Parliamoci chiaro. Fanno un po’ sorridere quelli che distinguono tra recessione e ristagno dell’economia. La prima è definita convenzionalmente come decrescita del Pil in due trimestri successivi. L’Italia, quindi, è indiscutibilmente in recessione, lieve che sia. Altri commenti notano, per attutire il dato italiano, sia che lo sono anche Francia e Germania sia che ciò dipenda dal brutto ciclo globale. Se ciò è stato detto per attutire le responsabilità è sbagliato. In realtà noi siamo messi male per cause prevalentemente interne che il brutto ciclo esterno peggiora, ma non crea. Il fatto, poi, che a fine anno l’economia dell’eurozona si riprenderà perché trainata dalla ripresa americana, pur rendendo meno drammatico il dato riferito al semestre passato, non ci risolverà il problema. Perché l’Italia è in una evidente "crisi competitiva". Significa che anche se il mercato globale tira i produttori situati in Italia rischieranno di perdere quote di mercato a favore di altri perché operanti da territori che favoriscono costi minori e qualità maggiore. Appunto, è un momento in cui è necessaria un’estrema chiarezza al riguardo della realtà.

L’Italia produce per lo più beni a tecnologia media che possono essere replicati dai Paesi emergenti a costi infinatamente minori. Per tale motivo le produzioni di tessili, scarpe, mobili, sedie, componentistica meccanica, ecc. sono destinate a soffrire fino al punto di chiudere. Potranno sopravvivere solo le produzioni di qualità più elevata: ma nel seguente modo che ridurrà l’occupazione: tengo in Italia il cervello dell’azienda (ideazione, marketing, direzione strategica), ma sposto tutte le produzioni in aree emergenti a minor costo. Già succede da anni. E continuerà sempre di più. Ma non è finita. Quella parte del sistema industriale italiano che opera sulle tecnologie più elevate sta anche cedendo quote di mercato. Perché si scontra con produttori che operano in Paesi, tipo gli Stati Uniti, dove le università funzionano, con ottimi finanziamenti alla ricerca sia pubblici sia privati, i secondi permessi dagli alti profitti grazie a tasse piuttosto basse. Così la conoscenza fluisce alle imprese che la trasformano in innovazione continua. Ed in crescita elevata della produttività. Che a livello di impresa vuol dire più profitti e sul piano del sistema significa un alto potenziale di crescita non-inflazionistica. Cosa che provoca ancor più innovazione. In Italia ciò non succede: infatti alla perdita di volumi dell’industria a tecnologia intermedia da noi non corrisponde la creazione di nuova impresa ad altissima tecnologia. Ciò crea una deindustrializzazione. Le aziende storiche del Paese perdono terreno, quelle nuove non si vedono. La grande capacità degli imprenditori italiani piccoli e medi, nonché l’eroica inventiva degli artigiani, ha finora trovato rimedi a questa situazione. Ma sarà sempre più difficile farlo. Questa, in sintesi, è la concretissima realtà che sta sotto ai brutti numeri dell’economia generale. E va chiarita perché solo dando alle imprese la possibilità di competere si potrà invertire la situazione.

Per inciso, l’enfasi qui usata per rilevare quale sia il punto essenziale è una reazione a troppi discorsi tesi a nsconderlo. Per esempio, è vero che l’euro troppo alto peggiora la crisi competitiva nostra e dell’altrettanto inefficiente eurozona. Ma non è la causa prima della crisi di competitività. Così come è vero che le esportazioni dalla Cina ed altri Paesi emergenti ci stanno facendo neri, ma non è questo il vero problema. Lo è il fatto che non riusciamo a creare nuova impresa nel momento in cui quelle che non possono essere più concorrenziali perdono mercato. Come mai tali cose non si dicono con semplice chiarezza? Perché non si riesce (governo) o non si vuole (sinistre) cambiare il sistema e quindi si preferisce trovare all’esterno e non all’interno sia le cause dei suoi problemi sia le soluzioni. Le seconde, invece, sono solo interne.

Quali? C’è un’unica misura sistemica che può avere effetti stimolativi di breve periodo e strutturali: ridurre sostanzialmente le tasse alle imprese. Queste useranno i denari in più che resteranno per fare profitti e nuovi investimenti che le renderanno competitive. Tra cui la ricerca che oggi possono comprare in tutto il mondo visto che è un bene globalizzato. La riduzione di molti costi per le imprese non può essere fatta in poco tempo: del lavoro, quelli logistici dovuti all’inefficienza del nostro sistema viario, dell’energia, ecc. Ma proprio per questo bisogna abbattere al massimo ed il più presto possibile la tassazione diretta ed indiretta sulle aziende. Il governo non ho la finora fatto per timore di squilibrare i bilanci pubblici. Cosa comprensibile, anche se non condivisa da chi scrive, in una fase bassa del ciclo. Ma ora le prospettive dell’economia esterna sono nuovamente buone. Significa che nel 2004, cioè nella legge finanziaria 2003, si potrà rischiare una forte detassazione sulle aziende senza pregiudicare il gettito fiscale che serve a finanziare gli obblighi di spesa pubblica. Speriamo che il governo ritrovi lucidità e coraggio per fare questa mossa, l’unica veramente risolutiva.

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L’Italia produce per lo più beni a tecnologia media che possono essere replicati dai Paesi emergenti a costi infinatamente minori. Per tale motivo le produzioni di tessili, scarpe, mobili, sedie, componentistica meccanica, ecc. sono destinate a soffrire fino al punto di chiudere. Potranno sopravvivere solo le produzioni di qualità più elevata: ma nel seguente modo che ridurrà l’occupazione: tengo in Italia il cervello dell’azienda (ideazione, marketing, direzione strategica), ma sposto tutte le produzioni in aree emergenti a minor costo. Già succede da anni. E continuerà sempre di più. Ma non è finita. Quella parte del sistema industriale italiano che opera sulle tecnologie più elevate sta anche cedendo quote di mercato. Perché si scontra con produttori che operano in Paesi, tipo gli Stati Uniti, dove le università funzionano, con ottimi finanziamenti alla ricerca sia pubblici sia privati, i secondi permessi dagli alti profitti grazie a tasse piuttosto basse. Così la conoscenza fluisce alle imprese che la trasformano in innovazione continua. Ed in crescita elevata della produttività. Che a livello di impresa vuol dire più profitti e sul piano del sistema significa un alto potenziale di crescita non-inflazionistica. Cosa che provoca ancor più innovazione. In Italia ciò non succede: infatti alla perdita di volumi dell’industria a tecnologia intermedia da noi non corrisponde la creazione di nuova impresa ad altissima tecnologia. Ciò crea una deindustrializzazione. Le aziende storiche del Paese perdono terreno, quelle nuove non si vedono. La grande capacità degli imprenditori italiani piccoli e medi, nonché l’eroica inventiva degli artigiani, ha finora trovato rimedi a questa situazione. Ma sarà sempre più difficile farlo. Questa, in sintesi, è la concretissima realtà che sta sotto ai brutti numeri dell’economia generale. E va chiarita perché solo dando alle imprese la possibilità di competere si potrà invertire la situazione.

Per inciso, l’enfasi qui usata per rilevare quale sia il punto essenziale è una reazione a troppi discorsi tesi a nsconderlo. Per esempio, è vero che l’euro troppo alto peggiora la crisi competitiva nostra e dell’altrettanto inefficiente eurozona. Ma non è la causa prima della crisi di competitività. Così come è vero che le esportazioni dalla Cina ed altri Paesi emergenti ci stanno facendo neri, ma non è questo il vero problema. Lo è il fatto che non riusciamo a creare nuova impresa nel momento in cui quelle che non possono essere più concorrenziali perdono mercato. Come mai tali cose non si dicono con semplice chiarezza? Perché non si riesce (governo) o non si vuole (sinistre) cambiare il sistema e quindi si preferisce trovare all’esterno e non all’interno sia le cause dei suoi problemi sia le soluzioni. Le seconde, invece, sono solo interne.

Quali? C’è un’unica misura sistemica che può avere effetti stimolativi di breve periodo e strutturali: ridurre sostanzialmente le tasse alle imprese. Queste useranno i denari in più che resteranno per fare profitti e nuovi investimenti che le renderanno competitive. Tra cui la ricerca che oggi possono comprare in tutto il mondo visto che è un bene globalizzato. La riduzione di molti costi per le imprese non può essere fatta in poco tempo: del lavoro, quelli logistici dovuti all’inefficienza del nostro sistema viario, dell’energia, ecc. Ma proprio per questo bisogna abbattere al massimo ed il più presto possibile la tassazione diretta ed indiretta sulle aziende. Il governo non ho la finora fatto per timore di squilibrare i bilanci pubblici. Cosa comprensibile, anche se non condivisa da chi scrive, in una fase bassa del ciclo. Ma ora le prospettive dell’economia esterna sono nuovamente buone. Significa che nel 2004, cioè nella legge finanziaria 2003, si potrà rischiare una forte detassazione sulle aziende senza pregiudicare il gettito fiscale che serve a finanziare gli obblighi di spesa pubblica. Speriamo che il governo ritrovi lucidità e coraggio per fare questa mossa, l’unica veramente risolutiva.

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L’Italia produce per lo più beni a tecnologia media che possono essere replicati dai Paesi emergenti a costi infinatamente minori. Per tale motivo le produzioni di tessili, scarpe, mobili, sedie, componentistica meccanica, ecc. sono destinate a soffrire fino al punto di chiudere. Potranno sopravvivere solo le produzioni di qualità più elevata: ma nel seguente modo che ridurrà l’occupazione: tengo in Italia il cervello dell’azienda (ideazione, marketing, direzione strategica), ma sposto tutte le produzioni in aree emergenti a minor costo. Già succede da anni. E continuerà sempre di più. Ma non è finita. Quella parte del sistema industriale italiano che opera sulle tecnologie più elevate sta anche cedendo quote di mercato. Perché si scontra con produttori che operano in Paesi, tipo gli Stati Uniti, dove le università funzionano, con ottimi finanziamenti alla ricerca sia pubblici sia privati, i secondi permessi dagli alti profitti grazie a tasse piuttosto basse. Così la conoscenza fluisce alle imprese che la trasformano in innovazione continua. Ed in crescita elevata della produttività. Che a livello di impresa vuol dire più profitti e sul piano del sistema significa un alto potenziale di crescita non-inflazionistica. Cosa che provoca ancor più innovazione. In Italia ciò non succede: infatti alla perdita di volumi dell’industria a tecnologia intermedia da noi non corrisponde la creazione di nuova impresa ad altissima tecnologia. Ciò crea una deindustrializzazione. Le aziende storiche del Paese perdono terreno, quelle nuove non si vedono. La grande capacità degli imprenditori italiani piccoli e medi, nonché l’eroica inventiva degli artigiani, ha finora trovato rimedi a questa situazione. Ma sarà sempre più difficile farlo. Questa, in sintesi, è la concretissima realtà che sta sotto ai brutti numeri dell’economia generale. E va chiarita perché solo dando alle imprese la possibilità di competere si potrà invertire la situazione.

Per inciso, l’enfasi qui usata per rilevare quale sia il punto essenziale è una reazione a troppi discorsi tesi a nsconderlo. Per esempio, è vero che l’euro troppo alto peggiora la crisi competitiva nostra e dell’altrettanto inefficiente eurozona. Ma non è la causa prima della crisi di competitività. Così come è vero che le esportazioni dalla Cina ed altri Paesi emergenti ci stanno facendo neri, ma non è questo il vero problema. Lo è il fatto che non riusciamo a creare nuova impresa nel momento in cui quelle che non possono essere più concorrenziali perdono mercato. Come mai tali cose non si dicono con semplice chiarezza? Perché non si riesce (governo) o non si vuole (sinistre) cambiare il sistema e quindi si preferisce trovare all’esterno e non all’interno sia le cause dei suoi problemi sia le soluzioni. Le seconde, invece, sono solo interne.

Quali? C’è un’unica misura sistemica che può avere effetti stimolativi di breve periodo e strutturali: ridurre sostanzialmente le tasse alle imprese. Queste useranno i denari in più che resteranno per fare profitti e nuovi investimenti che le renderanno competitive. Tra cui la ricerca che oggi possono comprare in tutto il mondo visto che è un bene globalizzato. La riduzione di molti costi per le imprese non può essere fatta in poco tempo: del lavoro, quelli logistici dovuti all’inefficienza del nostro sistema viario, dell’energia, ecc. Ma proprio per questo bisogna abbattere al massimo ed il più presto possibile la tassazione diretta ed indiretta sulle aziende. Il governo non ho la finora fatto per timore di squilibrare i bilanci pubblici. Cosa comprensibile, anche se non condivisa da chi scrive, in una fase bassa del ciclo. Ma ora le prospettive dell’economia esterna sono nuovamente buone. Significa che nel 2004, cioè nella legge finanziaria 2003, si potrà rischiare una forte detassazione sulle aziende senza pregiudicare il gettito fiscale che serve a finanziare gli obblighi di spesa pubblica. Speriamo che il governo ritrovi lucidità e coraggio per fare questa mossa, l’unica veramente risolutiva.

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2003-8-11

11/8/2003

Crisi competitiva
L’unica soluzione è detassare le imprese

Parliamoci chiaro. Fanno un po’ sorridere quelli che distinguono tra recessione e ristagno dell’economia. La prima è definita convenzionalmente come decrescita del Pil in due trimestri successivi. L’Italia, quindi, è indiscutibilmente in recessione, lieve che sia. Altri commenti notano, per attutire il dato italiano, sia che lo sono anche Francia e Germania sia che ciò dipenda dal brutto ciclo globale. Se ciò è stato detto per attutire le responsabilità è sbagliato. In realtà noi siamo messi male per cause prevalentemente interne che il brutto ciclo esterno peggiora, ma non crea. Il fatto, poi, che a fine anno l’economia dell’eurozona si riprenderà perché trainata dalla ripresa americana, pur rendendo meno drammatico il dato riferito al semestre passato, non ci risolverà il problema. Perché l’Italia è in una evidente "crisi competitiva". Significa che anche se il mercato globale tira i produttori situati in Italia rischieranno di perdere quote di mercato a favore di altri perché operanti da territori che favoriscono costi minori e qualità maggiore. Appunto, è un momento in cui è necessaria un’estrema chiarezza al riguardo della realtà.

L’Italia produce per lo più beni a tecnologia media che possono essere replicati dai Paesi emergenti a costi infinatamente minori. Per tale motivo le produzioni di tessili, scarpe, mobili, sedie, componentistica meccanica, ecc. sono destinate a soffrire fino al punto di chiudere. Potranno sopravvivere solo le produzioni di qualità più elevata: ma nel seguente modo che ridurrà l’occupazione: tengo in Italia il cervello dell’azienda (ideazione, marketing, direzione strategica), ma sposto tutte le produzioni in aree emergenti a minor costo. Già succede da anni. E continuerà sempre di più. Ma non è finita. Quella parte del sistema industriale italiano che opera sulle tecnologie più elevate sta anche cedendo quote di mercato. Perché si scontra con produttori che operano in Paesi, tipo gli Stati Uniti, dove le università funzionano, con ottimi finanziamenti alla ricerca sia pubblici sia privati, i secondi permessi dagli alti profitti grazie a tasse piuttosto basse. Così la conoscenza fluisce alle imprese che la trasformano in innovazione continua. Ed in crescita elevata della produttività. Che a livello di impresa vuol dire più profitti e sul piano del sistema significa un alto potenziale di crescita non-inflazionistica. Cosa che provoca ancor più innovazione. In Italia ciò non succede: infatti alla perdita di volumi dell’industria a tecnologia intermedia da noi non corrisponde la creazione di nuova impresa ad altissima tecnologia. Ciò crea una deindustrializzazione. Le aziende storiche del Paese perdono terreno, quelle nuove non si vedono. La grande capacità degli imprenditori italiani piccoli e medi, nonché l’eroica inventiva degli artigiani, ha finora trovato rimedi a questa situazione. Ma sarà sempre più difficile farlo. Questa, in sintesi, è la concretissima realtà che sta sotto ai brutti numeri dell’economia generale. E va chiarita perché solo dando alle imprese la possibilità di competere si potrà invertire la situazione.

Per inciso, l’enfasi qui usata per rilevare quale sia il punto essenziale è una reazione a troppi discorsi tesi a nsconderlo. Per esempio, è vero che l’euro troppo alto peggiora la crisi competitiva nostra e dell’altrettanto inefficiente eurozona. Ma non è la causa prima della crisi di competitività. Così come è vero che le esportazioni dalla Cina ed altri Paesi emergenti ci stanno facendo neri, ma non è questo il vero problema. Lo è il fatto che non riusciamo a creare nuova impresa nel momento in cui quelle che non possono essere più concorrenziali perdono mercato. Come mai tali cose non si dicono con semplice chiarezza? Perché non si riesce (governo) o non si vuole (sinistre) cambiare il sistema e quindi si preferisce trovare all’esterno e non all’interno sia le cause dei suoi problemi sia le soluzioni. Le seconde, invece, sono solo interne.

Quali? C’è un’unica misura sistemica che può avere effetti stimolativi di breve periodo e strutturali: ridurre sostanzialmente le tasse alle imprese. Queste useranno i denari in più che resteranno per fare profitti e nuovi investimenti che le renderanno competitive. Tra cui la ricerca che oggi possono comprare in tutto il mondo visto che è un bene globalizzato. La riduzione di molti costi per le imprese non può essere fatta in poco tempo: del lavoro, quelli logistici dovuti all’inefficienza del nostro sistema viario, dell’energia, ecc. Ma proprio per questo bisogna abbattere al massimo ed il più presto possibile la tassazione diretta ed indiretta sulle aziende. Il governo non ho la finora fatto per timore di squilibrare i bilanci pubblici. Cosa comprensibile, anche se non condivisa da chi scrive, in una fase bassa del ciclo. Ma ora le prospettive dell’economia esterna sono nuovamente buone. Significa che nel 2004, cioè nella legge finanziaria 2003, si potrà rischiare una forte detassazione sulle aziende senza pregiudicare il gettito fiscale che serve a finanziare gli obblighi di spesa pubblica. Speriamo che il governo ritrovi lucidità e coraggio per fare questa mossa, l’unica veramente risolutiva.

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