un rifiuto già maturato prima, sentimento crescente in tutta l’eurozona, come si può osservare dai sondaggi continentali dal 2002 in poi. Per evitare il crollo dell’edificio europeo bisognerà tornare al più saggio metodo funzionalista sopra descritto: unire ciò che è possibile, rimandando ciò che ancora non lo è. Ma i veri guai cominciano proprio qui. Non è possibile abbandonare l’euro, malcostruito che sia, perché sarebbe cosa catastrofica per tutti. Quindi ci vorrà un metodo funzionalista capace, tuttavia, di accelerare, forzandola, la costruzione di almeno un’Europa economica. Difficile, ma proprio il terrore della dissoluzione dell’euro convincerà le nazioni a trovare questa nuova difficile formula.

(c) 2005 Carlo Pelanda
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