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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2005-4-11

11/4/2005

Il ciclo dell’ansia

 I dati mostrano un’elevata percezione di insicurezza economica nelle popolazioni sia europee sia americana, minore nella seconda. Gli analisti cominciano a pensare che l’insieme dei Paesi sviluppati sia dentro un “ciclo dell’ansia”. L’Italia, basandosi su un’elaborazione fatta da chi scrive su dati cortesemente forniti dal noto sondaggista e ricercatore Renato Mannheimer, è divisa pressoché a metà tra ottimisti e pessimisti, ma i secondi cresciuti negli ultimi due anni. Ciò non spiega tutta l’ondata di consensi a favore di una sinistra che offre tipicamente tutele, ma certamente aiuta a capire buona parte del fenomeno. Che è utile approfondire e vederne gli elementi di scenario.

 Dobbiamo dividere in due momenti il “ciclo dell’ansia”. Il primo, tra il 2001 ed il 2003, fu caratterizzato da un’incertezza relativo alla tenuta del quadro generale della stabilità economica e politica globale, compromessa da tre fattori: incertezza geopolitica; fine dell’economia “facile” – la bolla finanziaria tra il 1996 ed il 2000 – e crisi di fiducia dovuta agli scandali finanziari sia in America sia in Europa. Tale tipo di incertezza è curabile dai governi con mosse politiche forti finalizzate a ristabilire la fiducia. L’amministrazione Bush scelse un’opzione fortissima di rilancio dell’ottimismo: dimostrazione di forza geopolitica, stimolazione economica totale attivando massimi di spesa pubblica, di tagli delle tasse e di riduzione del costo del denaro, ecc. I governi europei, scelsero, invece, di non stimolare la crescita economica, ma di finanziare le cose come stavano senza cambiarle. Ambedue i metodi hanno comportato il ricorso al deficit dei bilanci pubblici, quello americano è stato molto più efficace nei risultati, quello europeo meno, ma qui il punto è un altro: per tale tipo di crisi della fiducia i governi hanno comunque trovato un metodo rapido di soluzione e degli strumenti per applicarlo.

 Cosa che, invece, non sembra avvenire per la successiva crisi di incertezza, rilevabile dal 2003 in poi. Questa è dovuta non a fattori di shock, ma ad una crisi competitiva strutturale, a sviluppo lento, dei Paesi ricchi nei confronti di quelli emergenti. Per semplificare, mentre si curava un trauma con operazioni di chirurgia d’urgenza si stava facendo strada nel corpo un cancro. Definibile come riduzione delle opportunità di lavoro nell’area occidentale a causa della concorrenza delle imprese che operano a minori costi nei Paesi in via di sviluppo e connesse ai mercati ricchi attraverso un’economia globalizzata. Che proprio agli inizi del 2000 ha preso dei volumi in grado di mettere in seria difficoltà molti settori industriali. Il punto di questa argomentazione è che i governi non hanno strumenti di rapida cura per questo male che erode il lavoro ed i salari. I metodi di sinistra, per esempio quelli applicati in Germania, non stanno funzionando così come succede a quelli liberalizzanti usati in America, pur i secondi difendendo meglio i volani della crescita economica. La gente comincia a percepire tale impotenza relativa dei governi e chiede in numero crescente tutele. Tale stato della psicologia di massa è un problema molto maggiore della crisi competitiva sul piano reale - ancora marginale cioè molto minore, pur intensiva in alcuni settori economici specifici, di quella percepita - perché riduce il consenso per i cambiamenti tecnici di modello che risolverebbero, piuttosto facilmente, il problema. In molti Paesi europei ed in Italia, siamo esattamente qui: in bilico tra rassicurazioni senza soluzioni, quindi illusorie, e soluzioni senza rassicurazioni, quindi senza consenso.

(c) 2005 Carlo Pelanda
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