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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2004-1-12

12/1/2004

L’effetto crescita dei programmi spaziali

L’impegno preso da Bush di impiantare una base sulla Luna e, poi, su Marte è stato finora commentato come semplice atto di propaganda in vista delle elezioni presidenziali del novembre 2004. Ovviamente c’è questo elemento, ma vi sono altre ragioni che è utile approfondire. Anche perché lasciano ipotizzare una lieta sorpresa futura per l’industria italiana oltre che un problema di scelta per la nostra politica spaziale.

L’apertura della nuova frontiera spaziale serve all’Amministrazione per tre scopi. Il primo certamente elettorale: l’America punta di nuovo al primato assoluto mondiale non solo come potenza ordinatrice e bellica (cosa che divide l’elettorato), ma come nazione futurizzante d’avanguardia. Ciò piace alla gente. Secondo, i programmi spaziali cinesi, anche se correntemente arretrati, saranno riforniti di risorse in quantità tale da rendere loro possibile lo sbarco sulla Luna entro il 2020 e, un po’ dopo, su Marte. Tale scenario è diventato credibile non tanto in base agli annunci di Pechino, ma alla luce dei suoi progressi ed investimenti reali (stellari) nel settore. Mentre l’America, dopo il 1989, li ha ridotti all’osso, al punto che da usare tuttora gli “Shuttle” costruiti negli anni ’70 ed ’80.  Quindi si riapre di fatto la competizione tra nazioni terrestri per la conquista di “territori” extraterrestri. Dove il punto è che la tecnologia utile per farlo lo sarà anche per il dominio dell’orbita terrestre e quindi della Terra stessa. Ciò definisce la priorità strategica sul piano della sicurezza. Ma è il terzo motivo ad essere quello principale anche se complicato a dirsi in poche righe. All’America serve una novità tecnologica per far ripartire gli investimenti, tipo l’effetto Internet che c’è stato dal 1996 al 2000. All’orizzonte c’è la rivoluzione biologica e medica, ma ci vorranno ancora anni per la messa a punto di queste tecnologie e per superare i problemi di consenso. Altre novità sono scientificamnte pronte, ma il mercato non si fida ad investirci per incertezza sul piano della possibile domanda. In sintesi, manca un “programma tecnologico ponte” che permetta di trainare le nuove tecnologie. Quello spaziale sarà perfetto per tale fine perché implica un fabbisogno di tutte queste. In particolare sarà perfetto per sostenere con denaro pubblico la riforma competitiva degli Stati Uniti. L’ingegnere elettronico oggi trova più lavoro in Cina o in India che in America. Per tenerselo in casa ci vuole un programma leva che finanzi le ricerche e gli sviluppi che il mercato da solo non se la sente di fare. Andare su Luna e Marte significa creare milioni di nuovi posti di lavoro nelle altissime tecnologie per i prossimi 30 anni e così bilanciare i posti di lavoro perduti nei settori a tecnologia intermedia a causa della competizione dei Paesi emergenti. L’Europa ha lo stesso problema, ma non può sperare di trovare risorse pubbliche futurizzanti perché ne usa troppe per l’assistenzialismo. L’America, invece, ha flessibilità sia di bilancio sia di indirizzo. 

La potenza economica statunitense, dal 1945 in poi, non è stata costruita solo grazie ad un’economia liberalizzata, ma grazie ad enormi investimenti di denaro pubblico sulle nuove tecnologie che poi hanno alimentato il libero mercato di novità. In sostanza, la spesa pubblica tecnologica facilita il mercato perché gli toglie il rischio di un investimento a troppo alto rischio. Poi le industrie efficienti, una volta pagato dallo Stato lo sviluppo della novità, sanno come utilizzarla per trarne il massimo profitto. Questo specifico gioco tra denaro pubblico per l’innovazione e la ricerca di base combinati con l’efficienza economica – ed ottime università tecnologiche - ha creato il sistema più vitale e ricco del pianeta. I programmi spaziali del passato, lanciati da Kennedy all’inizio degli anni ’60 e ridottisi dall’inzio degli anni ’90 in poi, sono stati una delle componenti principali della crescita economica e tecnologica del sistema statunitense. Bush sta puntando allo stesso effetto, nuovamente. E se sarà rieletto lo farà sicuramente proprio in base a quanto detto: i soldi dello Stato compreranno tutte le idee più futurizzanti ed i loro portatori, che ora non hanno domanda, per trrasformarle in base lunare, cantiere in orbita per costruire grandi astronavi, da usare per andare più veloci e sicuri attorno a Marte e così assistere l’impianto di una colonia umana su quel pianeta.

Per noi questa eventualità non è indifferente. L’industria spaziale italiana, cosa poco nota al grande pubblico, è molto avanzata in alcuni settori: manifatturazione di satelliti, robotica spaziale, ecc. Ora soffre perché agganciata ai programmi europei (Esa) con pochi soldi. Se quelli statunitensi ripartissero a grande scala vi sarebbe l’opportunità – sicuramente invitata dagli americani stessi come successo nel passato -  di farvi parte godendo di una fetta di tali investimenti con ricaduta positiva in termini di occupazione ad alto valore intellettuale sul nostro sistema nazionale. Tale opportunità potremo valutarla alla fine dell’anno. Tra l’altro non è improbabile che se vincesse il candidato di sinistra il programma extraterrestre partirebbe in ogni caso proprio per i suoi aspetti di leva competitiva e di sicurezza militare. Quindi sarebbe utile predisporre una politica spaziale italiana che bilanci le partecipazioni europee con quelle americane in modo da poter cogliere meglio l’opportunità delle seconde.

(c) 2004 Carlo Pelanda
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