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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2003-9-8

8/9/2003

La condivisione dei costi per costruire il nuovo Irak

I costi sia militari sia per la ricostruzione dell’Irak si sono rivelati tali da rendere pressante la richiesta degli Usa di condividerli con altri Paesi. E per tale condivisione è importante, pur non necessaria, una risoluzione dell’Onu che la formalizzi. I commenti critici puntano il dito contro errori degli Usa nello stimare le difficoltà dello scenario post-bellico e ipotizzano una loro resa al linguaggio multilaterale che avevano rifiutato in precedenza. Questa immagine non è corretta. E prima di fare altre valutzioni è utile fornirne una più aderente alla realtà.

La pianificazione statunitense pre-bellica contava molto sulla possibilità di utilizzare immediatamente parte della polizia e dell’esercito irakeni per gestire il controllo e la stabilizzazione del territorio. In effetti questa previsione si è dimostrata sbagliata perché tali istituzioni si sono sciolte come neve al sole durante la guerra. Quindi gli Usa hanno dovuto provvedere a compiti di ordine interno per cui non erano preparati. In particolare, le truppe inviate in Irak sono specializzate per il combattimento puro e non per compiti di ordine interno e di presidio. Inoltre hanno pochi reparti di “polizia militare” (simile ai nostri carabinieri, che tutto il mondo ci invidia) e quindi si sono trovati senza risorse adeguate, tra cui le informazioni, per il contrasto della miniguerriglia residua e della criminalità diffusa. Questo, esattamente, è il problema. Quindi l’errore c’è stato, ma non in termini di sottovalutazione delle difficoltà di ordinamento. Ciò vuol dire che non servono necessariamente più soldati per completare la bonifica dell’Irak, ma più polizia militare e, soprattutto, la nascita di una forza interna che assolva a tale compito. Problema che è in via di soluzione: 60mila poliziotti e gendarmi irakeni sono in fase di istruzione, ma ci vorranno alcuni mesi prima che siano operativi. Il punto: non è per questo motivo specifico che serve l’aiuto internazionale, come pensato in modo erroneo da molti. E non lo è nemmeno il problema di contrastare gli infiltrati Jihadisti (terroristi islamici di diversi Paesi e gruppi, tra cui al Quaida) perché per farlo bastano le truppe speciali alleate già attive. Tra l’altro è più questione di “intelligence” che di azione militare vera e propria.

Il motivo principale è squisitamente economico in combinazione con l’apertura della campagna elettorale per le presidenziali in America (autunno 2004). Gli Usa stanno spendendo circa 4 miliardi di dollari al mese per i costi solo militari e temono di doverne impiegare 60 a breve solo per ricostruire le infrastrutture basiche della nazione: ospedali, strade, reti elettriche di comunicazione, impianti di estrazione e distribuzione del petrolio, ecc. Il primo costo, militare, è lievitato per i motivi detti sopra. Il secondo si è rivelato superiore alle previsioni perché lo stato del sistema è molto peggiore di quanto pensato. Per esempio, Saddam non ha speso un soldo per gli ospedali da dieci anni, cosa che si è potuta valutare in dettaglio solo andando a vedere in dettaglio la cosa. Ora la questione non è che l’America non abbia i denari e la volontà per spendere quanto si deve, ma la probabile ondata di dissenso  interno se lo fa. Perché pur essendoci una ripresa robusta dell’economia ci vorranno ancora, tipicamente, parecchi mesi prima che questa comporti la creazione di nuova occupazione. Anche se il 6,1% di disoccupazione pare poco agli europei abituati a numeri a due cifre, in America vuol dire milioni di persone per strada. Ed è ovvio che il pubblico statunitense si ribelli all’idea di spendere tutto per gli irakeni e niente per casa propria. Infatti la sinistra americana si è scatenata su questo punto. Ed è comprensibile che Bush non voglia perdere le elezioni per tale motivo. In sintesi, l’obiettivo americano è di ridurre di almeno un miliardo di dollari al mese la spesa militare e di dimezzare il contributo per gli investimenti di riordinamento civile. Appunto, la risoluzione Onu servirebbe, in sostanza, a questo.

Quale valutazione politica dare? Direi che sarebbe sacrosanto dare una mano agli Usa perché ciò significa fornire agli irakeni una base materiale per la costruzione della loro nuova democrazia. Sarà uno Stato federale basato grossomodo su tre regioni (Kurdistan, area sciita, area sunnita) dove le diverse etnie saranno composte in base ad un accordo di bilanciamento dei poteri. Che è stato inaugurato pochi giorni fa nel formato del governo provvisorio. Questo per dire che non sarà impossibile stabilizzare in tal modo il sistema. E tale prospettiva di una “democrazia possibile” dovrebbe eccitarci stimolando il  senso di responsabilità e non il gusto di vedere gli americani, o meglio Bush, in apparente difficoltà. In realtà la cosa si farà anche senza l’Onu. Parecchi Paesi manderebbero truppe e soldi lo stesso (l’Italia lo ha già fatto). Ma perché complicare uno scenario già difficile? Tale domanda va fatta alla Francia che vuole cogliere l’occasione per scambiare il diritto di veto all’Onu con l’accesso alle risorse petrolifere irakene, uno dei motivi per cui aveva aiutato Saddam prima e durante la guerra. Mi sembra evidente quale linea sostenere: aspettarsi che gli americani mettano il pianeta in ordine – anche a nostro beneficio – con tutti i costi a carico loro e noi spettatori pronti a gioire di qualche errore o difficoltà mi sembrerebbe una pura e semplice “imbecillità morale”.

(c) 2003 Carlo Pelanda
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