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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2004-6-21

21/6/2004

L’industria italiana è più viva che mai

Dal 1999 è cresciuto ogni anno il pessimismo sulla capacità dell’industria italiana di sopravvivere alla concorrenza globale. Si osservavano, infatti, i seguenti fenomeni. Crisi  della grande industria compromessa da costi fiscali e sistemici troppo elevati e da mancanza di innovazioni competitive. Difficoltà crescenti della piccola industria  sfavorita in uno scenario di competizione globale dove sarebbero contati sempre di più tecnologia, efficienza, capacità di internazionalizzazione e marketing raffinato. In particolare, il pessimismo era alimentato dal vedere come i grandi soggetti industriali del passato non stavano reinvestendo risorse per il proprio rilancio, ma le stavano usando per conquistare rendite di posizione. Così come si notava che i piccoli e medi imprenditori preferivano riutilizzare i profitti non dentro l’impresa, ma nell’acquisto di azioni bancarie, di immobili, ecc. Il tutto sembrava una resa degli industriali italiani alla profezia che in questo Paese ormai era impossibile fare impresa. Nel biennio 2002-2003 il rallentamento dell’economia globale e la stagnazione-recessione di quella dell’eurozona confermarono gli scenari pessimistici con dati di crolli, fallimenti, perdita di quote di mercato, dissolvimenti veri e propri. All’inizio del 2004, dopo un 2003 nero, la perdita di competitività valutaria dovuta al valore di cambio troppo elevato dell’euro sembrava poter dare il colpo di grazia, in particolare, all’export della piccola e media industria. Ma molti analisti, tra cui chi scrive, in tutto questo periodo non hanno mai voluto sancire la decadenza finale dell’industria italiana perché notavano, pur nelle tendenze di crisi, molti segnali che la vitalità del sistema restava ancora alta. Tuttavia, tale buona sensazione era solo una sensazione mentre quella negativa veniva sempre di più sostenuta dai numeri. Finalmente i dati dell’ultima settimana, connessi ad altri di pochi mesi fa, segnalano anche quantitativamente che la sensazione positiva era giusta: in qualche modo il sistema industriale italiano sembra capace di riprendersi.

La piccola e media industria è riuscita a vendere di più all’estero prodotti di alta qualità che risentono meno dei costi sistemici e dell’euro alto. Ciò dipende da un fattore esterno: l’enorme crescita in Asia ed in America, avviata a metà del 2003, comincia a girare di più e quindi a chiedere più prodotti di lusso o di alta qualità. Ma il punto è che molte aziende italiane sono riuscite ad intercettare tale domanda battendo altri concorrenti riorganizzandosi per farlo: si è abbandonata l’eurozona che non tira per penetrare meglio i mercati americano e cinese, il marketing si è fatto più aggressivo, le cooperazioni entro i distretti industriali più evolute, ecc. Segno che la voglia e la capacità di fare impresa resta reintepretando il potenziale competitivo delle piccole aziende e globalizzandolo meglio. Ed anche sul piano della grande impresa ci sono, sorpendenti, buone notizie. Nel 1999 si pensava che Finmeccanica, l’unico grande gruppo di alta tecnologia (aerospazio ed elettronica militari e civili) ormai rimasto nel Paese non avesse futuro. Ma nel 2002 il governo, azionista di riferimento, decise di resistere su questa ultima spiaggia dando in mano il gruppo ad un manager molto aggressivo e visionario (Guarguaglini) e sostenendolo con una strategia di acquisizioni e alleanze estere che hanno trasformato Finmeccanica in un leader internazionale nei settori dell’elicotteristica, elettronica per la difesa, sistemi spaziali, componenti nobili per gli aerei ed aerei stessi. Tale trasformazione da preda in predatore ha sorpreso tutto il mondo e dato il segnale che l’industria italiana, piccola e grande, è più viva che mai.

(c) 2004 Carlo Pelanda
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