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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2005-4-25

25/4/2005

La difficile ricerca di uno spazio di manovra per l’economia

Cosa potrà fare il “nuovo” governo, in materia economica, in un anno che sarà dominato dalla campagna elettorale e segnato dalla maggiore probabilità di una bassa crescita? Cerchiamo di capirlo, prima, in teoria e, poi, in pratica.  

  La sovranità di bilancio e quella monetaria sono state cedute ad un agente europeo. La prima sarebbe necessaria per ridurre sostanzialmente le tasse. Ma senza la libertà di poter rischiare per un anno o due un deficit pubblico che, temporaneamente, possa andare al 5 o 6% del Pil prima di riequilibrarsi, evidentemente, questo tipo di riforma, pur certi gli effetti salvifici per le imprese e l’occupazione, non si potrà fare nei modi forti che servirebbero a causa del vincolo che obbliga ad uno sbilancio annuo non superiore al 3 - 3,5% anche dopo la flessibilizzazione del Patto di stabilità. Tale limite di stimolazione economica è peggiorato dalla crisi dell’export causata dal valore di cambio troppo alto dell’euro in relazione al dollaro, causa diretta contingente della poca crescita nell’eurozona ed in Italia. Su questo punto il governo non potrà fare assolutamente nulla perché il potere di decidere la politica monetaria sta a Francoforte e non più a Roma. Cosa resta, allora, in teoria? Solo una riduzione delle tasse nella misura permessa dal vincolo di non fare troppo deficit. Quanta? Qui è interessante notare che, in teoria, si potrebbe tagliare una buona parte di “spesa corrente”, per dare spazio di bilancio ai tagli fiscali ed agli investimenti pubblici veramente produttivi, fatta di sprechi o di finanziamenti ad iniziative e strutture inutili. Inoltre, l’uso più esteso delle nuove tecnologie per le operazioni dell’amministrazione pubblica sia nazionale sia locale porterebbe a risparmi enormi. Per esempio, la creazione di un sistema centralizzato, ad asta via Internet, di acquisti di beni da parte dello Stato (Consip) ha già fatto risparmiare decine di miliardi di euro. In sintesi, chi scrive ritiene che siano possibili, sulla carta, tagli di spesa corrente di almeno 25 miliardi di euro, senza toccare nessuna funzione di spesa sociale essenziale e senza licenziare alcun dipendente pubblico. Tale cifra teorica potrebbe essere messa al servizio della riduzione delle tasse sulle imprese in quanto la priorità assoluta è quella di rilanciarne la competitività riducendone i costi.

 In pratica? Il recupero dello spazio di detassazione via riduzione della spesa corrente è in conflitto con i provvedimenti elettorali che i partiti certamente vorranno e premeranno per ottenere. La riduzione forte della tassazione sulle imprese sarà in conflitto con le misure a sostegno delle famiglie. La crescita dell’economia reale resterà bassa anche perché non ci sono ancora segnali di un miglioramento competitivo del cambio euro-dollaro. E perché la crescita globale sta rallentando, un po’ per motivi fisiologici e molto per l’alto costo del petrolio. In tali condizioni reali sarà un miracolo se si potranno reperire 6 miliardi per la detassazione, pochi per fare effetto. Per trovarne di più o si ha un colpo di fortuna, o si mettono a briglia i partiti o si dovrà sfondare il tetto di deficit. Quindi Berlusconi si troverà nella situazione di dover spaccare qualcosa su uno dei lati detti per poter mantenere le promesse programmatiche vecchie e nuove. E potrà essere solo il tetto di deficit. Prospettiva devastante se servisse a finanziare solo più spesa elettorale, improduttiva, ma positiva se servisse ad aumentare lo spazio per la detassazione sulle imprese. E non necessariamente destabilizzante se bilanciata da una parallela riduzione del debito attraverso vendite del patrimonio (azioni, immobili, ecc.). Questo pare lo scenario, ora, più probabile

(c) 2005 Carlo Pelanda
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