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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2003-8-25

25/8/2003

L’invecchiamento delle infrastrutture

Tutti abbiamo finora sottovalutato il problema dell’invecchiamento delle infrastrutture e degli insediamenti. Ora questo è esploso sullo spunto del recente black out negli Usa causato dall’inadeguatezza della rete di distribuzione dell’elettricità. La stampa americana è andata a cercare, nelle due settimane scorse, quali altre cose fossero vecchie ed inadeguate al punto di poter creare problemi di sicurezza. Il risultato è stato scioccante: decine di migliaia di dighe malmesse, centinaia di migliaia di ponti da rifare, una parte del sistema ferroviario alle soglie del collasso, ecc. Tradotto in soldi per rimettere a posto le cose è venuta fuori una cifra talmente enorme da lasciare sbigottiti. E si aperto un dibattito accesissimo. Che ritengo dovremo aprire anche in Italia ed Europa perché il problema appare simile: ciò che è stato costruito negli anni ’50 e ’60 ora sta arrivando ai limiti della funzionalità. Cosa facciamo?

Scenario più realistico: poiché non ci sono i soldi per mettere mano alla manutenzione e rifacimento di tutto il sistema in un colpo solo, allora si cercherà di risolvere i problemi man mano che si presentano. Dove l’attesa è che questi si verifichino gradualmente e non tutti insieme. Così si potrà spalmare il fabbisogno di rifacimento nel tempo. Appare razionale perché è realistico. Ma lo è veramente? Per rispondere in modo tecnicamente consistente dovremmo avere un censimento sulla situazione complessiva, corredato da valutazioni di stato di ogni manufatto, che non c’è. Quindi la prima raccomandazione è di farlo. Tuttavia ci vuole anche una teoria in materia che ancora non è stata sviluppata. Perché? La gran parte dei nostri insediamenti sono stati costruiti nei due decenni dopo la Seconda guerra mondiale. Fu un periodo di costruzioni diffuse come mai successo. Ed è la prima volta nella storia che abbiamo a tale scala il problema di fare i conti con una quantità enorme di sistemi costruiti che sta invecchiando. Di conseguenza sui libri non c’è molta esperienza passata in materia che possa aiutarci.

 La stessa impreparazione la si trova nella nostra cultura quotidiana. Per esempio, i bilanci dei comuni mettono  pochi soldi per le spese di manutenzione. Così come le famiglie non pongono nel loro bilancio, per dire, il rinnovamento dell’impianto elettrico di casa. Ci pensano e spendono, ovviamente, quando questo salta. In sintesi, il modo di pensare sia politico sia civile corrente tende a non incorporare i costi di manutenzione ed adeguamento di strutture ed infrastrutture nei suoi bilanci normali. C’è un motivo? Certamente, ed appare purtroppo tanto consolidato da renderne difficile la modifica. Ho dieci miliardi, due dovrei usarli per rifare un ponte che sta su per miracolo, ma dei gruppi interesse ne richiedono 12 per altre materie con forti pressioni politiche. Cosa faccio: darò a questi tutti i 10 e rimanderò al bilancio dell’anno successivo il problema del ponte. Se questo crollerà non vi saranno problemi di consenso per la sua ricostruzione modernizzata. Così come in un condominio si preferisce spesso aggiustare la vecchia cosa – che costa poco volta per volta – piuttosto che cambiarla anche se al costo elevato di questa decisione corrisponderebbe un risparmio nel tempo. Non c’è critica: tutti noi agiamo in base a priorità del momento e nel farlo non teniamo conto di una valutazione costi/benefici più razionale. E dubito che questa logica possa essere modificata da considerazioni pur capaci di dimostrarne l’inefficienza e pericolosità. 

Ma poiché per tale ragione abbiamo strade inadeguate, acquedotti che perdono, sistemi ferroviari fatiscenti, abitazioni pericolose, ecc., bisognerà trovare un modo per correggere almeno in parte una cultura incapace di razionalità prospettica. Uno certamente sarà quello di definire nuovi standard di qualità e controllo per le infrastrutture e quindi rendere obbligatoria e non facoltativa la loro manutenzione e continuo adeguamento-rifacimento. Ma per farlo la teoria economica dovrà fornire nuovi concetti: come assorbire i maggiori costi che ciò necessariamente provocherà? C’è infatti il rischio di creare o una deflazione o un’inflazione per eccesso di costi dei sistemi infrastrutturali e, in generale, dell’ambiente costruito. Perché ora tali sistemi non incorporano il costo pieno della loro piena e continua efficienza. Sarà un problema risolvibile? Fortunatamente sì. Basterà collegare tali maggiori costi al ciclo degli investimenti, cioè creare un mercato della modernizzazione continua, per evitare guai e, perfino, per trasformare il problema in una opportunità di espansione economica. Ma sono meno ottimista al riguardo della politica: riuscirà un governo nazionale o locale a riallocare la spesa a favore della manutenzione e rifacimento delle basi insediative? Il problema è che un criterio di spesa a prospettiva lunga rende evidenti i benefici dopo il tempo di un mandato politico mentre crea conflitti immediati. E quindi i politici tendono a privilegiare il breve termine. Ciò vuol dire che la modernizzazione infrastrutturale richiede una rivoluzione della cultura politica. Difficile, appunto, ma forse il dibatterne di più, e più concretamente, potrebbe migliorare le cose

(c) 2003 Carlo Pelanda
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