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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2004-2-16

16/2/2004

L’economia italiana è malata ma non moribonda

La questione dell’impoverimento è stata la scorsa settimana al centro delle polemiche politiche. Le sinistre hanno accusato il governo di averlo aumentato Questo ha negato l’impoverimento stesso. L’analisi oggettiva mostra che ambedue sbagliano. E’ inutile commentare sul piano tecnico le parole dei politici in clima di campagna elettorale, ma la questione interessa ai lettori sul piano pratico. Cercherò di inquadrarla realisticamente con tre chiarimenti.    

Primo, l’Italia si sta impoverendo dagli anni ’60 per un eccesso di sovietismi e disordine nel suo modello politico ed economico. Che ha impedito l’adeguamento evolutivo della competitività industriale al variare delle condizioni del mercato. Finito il boom post-bellico, da allora in poi non è mai stato possibile rinnovarlo. Così siamo da decenni in un continuo, pur lento, “discendendo”. Quando le grandi industrie del Nordovest crollarono o si contrassero (chimica, auto, grandi costruzioni e cantieri navali, computer, ecc.) presero forza trainante quelle piccole del Nordest. Ma tale sostituzione non fu in grado di bilanciare né la ricchezza né la qualità tecnologica perdute a livello di sistema complessivo. Così come la fisiologica contrazione del settore manifatturiero (perché migra in luoghi a costi minori) non fu bilanciata sufficientemente dall’emergere di quello dei servizi perché soffocato dalla forma semisovietica del nostro mercato. Il punto: certamente siamo in mezzo ad un processo di impoverimento, ma per cause di origine remota e di portata strutturale. Fatto che rende molto più grave la crisi della ricchezza in quanto tendenza storica e non semplice problema di contingenza.

Secondo, tale tendenza è peggiorata, come rilevabile nei dati, dal 1996. In quel periodo emerse il nuovo mercato globale fissando obblighi più duri efficienza economica per le nazioni, ma l’allora governo italiano non riuscì adeguare il modello alla novità e per questo cominciarono seri guai. Aggravati, poi, dalle crisi succedutesi  tra il 2001 e 2003 che ridussero la vocazione riformatrice del governo Berlusconi. Di conseguenza l’Italia si trova oggi bloccata e a rischio: il sistema di imprese è troppo indebitato e quello bancario lo regge a fatica. Il tutto complicato dalla rigidità di bilancio imposta dai requisiti dell’euro che lascia poco spazio di manovra per le stimolazioni economiche. L’eurozona, poi, non riesce a fare crescita interna per rigidità di modello e non riesce a bilanciare tale mancanza con più esportazioni perché l’euro è caduto nella trappola di un valore di cambio troppo elevato. La Bce non può abbassarlo riducendo i tassi perché la mancanza di concorrenza e l’eccesso di protezionismi  tiene elevato il rischio di inflazione. In breve, stagnazione. 

Terzo, cosa si può fare in queste condizioni? Creare nuove fonti di ricchezza a breve non è possibile. Ma per fortuna l’Italia ha una ricchezza residua nascosta che può essere immessa nel sistema solo riorganizzandola. Una parte è stata già usata intelligentemente per tamponare l’impoverimento: uso degli immobili pubblici a sollievo del bilancio, rientri forzati di capitale, miglioramenti del mercato del lavoro che hanno messo in chiaro quello in nero aumentando la massa di chi paga le tasse. Ma la parte più rilevante riguarda le nostre piccole imprese: sono ancora sufficientemente vitali per reagire attivamente ai segnali di miglioramento del ciclo e delle condizioni di profitto. I primi ci sono e ciò renderà più semplice al governo rendere maggiori le seconde.  Quindi è molto probabile che a breve riusciremo a bloccare per lo meno la caduta della ricchezza pur dovendo rimandare al futuro la sua inversione. Non è un quadro entusiasmante, ma nemmeno tale da indurre al pessimismo.  

(c) 2004 Carlo Pelanda
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