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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2004-5-24

24/5/2004

La trappola del debito

Nel recente vertice a Londra tra i ministri dell’economia di Francia, Germania e Regno Unito è stata abbozzata una tendenza che l’Italia deve valutare con preoccupazione. L’accordo di compromesso tra (a) governi europei che vogliono rendere più flessibile il Patto di stabilità, (b) la Commissione, in quanto organismo burocratico, che deve tutelarne la forma e (c) la Banca centrale europea che non si fida a cambiarla, potrebbe riguardare la ripesatura del debito sia pubblico sia implicito degli  Stati per il calcolo degli europarametri. In sostanza, chi ha un debito storico inferiore al 60% del Pil e dimostra di poter contenere la spesa pubblica nel futuro affinché tale soglia non venga superata, allora avrà una sorta di permesso per sfondare il limite di deficit annuo del 3% per un certo periodo. Chi, invece, non rispetterà queste due condizioni non potrà farlo. L’Italia, senza ancora la riforma dei costi pubblici futuri e con un debito al 106% del Pil non potrà accedere all’eventuale nuova flessibilità se verrà formalizzata come sopra indicato. Vediamo la lista dei danni prevedibili per i nostri interessi.

Primo, dovrà ridurre le tasse senza poter ricorrere al deficit temporaneo. Fatto che imporrà tagli brutali portatori di dissenso o, per limitarlo, una riduzione dei carichi fiscali meno efficace. L’opzione di infischiarsene ed andare in deficit in ogni caso per finanziare la riforma ha un rischio eccessivo: se le agenzie di rating che determinano la credibilità di un titolo di debito pubblico vedono che l’Italia aumenta i deficit senza il consenso-garanzia dell’Unione, allora alzeranno il costo del servizio del debito stesso (gli interessi) rendendo ingestibile il bilancio per tale carico aggiuntivo.

Secondo, la maggiore rilevanza del debito pubblico negli europarametri metterà l’Italia sotto pressione per utilizzare più risorse allo scopo di ridurlo togliendole agli investimenti futuri. Se vi fosse un problema di emergenza, tipo dover dimezzare il debito in dieci anni per evitare un collasso dell’euro, allora dovremmo per forza accettare tale impoverimento. Ma poiché un’emergenza del genere non è nemmeno remotamente esistente non si capisce perché l’Italia dovrebbe usare tutti i suoi soldi per finanziare la riparazione dei buchi prodotti nel passato senza spenderne uno per costruirsi un futuro.

La materia sembra molto tecnica e difficile, ma in realtà è molto politica e semplice: Francia e Germania hanno trovato un modo per continuare a violare il Patto senza farsi sanzionare ed è per loro irrilevante il fatto che ciò renda l’Europa un incubo invece che un sogno per l’Italia. In realtà Parigi e Berlino non hanno come priorità quella di fare un danno così grave a Roma, pur interessate ad impedirle la riduzione delle tasse per ridurne in prospettiva la concorrenzialità fiscale, ma quella di evitare un richiamo alle regole europee che stanno violando. E’, infatti, aperta una procedura di infrazione contro di loro che se si realizzasse in condanna le costringerebbe a tagli di spesa pubblica, per rientrare nei parametri, che non saprebbero come attuare. Per questo si sono inventate il principio che il debito pubblico storico minore possa bilanciare la violazione temporanea. Probabilmente la questione si potrà aggiustare attutendo i danni detti. Ma ci sono due lezioni che dobbiamo valutare seriamente. Nel sistema europeo il mancato controllo dei costi pubblici è un fattore di vulnerabilità per gli interessi nazionali molto maggiore di quanto finora valutato. L’architettura europea non è ancora ben disegnata: invece di garantire soluzioni che tengano conto del vantaggio di tutti è permeabile all’interesse di pochi anche se danneggia gli altri.

(c) 2004 Carlo Pelanda
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