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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2003-10-6

6/10/2003

Per modernizzare bisogna investire nell’istruzione

Da molto tempo la ricerca ha scoperto che più si investe sul capitale umano ed intellettuale di una nazione e più questa potrà crescere sul piano economico perché alla maggiore qualità dei lavoratori corrisponde la possibilità di modernizzare e rendere sempre più efficienti le produzioni ed il mercato. Un po’ meno nota, ma altrettanto solida, è la conseguenza sul piano della socialità dello Stato. Gli investimenti in educazione e ricerca possono sostituire le vecchie “garanzie passive” ora necessarie per tutelare i cittadini resi deboli dall’insufficiente potere cognitivo e da un sistema poco modernizzato. Più si qualifica il capitale umano e si “futurizza” la società e meno c’è bisogno di erogare garanzie redistibutive, protezioni dirette ed indirette. Infatti la nuova teoria le chiama “garanzie attive”. Vuol dire allocare progressivamente più risorse pubbliche per rendere più forte l’individuo sul piano delle capacità in modo da non doverlo tutelare nella vita matura perché incapace di adeguarsi all’evoluzione tecnica del mercato. Per essere chiari, se investo 10 oggi sull’educazione otterrò 100 in termini di ricchezza diffusa dopo qualche anno e risparmierò 80 in termini di denari pubblici allocati per sostenere i poveri. Perché ce ne saranno di meno. Tali prospettive cominciano anche ad essere inquadrate molto più precisamente sul piano dell’economia tecnica e a diventare parametri per la politica del futuro. Per esempio, qualche anno fa il presidente dell’autorità monetaria statunitense, Alan Greenspan, “certificò” di fronte al Congresso Usa la relazione tra investimento in più educazione ed aumento della produttività economica complessiva. Che, semplificando, significa più spazio per la crescita non inflazionistica, più profitti e, quindi, maggiori salari per i lavoratori. Questo per segnalarvi quanto è robusta e promettente la nuova dottrina di sviluppo del capitale umano: è la chiave per ottenere un vero capitalismo di massa. Inoltre è una garanzia vera perché finalizza la socialità dello Stato a rendere forti gli individui invece che lasciarli deboli ed assistiti.

Dopo queste parole vi aspettereste citazioni di grandi novità politiche in tale direzione. Purtroppo non ci sono. E la notizia da analizzare dovrebbe essere: come mai, ormai note le cose dette sopra in chi si occupa di politica, non vediamo una rivoluzione della conoscenza? La triste realtà mostra tre cause principali, tra le tante: (a) il governo, pur condividendo i concetti qui espressi, non ha i soldi per avviare la rivoluzione; (b) non li ha anche perché la sinistra politica e sindacale si oppone all’idea di ridurre le vecchie garanzie assistenziali per dare più soldi a quelle nuove di investimento sul capitale umano; (c) lo stato corrente della scuola è così disastroso da richiedere, prima dell’innovazione, una riparazione. Il motivo di fondo per cui non vedete nulla è la combinazione di queste tre cause. A cui vorrei aggiungere una quarta. Il sistema non riesce a muoversi verso il futuro anche perché la gente non conosce le teorie dette. E si accontenta di fornire ai figli una qualsiasi educazione e non quella che veramente servirebbe. Così non fa pressione sufficiente sulla politica affinché questa si muova lungo il sentiero futurizzante. D’altra parte i lettori hanno poca colpa: come fa una madre a sapere quale sia il vero standard per la miglior educazione del figlio? Come fa un lavoratore con insufficiente educazione a sapere che sarebbe possibile in due anni di ri-formazione dargli una qualità cognitiva tale da conquistare un nuovo valore di mercato? Nessuno glielo dice in termini precisi. E qualora glielo dicesse l’interessato non troverebbe alcuna nuova infrastruttura della conoscenza a portata di mano.

Da dove potremmo cominciare a sbloccare questa terribile situazione? Lo ho chiesto, mesi fa, al ministro Moratti in occasione di un seminario sul capitale umano. La signora, sinceramente rammaricata, ha risposto che doveva dare priorità alla riparazione del disastro ereditato in precedenza sul piano della scuola secondaria. Cioè riportare almeno al livello degli standard europei un sistema che negli ultimi dieci anni, dati oggettivi alla mano, ne è andato completamente fuori. E ha aggiunto che era oppressa dalla priorità del ministro dell’economia di stare entro i vincoli di bilancio in una situazione in cui non c’era consenso per sperimentare meno garanzie passive per finanziare quelle attive. Sono rimasto senza parole di fronte a questi fatti non modificabili a breve, ho ripiegato con tristezza i miei appunti sulla rivoluzione della conoscenza. Il resto delle mie esplorazioni ha avuto un esito simile. Con una complicazione. I docenti interpellati non mi sono sembrati, per corporativismo, propensi a dare il consenso per modernizzare le istituzioni che gestiscono. Con un particolare illuminante. Un gruppo di docenti mi scrisse una lettera di plauso dopo un articolo, su altre pagine, dove proponevo di raddoppiare i loro stipendi vista l’enorme importanza economica del lavoro che svolgevano. Ma quando, nel rispondere, ho chiarito quali standard molto più evoluti avrebbero dovuto fornire agli studenti e, quindi, a quale riqualificazione e riselezione avrebbero dovuto essere sottoposti i docenti per erogarli, questi mi hanno tolto il saluto. Amarezza. Ma spero che il condividerla serva ad avviare il cambiamento.

(c) 2003 Carlo Pelanda
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