La forza di una moneta in termini di valore di cambio sarebbe, in teoria, un’ottima notizia. Ma per l’euro non lo è. Perché l’eurozona non ha capacità di crescita propria in quanto mercato endemicamente depresso sia da tasse elevate sia da rigidità protezionistiche. E quindi ha bisogno di compensare questa inefficienza sul piano del modello interno con una grande quantità di esportazioni. Ma la debolezza del dollaro ha reso meno competitive e remunerative le merci denominate in euro. Se si considera che la Germania fa circa il 13% del suo Pil grazie all’export nell’area del dollaro e l’Italia poco meno, si può capire perché siamo in stagnazione. Con una complicazione. La moneta cinese (yuan) è dal 1994 agganciata in una sorta di parità fissa con il dollaro. Se questo scende lo fa anche la valuta cinese esasperando la competitività delle esportazioni di Pechino, già elevata per il basso costo del lavoro. In sintesi, l’inefficiente economia europea si trova stritolata da un problema di esportazione nell’area del dollaro e dalla concorrenza imbattibile delle merci cinesi. Che non sono più solo giocattoli, ma ormai oggetti a tecnologia intermedia, gli stessi che produciamo noi in Italia. Inoltre tale differenziale valutario, aggiunto a quello strutturale, sta incentivando le nostre imprese a trasferire in Asia lavoro. Fatto che aumenta l’efficienza delle aziende italiane perché abbassa i costi di produzione, ma che riduce tendenzialmente l’occupazione a casa nostra. Fenomeno, per esempio, già pesante in America. Dove sta migrando verso Cina ed India tutto il settore dell’informatica di medio livello, una delle cause del collasso economico di Silicon Valley in California. Mentre la crisi di competitività valutaria nel rapporto euro-dollaro è sostenibile per qualche tempo dagli europei, il valore troppo basso di cambio dello yuan sta diventando un fattore di crisi che richiede soluzioni non rimandabili.

Quella di far fluttuare lo yuan, rivalutandolo, è respinta con forza da Pechino impegnata nel massimo sforzo per mantenere stellare la crescita del Pil, attorno al 7-8% annuo. La Cina, impegnata in una trasformazione economica di enormi proporzioni e che coinvolge centinaia di milioni di lavoratori che stanno passando dalla campagna o dall’industria di tipo "sovietico" a quella moderna, ha indubbiamente bisogno di una tale differenziale di competitività sia per esportare quantità stratosferiche sia per attrarre investimenti diretti sul suo territorio. Infatti, pur essendo questa una posizione controcorrente, sarebbe sciocco imporre alla Cina la riduzione della sua crescita proprio mentre è in mezzo al guado (più avanti sì). Si rischierebbe di mandarla in crisi non solo economica, ma anche politica. Ed una instabilità in quel sistema potrebbe avere conseguenze drammatiche sulla stabilità dell’intero mercato globale. Ci sono altre soluzioni che permettono agli Usa ed agli europei di evitare la crisi di perdita del lavoro ed allo stesso tempo di imporre un pericoloso tappo alla crescita cinese?

Per gli europei lo scenario "tattico" migliore sarebbe quello di un rialzo del dollaro. Che darebbe due piccioni con una fava. Più export verso l’America e meno pressione da parte della Cina. Ma tale ipotesi non può realizzarsi a breve. Il dollaro tornerà fortissimo prima o poi perché l’economia sottostante è la più solida del pianeta. Ma nei prossimi mesi i flussi di capitale non seguiranno questa strada per una percezione di instabilità finanziaria del sistema americano dovuta agli alti deficit sia di bilancio sia commerciale, nonché per la paura – anche se esagerata - che quel sistema soffra di un pressione inflazionistica. Ed il problema potrebbe essere quello di un dollaro che non si rialza a sufficienza nel medio periodo pur lievitando dal suo picco negativo di questi giorni. Se ciò succedesse, combinato con il rifiuto dei cinesi di rivalutare lo yuan – compensato dalla loro disponibilità a comprare titoli del debito statunitense che pochi ora acquistano – e complicato dalla necessità di Tokyo di svalutare anche lo yen (il 30% del Pil nipponico dipende dall’export), l’eurozona sarebbe messa in una brutta trappola. Che non avrebbe soluzioni valutarie, ma solo quella "strutturale" di fare più crescita interna. Che comunque, anche se la pressione valutaria diminuisse, resta l’unica opzione veramente seria. Non si può, infatti, continuare a puntare tutta la nostra crescita solo sull’export e sull’euro basso. Ma c’è spazio per una crescita interna in Europa? Enorme. Si calcola che un’Europa sia liberalizzata sia senza barriere che ancora ostacolano la formazione del mercato unico potrebbe triplicare la crescita che fa ora portandola verso un 3-4% medio annuo con poca inflazione. E ciò la renderebbe locomotiva economica globale insieme agli Usa. Ma questo passo implica pesanti riforme del modello politico, l’abbandono dei protezionismi nazionali e l’accettazione di più concorrenza. Al momento non c’è consenso sufficiente per farlo. Tuttavia l’andamento del dollaro svela che gli americani non sono più disposti a pagare i costi sociali della sua sopravvalutazione. Quindi senza cambiamento gli europei sono comunque destinati alla crisi nel lungo termine. Ormai è un dato certo e sarebbe bene che la politica e la società se ne rendessero conto.

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Quella di far fluttuare lo yuan, rivalutandolo, è respinta con forza da Pechino impegnata nel massimo sforzo per mantenere stellare la crescita del Pil, attorno al 7-8% annuo. La Cina, impegnata in una trasformazione economica di enormi proporzioni e che coinvolge centinaia di milioni di lavoratori che stanno passando dalla campagna o dall’industria di tipo "sovietico" a quella moderna, ha indubbiamente bisogno di una tale differenziale di competitività sia per esportare quantità stratosferiche sia per attrarre investimenti diretti sul suo territorio. Infatti, pur essendo questa una posizione controcorrente, sarebbe sciocco imporre alla Cina la riduzione della sua crescita proprio mentre è in mezzo al guado (più avanti sì). Si rischierebbe di mandarla in crisi non solo economica, ma anche politica. Ed una instabilità in quel sistema potrebbe avere conseguenze drammatiche sulla stabilità dell’intero mercato globale. Ci sono altre soluzioni che permettono agli Usa ed agli europei di evitare la crisi di perdita del lavoro ed allo stesso tempo di imporre un pericoloso tappo alla crescita cinese?

Per gli europei lo scenario "tattico" migliore sarebbe quello di un rialzo del dollaro. Che darebbe due piccioni con una fava. Più export verso l’America e meno pressione da parte della Cina. Ma tale ipotesi non può realizzarsi a breve. Il dollaro tornerà fortissimo prima o poi perché l’economia sottostante è la più solida del pianeta. Ma nei prossimi mesi i flussi di capitale non seguiranno questa strada per una percezione di instabilità finanziaria del sistema americano dovuta agli alti deficit sia di bilancio sia commerciale, nonché per la paura – anche se esagerata - che quel sistema soffra di un pressione inflazionistica. Ed il problema potrebbe essere quello di un dollaro che non si rialza a sufficienza nel medio periodo pur lievitando dal suo picco negativo di questi giorni. Se ciò succedesse, combinato con il rifiuto dei cinesi di rivalutare lo yuan – compensato dalla loro disponibilità a comprare titoli del debito statunitense che pochi ora acquistano – e complicato dalla necessità di Tokyo di svalutare anche lo yen (il 30% del Pil nipponico dipende dall’export), l’eurozona sarebbe messa in una brutta trappola. Che non avrebbe soluzioni valutarie, ma solo quella "strutturale" di fare più crescita interna. Che comunque, anche se la pressione valutaria diminuisse, resta l’unica opzione veramente seria. Non si può, infatti, continuare a puntare tutta la nostra crescita solo sull’export e sull’euro basso. Ma c’è spazio per una crescita interna in Europa? Enorme. Si calcola che un’Europa sia liberalizzata sia senza barriere che ancora ostacolano la formazione del mercato unico potrebbe triplicare la crescita che fa ora portandola verso un 3-4% medio annuo con poca inflazione. E ciò la renderebbe locomotiva economica globale insieme agli Usa. Ma questo passo implica pesanti riforme del modello politico, l’abbandono dei protezionismi nazionali e l’accettazione di più concorrenza. Al momento non c’è consenso sufficiente per farlo. Tuttavia l’andamento del dollaro svela che gli americani non sono più disposti a pagare i costi sociali della sua sopravvalutazione. Quindi senza cambiamento gli europei sono comunque destinati alla crisi nel lungo termine. Ormai è un dato certo e sarebbe bene che la politica e la società se ne rendessero conto.

"/> La forza di una moneta in termini di valore di cambio sarebbe, in teoria, un’ottima notizia. Ma per l’euro non lo è. Perché l’eurozona non ha capacità di crescita propria in quanto mercato endemicamente depresso sia da tasse elevate sia da rigidità protezionistiche. E quindi ha bisogno di compensare questa inefficienza sul piano del modello interno con una grande quantità di esportazioni. Ma la debolezza del dollaro ha reso meno competitive e remunerative le merci denominate in euro. Se si considera che la Germania fa circa il 13% del suo Pil grazie all’export nell’area del dollaro e l’Italia poco meno, si può capire perché siamo in stagnazione. Con una complicazione. La moneta cinese (yuan) è dal 1994 agganciata in una sorta di parità fissa con il dollaro. Se questo scende lo fa anche la valuta cinese esasperando la competitività delle esportazioni di Pechino, già elevata per il basso costo del lavoro. In sintesi, l’inefficiente economia europea si trova stritolata da un problema di esportazione nell’area del dollaro e dalla concorrenza imbattibile delle merci cinesi. Che non sono più solo giocattoli, ma ormai oggetti a tecnologia intermedia, gli stessi che produciamo noi in Italia. Inoltre tale differenziale valutario, aggiunto a quello strutturale, sta incentivando le nostre imprese a trasferire in Asia lavoro. Fatto che aumenta l’efficienza delle aziende italiane perché abbassa i costi di produzione, ma che riduce tendenzialmente l’occupazione a casa nostra. Fenomeno, per esempio, già pesante in America. Dove sta migrando verso Cina ed India tutto il settore dell’informatica di medio livello, una delle cause del collasso economico di Silicon Valley in California. Mentre la crisi di competitività valutaria nel rapporto euro-dollaro è sostenibile per qualche tempo dagli europei, il valore troppo basso di cambio dello yuan sta diventando un fattore di crisi che richiede soluzioni non rimandabili.

Quella di far fluttuare lo yuan, rivalutandolo, è respinta con forza da Pechino impegnata nel massimo sforzo per mantenere stellare la crescita del Pil, attorno al 7-8% annuo. La Cina, impegnata in una trasformazione economica di enormi proporzioni e che coinvolge centinaia di milioni di lavoratori che stanno passando dalla campagna o dall’industria di tipo "sovietico" a quella moderna, ha indubbiamente bisogno di una tale differenziale di competitività sia per esportare quantità stratosferiche sia per attrarre investimenti diretti sul suo territorio. Infatti, pur essendo questa una posizione controcorrente, sarebbe sciocco imporre alla Cina la riduzione della sua crescita proprio mentre è in mezzo al guado (più avanti sì). Si rischierebbe di mandarla in crisi non solo economica, ma anche politica. Ed una instabilità in quel sistema potrebbe avere conseguenze drammatiche sulla stabilità dell’intero mercato globale. Ci sono altre soluzioni che permettono agli Usa ed agli europei di evitare la crisi di perdita del lavoro ed allo stesso tempo di imporre un pericoloso tappo alla crescita cinese?

Per gli europei lo scenario "tattico" migliore sarebbe quello di un rialzo del dollaro. Che darebbe due piccioni con una fava. Più export verso l’America e meno pressione da parte della Cina. Ma tale ipotesi non può realizzarsi a breve. Il dollaro tornerà fortissimo prima o poi perché l’economia sottostante è la più solida del pianeta. Ma nei prossimi mesi i flussi di capitale non seguiranno questa strada per una percezione di instabilità finanziaria del sistema americano dovuta agli alti deficit sia di bilancio sia commerciale, nonché per la paura – anche se esagerata - che quel sistema soffra di un pressione inflazionistica. Ed il problema potrebbe essere quello di un dollaro che non si rialza a sufficienza nel medio periodo pur lievitando dal suo picco negativo di questi giorni. Se ciò succedesse, combinato con il rifiuto dei cinesi di rivalutare lo yuan – compensato dalla loro disponibilità a comprare titoli del debito statunitense che pochi ora acquistano – e complicato dalla necessità di Tokyo di svalutare anche lo yen (il 30% del Pil nipponico dipende dall’export), l’eurozona sarebbe messa in una brutta trappola. Che non avrebbe soluzioni valutarie, ma solo quella "strutturale" di fare più crescita interna. Che comunque, anche se la pressione valutaria diminuisse, resta l’unica opzione veramente seria. Non si può, infatti, continuare a puntare tutta la nostra crescita solo sull’export e sull’euro basso. Ma c’è spazio per una crescita interna in Europa? Enorme. Si calcola che un’Europa sia liberalizzata sia senza barriere che ancora ostacolano la formazione del mercato unico potrebbe triplicare la crescita che fa ora portandola verso un 3-4% medio annuo con poca inflazione. E ciò la renderebbe locomotiva economica globale insieme agli Usa. Ma questo passo implica pesanti riforme del modello politico, l’abbandono dei protezionismi nazionali e l’accettazione di più concorrenza. Al momento non c’è consenso sufficiente per farlo. Tuttavia l’andamento del dollaro svela che gli americani non sono più disposti a pagare i costi sociali della sua sopravvalutazione. Quindi senza cambiamento gli europei sono comunque destinati alla crisi nel lungo termine. Ormai è un dato certo e sarebbe bene che la politica e la società se ne rendessero conto.

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2003-10-13

13/10/2003

La trappola dell’euro troppo alto

La forza di una moneta in termini di valore di cambio sarebbe, in teoria, un’ottima notizia. Ma per l’euro non lo è. Perché l’eurozona non ha capacità di crescita propria in quanto mercato endemicamente depresso sia da tasse elevate sia da rigidità protezionistiche. E quindi ha bisogno di compensare questa inefficienza sul piano del modello interno con una grande quantità di esportazioni. Ma la debolezza del dollaro ha reso meno competitive e remunerative le merci denominate in euro. Se si considera che la Germania fa circa il 13% del suo Pil grazie all’export nell’area del dollaro e l’Italia poco meno, si può capire perché siamo in stagnazione. Con una complicazione. La moneta cinese (yuan) è dal 1994 agganciata in una sorta di parità fissa con il dollaro. Se questo scende lo fa anche la valuta cinese esasperando la competitività delle esportazioni di Pechino, già elevata per il basso costo del lavoro. In sintesi, l’inefficiente economia europea si trova stritolata da un problema di esportazione nell’area del dollaro e dalla concorrenza imbattibile delle merci cinesi. Che non sono più solo giocattoli, ma ormai oggetti a tecnologia intermedia, gli stessi che produciamo noi in Italia. Inoltre tale differenziale valutario, aggiunto a quello strutturale, sta incentivando le nostre imprese a trasferire in Asia lavoro. Fatto che aumenta l’efficienza delle aziende italiane perché abbassa i costi di produzione, ma che riduce tendenzialmente l’occupazione a casa nostra. Fenomeno, per esempio, già pesante in America. Dove sta migrando verso Cina ed India tutto il settore dell’informatica di medio livello, una delle cause del collasso economico di Silicon Valley in California. Mentre la crisi di competitività valutaria nel rapporto euro-dollaro è sostenibile per qualche tempo dagli europei, il valore troppo basso di cambio dello yuan sta diventando un fattore di crisi che richiede soluzioni non rimandabili.

Quella di far fluttuare lo yuan, rivalutandolo, è respinta con forza da Pechino impegnata nel massimo sforzo per mantenere stellare la crescita del Pil, attorno al 7-8% annuo. La Cina, impegnata in una trasformazione economica di enormi proporzioni e che coinvolge centinaia di milioni di lavoratori che stanno passando dalla campagna o dall’industria di tipo "sovietico" a quella moderna, ha indubbiamente bisogno di una tale differenziale di competitività sia per esportare quantità stratosferiche sia per attrarre investimenti diretti sul suo territorio. Infatti, pur essendo questa una posizione controcorrente, sarebbe sciocco imporre alla Cina la riduzione della sua crescita proprio mentre è in mezzo al guado (più avanti sì). Si rischierebbe di mandarla in crisi non solo economica, ma anche politica. Ed una instabilità in quel sistema potrebbe avere conseguenze drammatiche sulla stabilità dell’intero mercato globale. Ci sono altre soluzioni che permettono agli Usa ed agli europei di evitare la crisi di perdita del lavoro ed allo stesso tempo di imporre un pericoloso tappo alla crescita cinese?

Per gli europei lo scenario "tattico" migliore sarebbe quello di un rialzo del dollaro. Che darebbe due piccioni con una fava. Più export verso l’America e meno pressione da parte della Cina. Ma tale ipotesi non può realizzarsi a breve. Il dollaro tornerà fortissimo prima o poi perché l’economia sottostante è la più solida del pianeta. Ma nei prossimi mesi i flussi di capitale non seguiranno questa strada per una percezione di instabilità finanziaria del sistema americano dovuta agli alti deficit sia di bilancio sia commerciale, nonché per la paura – anche se esagerata - che quel sistema soffra di un pressione inflazionistica. Ed il problema potrebbe essere quello di un dollaro che non si rialza a sufficienza nel medio periodo pur lievitando dal suo picco negativo di questi giorni. Se ciò succedesse, combinato con il rifiuto dei cinesi di rivalutare lo yuan – compensato dalla loro disponibilità a comprare titoli del debito statunitense che pochi ora acquistano – e complicato dalla necessità di Tokyo di svalutare anche lo yen (il 30% del Pil nipponico dipende dall’export), l’eurozona sarebbe messa in una brutta trappola. Che non avrebbe soluzioni valutarie, ma solo quella "strutturale" di fare più crescita interna. Che comunque, anche se la pressione valutaria diminuisse, resta l’unica opzione veramente seria. Non si può, infatti, continuare a puntare tutta la nostra crescita solo sull’export e sull’euro basso. Ma c’è spazio per una crescita interna in Europa? Enorme. Si calcola che un’Europa sia liberalizzata sia senza barriere che ancora ostacolano la formazione del mercato unico potrebbe triplicare la crescita che fa ora portandola verso un 3-4% medio annuo con poca inflazione. E ciò la renderebbe locomotiva economica globale insieme agli Usa. Ma questo passo implica pesanti riforme del modello politico, l’abbandono dei protezionismi nazionali e l’accettazione di più concorrenza. Al momento non c’è consenso sufficiente per farlo. Tuttavia l’andamento del dollaro svela che gli americani non sono più disposti a pagare i costi sociali della sua sopravvalutazione. Quindi senza cambiamento gli europei sono comunque destinati alla crisi nel lungo termine. Ormai è un dato certo e sarebbe bene che la politica e la società se ne rendessero conto.

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