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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2003-9-22

22/9/2003

Se non sblocchiamo l’eurosistema rischieremo l’impoverimento

I dati correnti  mostrano che l’economia dell’eurozona è alla fine o appena fuori dal picco della tendenza recessiva che ha caratterizzato il primo semestre del 2003. Pian pianino la crescita riprende. E per il terzo e quarto trimestre si prevede almeno un minimo incremento del Pil. Che, in termini annualizzati, dovrebbe aumentare tra lo 0,5 e l’1% nell’area della moneta unica, probabilmente non più dello 0,4 in Italia. Tale prospettiva stagnante certamente delude i lettori che sentono sulla loro pelle il malessere dovuto alla recessione appena provata. Con la complicazione, in Italia, di un aumento dell’inflazione. Non quella “buona”, scusandomi se chiamo in tal modo un fenomeno di erosione del potere di acquisto, ma così si tende a definire, in casi di emergenza economica,  un po’ di aumento dei prezzi dovuto alla spesa pubblica stimolativa in deficit temporaneo sia per aiutare chi è in difficoltà sia per ridurre le tasse (“buona” perché di entità minore dell’effetto crescita complessiva e riducibile appena il sistema si è ristabilizzato). Purtroppo da noi c’è quella “cattiva”, dove il mercato in difficoltà alza i prezzi sperando così, illusoriamente, di compensare i volumi decrescenti di affari: il fenomeno della stagnazione combinato con l’inflazione. E tale combinazione erode i conti e l’ottimismo delle famiglie. Non è un buon momento, anche se non c’è alcun disastro in vista. Ma l’umore nei prossimi mesi dipenderà, alla fine, dalla previsione di cosa potrà avvenire nel 2004.

Su questo piano lo scenario delle condizioni è piuttosto semplice. Gli Stati principali dell’eurozona (Francia, Germania ed Italia) non mostrano alcuna capacità di stimolare a breve le loro economie e di rafforzare la ripresa con politiche credibili di riforma nel medio periodo. I motivi sono tre: il vincolo europeo di bilancio combinato con la difficoltà di ridurre i costi pubblici ordinari; una Banca centrale europea senza missione stimolativa sul piano della politica monetaria; una mancanza di volontà politica nel cambiare le cose dovute all’elevato dissenso sociale in relazione alle riforme di efficienza. In sintesi, gli Stati nazionali non hanno più la sovranità economica per guidare l’economia, la hanno trasferita ad un sistema europeo maldisegnato – molti osservatori cominciano a chiedersi se quelli che hanno progettato il meccanismo del Patto di stabilità e le funzioni della Bce, tra il 1997 e 1999, fossero ubriachi -   e sul piano interno non c’è consenso per le politiche di efficienza. Cosa comprensibile perché quando si muta un regime di garanzie, per rendere più efficiente l’economia, bisogna attuare un finanziamento straordinario del sistema per compensare la loro riduzione. Ma senza la libertà di bilancio ciò non si può fare e le riforme diventano incubi invece che cura. E i governi nazionali appaiono del tutto impotenti, siano essi di destra o di sinistra, per uscire da questa gabbia. Tale situazione non pare possa cambiare in pochi mesi né pochi anni. Se così, l’eurozona non avrà né a breve né a medio forza per generare una robusta crescita propria.  

Quindi le nostre sorti dipenderanno dall’esterno, cioè da quanto potremo esportare di più visto che l’euromercato interno più che tanto non tirerà. E ciò ci porta dritti a valutare le probabilità di traino da parte degli Stati Uniti, il mercato principale dove scarichiamo le esportazioni. Da un lato, le prospettive americane sono piuttosto buone. La ripresa economica, lì, sta accelerando fino a portare vicino al 4% la crescita del Pil nel 2003 e oltre nel 2004. Ci vorrà ancora qualche mese prima che cominci a riassorbire la disoccupazione, ma la tendenza, dopo due false ripartenze dal 2002 in poi, sembra solida. D’altro lato il Fondo monetario ha recentemente avvertito di non contare troppo, questa volta, sul tipico fenomeno della locomotiva Usa. Probabilmente teme, con qualche ragione, i disequilibri che si stanno formando in quel sistema sottoposto ad una terapia d’urgenza per rivitalizzarlo che richiedeva di rischiare i disequilibri stessi piuttosto che la recessione endemica. Indebitamento privato delle famiglie (carte di credito) oltre la sostenibilità. Deficit pubblico ed altri sbilanciamenti, tra cui il rischio di inflazione, che potrebbero mantenere molto basso, come ora, il valore di cambio del dollaro. E ciò, in particolare, annullerebbe la competitività delle merci denominate in euro. Quindi si affaccia la possibilità, non ancora la probabilità, che l’America, pur crescendo bene e risolvendo i suoi problemi interni, tiri meno di quanto ora si pensi l’eurozona nel 2004 ed alla fine del 2003. Tradotto in cifre ciò potrebbe far restare l’eurozona ancora stagnante il prossimo anno, portando l’attesa di incremento del Pil complessivo dall’attuale 1,5% (comunque una miseria) a sotto l’1. E tale prospettiva è preoccupante perché un altro anno senza crescita indebolirebbe ancor di più le già erose capacità del nostro continente non solo di creare nuova ricchezza diffusa, ma perfino di mantenere quella esistente.

Restiamo in attesa di altri dati, ma il buon senso dovrebbe segnalare che non è più rimandabile un cambiamento sostanziale del sistema europeo e di quelli nazionali che deprimono così evidentemente la vitalità economica. Se non sblocchiamo, osando, questa volta rischiamo seriamente di impoverirci tutti.

(c) 2003 Carlo Pelanda
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