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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2003-12-22

22/12/2003

A: Colleoni o Sgaggio
La priorità della ricostruzione della fiducia

Il nostro modello di società, basato sul  capitalismo popolare, richiede una fortissima fiducia finanziaria di massa. Per produrla la politica deve mettere in priorità la produzione di “certezza”. Che incentiva il risparmiatore a muovere il capitale verso attività di impresa che poi lo aumentano complessivamente, facendo coincidere l’interesse individuale con quello collettivo. In tal senso la “fiducia” è un motore della ricchezza di massa. Se si guastasse, allora l’intera sistema andrebbe in crisi: le azioni di creazione della ricchezza non sarebbero più finanziate dal capitale, piccolo o grande, posseduto dalla gente. E con meno ricchezza creata vi sarebbe meno denaro diffuso in una spirale di “deflazione da disordine”. Questa apertura sembra un po’ astratta per un commento, ma serve a chiarire la centralità dell’ordine finanziario e il rischio di catastrofe per tutti qualora venisse a mancare.

La questione è tanto importante da non ammettere un atteggiamento normale. Per esempio, aspettiamo di capire bene cosa sia in realtà successo nei casi Cirio e Parmalat per poi formulare dei giudizi e prendere delle contromisure. Il requisito di rapida ricostruzione della fiducia, quando scossa, impone delle correzioni immediate degli errori affinché la gente si convinca  che sarà bassa nel futuro la probabilità che questi si ripetano. E tale considerazione ci porta al punto essenziale: sono successe già abbastanza cose da generare un’emergenza e la conseguente priorità di correzione. Dopo il caso Cirio, mancato rimborso dei titoli emessi da questa azienda, le istituzioni si sono mosse lentamente per assicurare che imbrogli, pasticci e mancanze creassero un altro evento del genere. Mentre dopo i crolli finanziari negli Usa, nel 2001-2002, dovuti a scandali simili  il sistema ha reagito in modo veloce e “spietato” per impedire disordini futuri, almeno di portata tale da minare la fiducia complessiva. Il caso Parmalat in Italia è purtroppo assimilabile allo scandalo della Enron sia per le modalità sia per la scala. Non occorre aspettare l’accertamento puntuale delle responsabilità per attivare le riparazioni: l’evento in se mostra che in Italia non c’è una sufficiente garanzia di ordine finanziario. Quindi la priorità politica non è quella di indagare più a fondo e solo poi agire, ma il farlo subito sulla scorta di quanto è già evidente.

Cosa lo è? La capacità di controllo è di gran lunga inferiore alla possibilità di aggirarlo. Ciò riguarda: (a) le banche nazionali ed estere che cedono alla tentazione di dare accessi al credito in forme non regolate dalla credibilità dell’operazione; (b) l’autorità di regolazione della Borsa che appare del tutto impotente; (c) regole di bilancio che permettono alle aziende non solo evasioni fiscali, ma anche il loro uso speculativo in termini di finanza acrobatica, il secondo molto più pericoloso del primo sul piano dei possibili danni sistemici. In sintesi, tutti sono coinvolti. Si può lasciare aperta la discussione su quanto il problema sia dovuto ad omissioni, imbrogli o semplice mancanza di strumenti per controllare pur volendolo fare. Infatti non ci deve essere accusa di cattiva volontà per la Banca d’Italia, la Consob ed altre istituzioni prima di aver accertato a fondo le responsabilità reali. Ma già ora è lampante che il sistema comunque non funziona anche se fosse fatto da angeli innocenti. Ecco perché il governo deve intervenire a caldo e con convincente incisività. Lo faccia già da domani con un disegno di formazione di una autorità di vigilanza di tipo finora mai esistito in Italia. Vedremo in seguito i dettagli tecnici, ma ora si può stabilire il principio: l’errore, anche grosso, non è la cosa più importante, ma lo è la velocità e la credibilità con cui lo si corregge. Al riguardo della seconda qui si auspica che non intervenga un conflitto istituzionale tra governo e Banca centrale al riguardo di chi debba attuare la vigilanza bancaria primaria. In alcuni Paesi lo fa l’autorità monetaria, in altri l’esecutivo, per esempio il regno Unito la cui formula sembra ispirare l’orientamento del nostro governo. Sembra sensato, invece, coordinare le diverse competenze di vigilanza e controllo piuttosto che crearne una nuova che si metta sopra tutto con il problema di conflitto e scarico di responsabilità tra burocrazie. Seguiremo e commenteremo le scelte del governo registrando, per il momento, che ha colto la priorità 

 Ma il problema più grosso sarà il coordinamento tra diverse autorità nazionali di controllo in un mercato globale. Proprio il caso Parmalat  svela come si possano fare trucchi contabili e finanziari ricorrendo alle zone d’ombra che questo offre. Su questo punto è più difficile dare suggerimenti per la complicazione tecnica della questione, ma si può individuare un indirizzo: alla fine il problema scoppia sul valore di Borsa di un’azienda. Quindi pare sensato invocare un coordinamento globale tra le autorità borsistiche nazionali dando loro maggiori sia poteri di indagine sia doveri di avvertimento al mercato.

Ma, in conclusione, cosa deve chiedere alla politica il cittadino della società del capitalismo di massa? Una regolazione preventiva efficace, ma che non blocchi la sperimentazione di innovazioni finanziarie. Tale possibilità di buon bilanciamento si basa principalmente dalla credibilità sul lato delle regole. Da qui la priorità di rafforzarle.

(c) 2003 Carlo Pelanda
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