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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2005-4-18

18/4/2005

La minore possibilità di governare l’economia

 Sta emergendo nel dibattito pubblico una questione che finora era rimasta confinata nei luoghi di ricerca o tecnici: qual è la reale capacità dei governi di gestire ed indirizzare dei processi economici che sempre di più vengono influenzati da fenomeni fuori dalle nazioni?

 Il tema, negli studi, è ormai un classico. Nel 1985, chi scrive e tanti altri colleghi, già presentavamo agli studenti i primi scenari che mostravano la perdita di sovranità economica delle nazioni nei confronti del mercato globale che stava iniziando a formarsi. E ci chiedevamo: come faranno i politici ad offrire dei programmi economici ai loro elettorati nel momento in cui non avranno più il controllo del ciclo della ricchezza nazionale? Negli anni ‘90 le ricerche mostrarono che il livello delle tasse non sarebbe più stato deciso dalla politica nazionale, ma dalle esigenze di competitività definite dal sistema globale. Molti avvertirono la politica che o si adattava al nuovo mercato globale o avrebbe perso progressivamente la capacità di governare l’economia. Altri, dal 2000 in poi, aggiunsero la raccomandazione di trovare una formula bilanciata tra sovranità economica nazionale e mercato globale per evitare perdite di ricchezza nei paesi sviluppati che poi avrebbero acceso la domanda sociale di un catastrofico protezionismo. Ma i politici riformatori nei Paesi europei, a destra e sinistra, restarono una minoranza. Perfino si formò un’Unione europea che tolse agli Stati un’ulteriore fetta di sovranità economica da aggiungere a quella che stavano perdendo. In sintesi, la politica – in Europa – non ha voluto o non è riuscita a reagire al fatto che sarebbe stato impossibile mantenere allo stesso tempo il vecchio modello di Stato sociale e l’apertura al mercato globale. Così al crescere del secondo – in particolare dal 2003 - non solo il primo è diventato insostenibile, ma i governi si sono trovati senza strumenti per governare gli effetti della globalizzazione. Questo tema è stato semplificato da un recente scambio di battute, in televisione, tra Diliberto e Tremonti. Il secondo ha detto: i governi hanno ormai circa il 15% di possibilità di influenzare gli andamenti economici. Il primo ha risposto che se così fosse tutta la politica potrebbe andare a casa perché non conta nulla. E’ interessante notare che Tremonti abbia svelato la verità senza dare una soluzione, mentre Diliberto ha proposto una soluzione – la governabilità politica dell’economia - senza tener conto della realtà. A questo punto il lettore potrebbe spaventarsi: a destra ci dicono che potranno governare ben poco l’economia mentre a sinistra vendono l’idea di un capacità di governo che in realtà non esiste. Con la complicazione che più la gente percepisce un futuro economico incerto più chiede rassicurazioni. Ciò incentiva la politica a darne di false e punisce sul piano del consenso i politici che cercano di dire la verità. C’è una soluzione? Certamente, quasi venti anni di ricerca sul problema non sono passati invano. Ci sono da tempo i modelli tecnici di uno Stato che resti sociale ed allo stesso tempo diventi più competitivo. Cominciano ad uscire anche idee tecniche sul come trovare un rapporto più bilanciato tra sovranità nazionale e mercato globale per attutire gli effetti indesiderati del secondo. Ma resta il fatto che nessuna formula politica potrà andare contro il requisito di competitività nel mercato, pena una crisi peggiore. Ciò vuol dire che la quantità di tutele che un governo nazionale può offrire sarà necessariamente inferiore a quello del passato (anni ’70 ed ’80). I politici potranno solo governare l’adattamento di una nazione al mercato, ma non più il mercato stesso. Questo, precisamente, è il fenomeno in atto.   

(c) 2005 Carlo Pelanda
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