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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2004-2-9

9/2/2004

Luci e ombre nel riequlibrio tra dollaro ed euro

Il tema del cambio euro-dollaro, e il come è stato trattato nella recente riunione dei G8 in Florida, deve interessare tutti  perché se il primo resta  troppo alto le nostre imprese soffriranno e le conseguenze arriveranno fino ai portafogli di ciascuno. In particolare, l’eurozona non riesce ad agganciare la ripresa economica globale trainata dall’economia americana e dal boom cinese perché il valore di cambio non rende competitive le esportazioni denominate in euro. Quelle delle nostre imprese direttamente rivolte all’area del dollaro, ma, soprattutto, le tedesche. La Germania dipende dall’export perfino più di noi. E noi, in particolare il sistema di piccole e medie imprese dell’area adriatica,  dipendiamo massimamente dall’export verso la Germania stessa. Così l’Italia esporta meno o con più difficoltà o comunque con meno margini di guadagno sia nell’area del dollaro sia in quella dell’euro. Questa, i sintesi, è la situazione che richiede di riequilibrare urgentemente il cambio. Francia, Germania ed Italia hanno pressato gli americani per ottenerlo. Questi hanno bisogno ancora per qualche mese della svalutazione competitiva per consolidare la ripresa e hanno ribattuto agli europei di rilanciare la loro crescita interna in modo da non dipendere troppo dalla necessità di bilanciarne la mancanza con l’export. Ma gli europei sono bloccati da vincoli di bilancio e rigidità di mercato per cui non possono né a breve né a medio termine usare – come sarebbe sano fare e come gli Usa hanno fatto per invertire la crisi del 2001 -  la spesa pubblica, la riduzione delle tasse e le liberalizzazioni per stimolare l’euromercato. Inoltre la Bce non è intenzionata a ridurre i tassi perché l’inefficienza protezionista (mancanza di concorrenza) fa restare alto il rischio di inflazione. Così, mentre per gli americani la svalutazione competitiva è una delle tante leve di stimolazione disponibili, e non la principale, per gli europei è invece l’unica flessibilità possibile ed efficace nel breve e medio periodo. Alla fine tale stato di cose ha portato gli Usa ad accettare in parte le ragioni europee ed il G8 ha – tra le righe - comunicato ai mercati che i governi non permetteranno che il dollaro scenda ancora e che tra qualche mese vi sarà un riequilibrio. Probabilmente poco prima o dopo le elezioni presidenziali di novembre perché a Bush serve un’economia spinta al massimo - non lo è ancora sul piano del riassorbimento della disoccupazione - per risultare più convincente. Un compromesso, ma comunque messaggio più favorevole agli interessi europei di quello dato in un precedente vertice sei mesi fa che aveva fatto percepire al mercato la volontà americana di spingere senza limiti la svalutazione competitiva del dollaro per stimolare l’economia.  .

Ma è veramente una buona notizia? Nell’immediato sì, ma in generale no. Infatti conferma che l’eurozona non può crescere se non con l’export e con la riduzione del valore di cambio perché incapace di fare “strutturalmente” crescita interna. Con il problema che gli Usa, pur riequilibrando, non ci concederanno più nel futuro tanta libertà di svalutazione competitiva, che a loro è costata la devastazione di parecchi settori industriali invasi da merci straniere a costi imbattibili,  come fatto fino al 2002. Quindi è probabile che la sfangheremo nel 2004-2005, ma resterà l’incubo di un’economia europea che non riesce a darsi un modello economico sano. E ciò serve a dire a quegli sprovveduti che sono fieri dell’attuale euro “forte” che in realtà non lo è: un valore di cambio elevato quando l’economia sottostante è inefficiente è la peggior trappola. Se nel futuro non riformeremo l’economia reale resteremo ingabbiati come dei tordi.

(c) 2004 Carlo Pelanda
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