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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2003-11-24

24/11/2003

La minaccia è più chiara e più grave

Il nemico sta svelando la sua vera forza, che è riuscito a tenere nascosta per più di un decennio, e solo ora ci stiamo accorgendo che questa è maggiore e più pericolosa di quanto pensassimo. In base a tale nuova consapevolezza i governi stanno rivalutando la minaccia adeguando ed estendendo le contromisure sia militari sia (geo)politiche. Ma la domanda principale riguarda il mercato. Includerà nei suoi calcoli uno scenario peggiorato oppure manterrà il relativo ottimismo degli ultimi mesi e proseguirà sulla via della ripresa?

La risposta dipende dal chiarimento sulla vera natura della guerra e del nemico. Osama Bin Laden ha costruito, dal 1989 in poi, un’organizzazione Jihadista, cioè finalizzata alla guerra santa, basata originariamente sulle brigate internazionali islamiche che combatterono i sovietici in Afghanistan negli anni ’80. Questa propose ad altri gruppi il seguente piano: (a) sostituire con nuove èlite portatrici di una variante fondamentalista islamica, il wahabitismo, i regimi moderati in tutti i Paesi dell’Islam, con lo scopo di purificarlo dalla contaminazione occidentale, questa intesa come veicolo di secolarizzazione; (b) poi, creato un grande “califfato” abitato da un miliardo e mezzo di musulmani – in Asia ed Africa – proseguire nella guerra santa contro l’Occidente per ottenere la sua sconfitta finale. Con due mezzi. Simmetrici, per dissuadere: ricatto petrolifero e costruzione, vista la scala e le risorse del “califfato”, di armamenti evoluti. Asimmetrici, per attaccare: usare le masse islamiche emigrate nei Paesi occidentali per destabilizzarli e per convertire. Per tutti gli anni ’90 Al Quaida diffuse in modi nascosti la propria organizzazione e capacità militare in circa 60 Paesi. Cioè cellule dedicate sia a predisporre la destabilizzazione dei regimi islamici moderati, con la priorità della conquista della Mecca e quindi del rovesciamento o condizionamento (in parte riuscito) della famiglia saudita sia a portare colpi terroristici contro l’America ed i suoi alleati. Le seconde sono scattate prima perché servivano degli eventi spettacolari utili a convincere altre organizzazioni dell’insorgenza islamica a porsi sotto le bandiere di Al Quaida. E si pensa che questo sia stato il vero motivo dell’attacco alle torri: mostrare la capacità di sconfiggere il gigante americano per reclutare nuovi guerrieri ed integrarne i gruppi sotto un comando unico.

Il problema nostro è che solo da poco tempo abbiamo capito – e non ancora del tutto - la vastità del piano. Per esempio, quando i talebani conquistarono l’Afghanistan nel 1996 pensammo fosse un fatto locale. Solo ora sappiamo che era un pezzo di questa strategia. Quando Saddam Hussein, a partire dal 1998, cambiò linguaggio, passando dal socialnazionalismo arabo laico (baathista) a quello della guerra santa, pensammo fosse un tentativo di trovare amici per uscire dall’isolamento. Solo alla fine del 2001 si capì che in realtà stava comunicando alle nuove èlite jihadiste la sua disponibilità ad essere parte del piano. Cioè fornire un territorio dove si potesse organizzarlo indisturbati. Questo, in realtà, è il motivo principale per cui siamo andati a bonificare sia l’Afghanistan sia l’Irak: togliere ai “guerrasantisti” islamici le basi dove poter sviluppare armi chimiche e nucleari ed istruire le forze per creare il nuovo califfato panislamico-wahabita.

Il mercato ha registrato il successo occidentale nel fare tale azione di contenimento del terrore. Ma proprio questo ha costretto Al Quaida a svelare un altro pezzo della sua forza, che voleva tenere nascosta fino al momento del miglior utilizzo – insorgenza sincronica e globale - per non perdere la capacità di reclutamento. E così abbiamo capito che ci troviamo di fronte ad almeno 40 organizzazioni terroristiche, ormai integrate e coordinate, capaci di mobilitare decine di migliaia di militanti – tra cui centinaia di guerriglieri suicidi -  sul piano globale. E abbiamo capito che il terrorismo potrebbe essere produttivo in quanto le èlite jihadiste si rivolgono a milioni di musulmani già indottrinati dal tipo di wahabismo spinto dai sauditi, a suon di miliardi di dollari, per decenni in tutto il mondo, anche se non per fini di conquista. In sintesi, l’Imam sotto casa e quello di Algeri o Amman o Rabat predicano un credo simile a quella di Bin Laden. Se il secondo riesce ad unire il suo piano con la visione predicata dal primo allora potrebbe essere non escludibile una insorgenza islamica di vaste proporzioni. Ciò definisce esattamente l’oggetto della guerra: conquistare la mente ed il cuore di un miliardo e mezzo di islamici. Il nemico ha scatenato una guerra civile entro l’Islam per poi farla a noi. Come reagirà il mercato a questa “scoperta”? Starà più attento ai singoli eventi che aumentano o riducono la  probabilità del nemico di vincere. Ciò significa che l’Occidente deve evitare assolutamente che i Paesi islamici moderati vengano destabilizzati. E la nuova strategia implica includerli nel nostro sistema di alleanza e sicurezza. La Turchia nella Ue, subito; indurre una “Ecumene” mediterranea sostenuta dall’Europa; costruire una regia globale euroaemericana per aiutare le forze moderate in ogni singolo Paese islamico. Oltre, ovviamente, a cooperare meglio per la stabilizzazione dell’Iraq, il fronte correntemente più caldo della guerra globale, ed interdire altri territori al nemico. Se il mercato vedrà l’Occidente unito muoversi in questa direzione crederà nel suo successo e continuerà a crescere. In caso contrario dovrà scontare il rischio con promessa di recessione endemica.

(c) 2003 Carlo Pelanda
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