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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2004-12-29

29/12/2004

Crescita lenta

 Questo è il periodo in cui si fanno i bilanci dell’anno che si chiude e si tentano previsioni per quello che si apre. Qual è la dimensione più importante da valutare sul piano economico? Certamente quella che indica crescita o stagnazione da cui poi dipende la speranza di trovare o mantenere un lavoro, di poter cogliere nuove opportunità o meno.

 In generale, il 2004 non è andato male per l’economia italiana. Ma neanche così bene da far vedere ancora l’inversione di una crisi competitiva del sistema produttivo nazionale iniziata a metà degli anni ’90. Quando la globalizzazione fece scoppiare la nuova concorrenza ed i Paesi ad alti costi sistemici  perdettero posizioni produttive e di mercato nei confronti di quelli emergenti dove tali costi sono minori (Cina, ecc.) oppure in relazione ad economie mature, ma con modelli politico-economici capaci di adeguarsi ai nuovi requisiti di efficienza (Usa). Da allora l’Italia ha perso capacità industriali e commerciali sia sul piano dei prodotti ad alta tecnologia sia su quelli a bassa e, interrompendo il relativo rimbalzo dopo la crisi degli anni ’70, è entrata in una fase di bassa crescita costante. Anche nel 2004 l’aumento del Pil è rimasto poco sopra l’1%, segno di un’economia di fatto stagnante anche se con un dinamismo maggiore in relazione al 2003. Questo è derivato dal boom della crescita globale avvenuta nella prima parte del 2004 (+ 5%, record storico toccato solo 30 anni fa) che ha trainato tutte le economie del Pianeta. Ma tale effetto è stato minimo per l’eurozona perché il valore di cambio dell’euro ha tolto competitività all’export. Senza di questo e senza una crescita degli investimenti e dei consumi interni a causa di modelli politici che non li incentivano – in Francia, Germania ed Italia – l’economia europea continentale è rimasta piatta. In tale contesto l’Italia ha spuntato risultati notevoli: un Pil leggermente migliore della Germania nella seconda metà dell’anno; un aumento dell’occupazione che ha portato la disoccupazione sotto l’8%, mentre in Germania va verso il 10, ecc. Ciò dimostra, in sintesi, che l’economia italiana ha ancora una capacità di reazione e che il governo non ha fatto male. Non è declino. Ma, appunto, siamo lontani dalle condizioni di vero rilancio dell’economia, di più creazione e diffusione sociale della ricchezza.

 Possiamo sperare che tali condizioni comincino a realizzarsi nel 2005? Una di queste, la riduzione delle tasse che stimola investimenti e consumi, migliorerà le cose, ma per veramente cambiarle dovrebbe essere maggiore sia sulle famiglie sia sulle imprese. Il piano del governo è quello di attuare una defiscalizzazione graduale, nei limiti della gabbia in cui si trova il bilancio statale per i noti vincoli europei. Inoltre è difficile che a ridosso di elezioni i partiti accettino di incidere più pesantemente sulla spesa pubblica inutile o sprecata per fare spazio a meno tasse perché ciò scontenterebbe parti dell’elettorato. Ad un riforma lenta, quindi, corrisponderà un effetto altrettanto lento. Ma ci sarà. Con un dubbio. L’euro troppo alto sta letteralmente uccidendo la competitività di parecchi settori economici. I più importanti istituti di ricerca tedeschi temono che la Germania andrà in recessione nel 2005 per crisi dell’export. E se questo avviene noi certamente non rideremo. In tale scenario, infatti, noi riusciremo a crescere attorno all’1%, un po’ sotto. Fortunatamente la crescita globale, pur rallentando, continuerà. Quindi, se si trovasse il modo di far scendere il cambio dell’euro sul dollaro e valute collegate vi sarebbe il traino per un rilancio dell’export denominato in euro che ci porterebbe oltre il 2% di crescita. Questo è il massimo che possiamo augurarci.

(c) 2004 Carlo Pelanda
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