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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2004-7-5

5/7/2004

A: Colleoni o Sgaggio
La gabbia europea

In attesa che venga nominato il nuovo ministro dell’economia e ridefinita o riconfermata la linea riformista del governo Berlusconi è utile analizzare un po’ più a fondo il vincolo principale che deve affrontare chiunque gestirà l’economia: il divieto europeo di portare il deficit del bilancio statale annuo oltre il 3% del Pil.  Sono anni che se ne parla e se ne scrive in tutte le salse, ma molti lettori segnalano che non hanno capito bene il problema. Si rassicurino, perché anche chi, per mestiere, il problema lo conosce bene non sa, tuttavia, come trovare una soluzione fattibile. Vediamo i punti della impossibile quadratura del cerchio se le regole europee restano così come sono.

Diversamente da quanto detto e scritto da molti, da sinistra a destra, il Patto di stabilità – cioè il limite di deficit annuo non oltre il 3% del Pil – non è “stupido” di per se. E’ stato ed è, infatti, l’unico modo possibile per rendere credibile la moneta unica in assenza di un governo altrettanto unico dell’economia. Se, infatti, le nazioni fossero libere di accendere deficit (e quindi inflazione) a loro piacimento o salterebbe la moneta oppure, per evitarlo, la Banca centrale europea alzerebbe il costo del denaro al punto da soffocare l’economia reale, deflazionandola. Quindi è ovvio che la volontà politica di fare l’euro in una condizione dove non è stato possibile creare un governo federale ha necessariamente generato un principio di ordinamento “negativo” per tenere in piedi il sistema: non fai questo o quello. Pertanto non è il “Patto” ad essere stupido, ma lo è l’aver fatto l’euro senza potergli dare un governo politico unitario che avrebbe ridotto o bilanciato gli aspetti restrittivi delle regole di stabilità. Tuttavia chi ha fatto così pensava che proprio la nascita della moneta unica avrebbe costretto le nazioni a darsi un governo federale europeo dell’economia. Ciò non è avvenuto e siamo in mezzo al guado: non si può violare il Patto, ma il suo rispetto impedisce le politiche economiche nazionali. In particolare, ostacola la riduzione delle tasse che è l’unica iniziativa efficace per ottenere maggiore crescita economica. Perché per detassare bisogna accettare dai due ai quattro anni di deficit superiore al 3% prima che la maggior crescita produca più gettito e un nuovo equilibrio dei conti pubblici. Ma non si può fare perché il vincolo di stabilità non permette tale flessibilità. Così le nazioni che vorrebbero detassare devono tagliare la spesa prima  e non dopo la riforma, che sarebbe meno difficile. Cosa che fa insorgere gli interessi protetti timorosi di perdere le garanzie. Da qui l’equazione impossibile: o violare il Patto oppure rischiare di far male ai cittadini più bisognosi.  Ci sono soluzioni? Molti sostengono che l’Italia potrebbe violare il Patto di stabilità tanto quanto hanno fatto dal 2002 Francia e Germania ed altri. Inoltre l’Italia andrebbe in deficit per motivi virtuosi. Cioè per detassare e stimolare più crescita e non per compensare la stagnazione economica senza riformare il sistema come hanno fatto gli altri. Ma c’è un problema. Noi abbiamo un debito mostruoso (106% del Pil) che è doppio di quello di Francia e Germania. Se andiamo in violazione le agenzie che valutano la solvibilità del nostro debito potrebbero metterla in dubbio. E ciò aumenterebbe il costo dei titoli di debito per lo Stato: per guadagnare un 1% di flessibilità (sui 13 miliardi di euro) rischieremmo di perdere il 2 o più. Tale problema potrebbe essere risolto se l’Unione Europea certificasse che le violazioni italiane sono solo dovute ai requisiti di detassazione e temporanee. Ma tale funzione non è prevista dal sistema attuale. Potrebbe essere una soluzione il proporla.

(c) 2004 Carlo Pelanda
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