Il massacro dei migranti ci riempie di indignazione e voglia di fare qualcosa per almeno limitarlo. Ma le emozioni ed i valori senza soluzioni tecniche sono parole al vento. Per questo ritengo utile, pur schematicamente, mostrare quali potrebbero essere.

Va detto subito che aprire i confini a chiunque e spendere in forma non selettiva risorse pubbliche per aiutare qualunque bisognoso del mondo non è possibile. Quindi chi invoca tale soluzione perde e fa perdere solo tempo. Resta comunque la pressione morale a trovare nell’economia e nell’ingegneria organizzativa formule più efficaci di salvazione delle popolazioni in bisogno.

Prima di tutto l’immigrato va visto come un risorsa economica, soprattutto per Paesi come l’Italia in declino demografico. Ma a quali condizioni lo è? Famiglie giovani, che decidono di diventare italiane, di fare figli da educare nella nostra civiltà. Un rapido calcolo mostra che dovremmo ogni anno ricevere dal resto del mondo almeno il doppio di questo tipo di persone per mantenere la crescita economica nel futuro nonché pagare le pensioni. Per capirci, ci servono forze fresche in misura maggiore per evitare la deflazione demografica. Tale criterio non è stato ancora ben capito e quantificato perché il tema è stato trattato ad un livello dilettantesco di analisi politica: braccio di ferro tra chi voleva per soli motivi ideologici un sistema chiuso agli immigrati e chi premeva per uno totalmente aperto. Alla fine è emerso un compromesso politichese che non tiene conto delle giuste quantità e nemmeno del tipo di immigrato che è utile.

Per esempio, l’immigrato che viene in Italia, fa qualche soldo e poi torna a casa sua ha un’utilità sistemica, ma non specifica per l’Italia. La badante ucraina o il giovane senegalese che stanno da noi per qualche anno ottengono capitale e cultura moderna. Poi tornano a casa ed usano ambedue per sviluppare un’attività. E questi diventeranno classe media imprenditoriale o élite nei Paesi in via di sviluppo. Quindi tale forma di immigrazione temporanea, pur essendo un costo, per noi è utile come contributo al ciclo di sviluppo altrove che poi ridurrà la pressione per nuove immigrazioni verso di noi. E ci fornirà mercati emergenti dove esporteremo di più i nostri prodotti. Ma tale tipo di immigrazione esce dal calcolo di quella che ci serve all’interno per pareggiare il declino demografico.

L’immigrazione più direttamente utile è quella di persone che vogliono diventare italiane, fare famiglia da noi. Considerando anche che il desiderio di riscatto dell’immigrato ne moltiplica l’attivismo economico, la voglia di fare impresa. E’ il migliore capitale umano, il Regno Unito, per esempio, è uscito dalla deindustrializzazione grazie a questo. A tale tipo di persone bisognerebbe dare, in quantità molto maggiori, la possibilità di avere la cittadinanza in tempi brevi, tre o quattro anni dopo un periodo di residenza legalizzata di prova. Più o meno il modello americano, considerando che la forza economica degli Usa dipende in buona parte dalla veloce assimilazione degli immigrati che ne pompano e ringiovaniscono l’economia. Qui il punto: averne di più e renderli velocemente nostri cittadini. Ovviamente con dei controlli di qualità (niente criminali e sbandati). Tra cui quelli di sicurezza che devono necessariamente tener conto della necessità di evitare la formazione in Italia di un enclave islamica veicolo di problemi di sicurezza. Il Paese ricevente capace di assimilare immigrati permanenti ha i massimi vantaggi. Quello che non vi riesce, che non calcola bene le quote tra permanenti e provvisori, che non prepara i sentieri di accoglienza sostenibile e che non educa l’immigrato per farlo diventare buon cittadino ottiene solo svantaggi oltre a non dare un futuro ai bisognosi. Con la complicazione di un impatto etnico che, poiché non regolato dalle funzioni assimilative, suscita controreazioni difensive o perfino razziste. L’Italia ha migliorato la sua politica di immigrazione sul piano dei controlli, ma siamo ancora lontanissimi dall’ottimo proprio per l’assenza di analisi del tipo qui fatta.

Il tema è più ampio, ovviamente, e la sua parte umanitaria è prioritaria: i flussi vanno presidiati con sistemi di sorveglianza a vasto raggio che richiedono accordi con i Paesi di partenza e più investimenti sulle tecnologie di controllo. Ma queste politiche sono già note e per applicarle serve solo il volerlo ed il finanziarle. Il punto più difficile, invece, riguarda proprio la costruzione di una formula tecnica che individui l’immigrato come "capitale umano" in tre situazioni: quello potenziale a cui si evita la migrazione dandogli più risorse nei luoghi di origine; quello temporaneo che va visto come strumento di capitalizzazione accelerata dei Paesi in via di sviluppo e futura élite degli stessi; quello assimilato che diviene forza fresca e giovane per bilanciare l’invecchiamento delle società mature. Il concetto di investimento su tale capitale per farlo fruttare meglio a tutti i tre livelli comporterà come conseguenza la riduzione della sofferenza e degli eventi di catastrofe umana. Non è materia facile, ma esistono soluzioni tecniche fattibili ispirate dai concetti che qui ho abbozzato. Speriamo che si impongano sia sul solidarismo generico sia sull’indifferenza idiota, ambedue i veri killer degli uomini senza terra.

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Va detto subito che aprire i confini a chiunque e spendere in forma non selettiva risorse pubbliche per aiutare qualunque bisognoso del mondo non è possibile. Quindi chi invoca tale soluzione perde e fa perdere solo tempo. Resta comunque la pressione morale a trovare nell’economia e nell’ingegneria organizzativa formule più efficaci di salvazione delle popolazioni in bisogno.

Prima di tutto l’immigrato va visto come un risorsa economica, soprattutto per Paesi come l’Italia in declino demografico. Ma a quali condizioni lo è? Famiglie giovani, che decidono di diventare italiane, di fare figli da educare nella nostra civiltà. Un rapido calcolo mostra che dovremmo ogni anno ricevere dal resto del mondo almeno il doppio di questo tipo di persone per mantenere la crescita economica nel futuro nonché pagare le pensioni. Per capirci, ci servono forze fresche in misura maggiore per evitare la deflazione demografica. Tale criterio non è stato ancora ben capito e quantificato perché il tema è stato trattato ad un livello dilettantesco di analisi politica: braccio di ferro tra chi voleva per soli motivi ideologici un sistema chiuso agli immigrati e chi premeva per uno totalmente aperto. Alla fine è emerso un compromesso politichese che non tiene conto delle giuste quantità e nemmeno del tipo di immigrato che è utile.

Per esempio, l’immigrato che viene in Italia, fa qualche soldo e poi torna a casa sua ha un’utilità sistemica, ma non specifica per l’Italia. La badante ucraina o il giovane senegalese che stanno da noi per qualche anno ottengono capitale e cultura moderna. Poi tornano a casa ed usano ambedue per sviluppare un’attività. E questi diventeranno classe media imprenditoriale o élite nei Paesi in via di sviluppo. Quindi tale forma di immigrazione temporanea, pur essendo un costo, per noi è utile come contributo al ciclo di sviluppo altrove che poi ridurrà la pressione per nuove immigrazioni verso di noi. E ci fornirà mercati emergenti dove esporteremo di più i nostri prodotti. Ma tale tipo di immigrazione esce dal calcolo di quella che ci serve all’interno per pareggiare il declino demografico.

L’immigrazione più direttamente utile è quella di persone che vogliono diventare italiane, fare famiglia da noi. Considerando anche che il desiderio di riscatto dell’immigrato ne moltiplica l’attivismo economico, la voglia di fare impresa. E’ il migliore capitale umano, il Regno Unito, per esempio, è uscito dalla deindustrializzazione grazie a questo. A tale tipo di persone bisognerebbe dare, in quantità molto maggiori, la possibilità di avere la cittadinanza in tempi brevi, tre o quattro anni dopo un periodo di residenza legalizzata di prova. Più o meno il modello americano, considerando che la forza economica degli Usa dipende in buona parte dalla veloce assimilazione degli immigrati che ne pompano e ringiovaniscono l’economia. Qui il punto: averne di più e renderli velocemente nostri cittadini. Ovviamente con dei controlli di qualità (niente criminali e sbandati). Tra cui quelli di sicurezza che devono necessariamente tener conto della necessità di evitare la formazione in Italia di un enclave islamica veicolo di problemi di sicurezza. Il Paese ricevente capace di assimilare immigrati permanenti ha i massimi vantaggi. Quello che non vi riesce, che non calcola bene le quote tra permanenti e provvisori, che non prepara i sentieri di accoglienza sostenibile e che non educa l’immigrato per farlo diventare buon cittadino ottiene solo svantaggi oltre a non dare un futuro ai bisognosi. Con la complicazione di un impatto etnico che, poiché non regolato dalle funzioni assimilative, suscita controreazioni difensive o perfino razziste. L’Italia ha migliorato la sua politica di immigrazione sul piano dei controlli, ma siamo ancora lontanissimi dall’ottimo proprio per l’assenza di analisi del tipo qui fatta.

Il tema è più ampio, ovviamente, e la sua parte umanitaria è prioritaria: i flussi vanno presidiati con sistemi di sorveglianza a vasto raggio che richiedono accordi con i Paesi di partenza e più investimenti sulle tecnologie di controllo. Ma queste politiche sono già note e per applicarle serve solo il volerlo ed il finanziarle. Il punto più difficile, invece, riguarda proprio la costruzione di una formula tecnica che individui l’immigrato come "capitale umano" in tre situazioni: quello potenziale a cui si evita la migrazione dandogli più risorse nei luoghi di origine; quello temporaneo che va visto come strumento di capitalizzazione accelerata dei Paesi in via di sviluppo e futura élite degli stessi; quello assimilato che diviene forza fresca e giovane per bilanciare l’invecchiamento delle società mature. Il concetto di investimento su tale capitale per farlo fruttare meglio a tutti i tre livelli comporterà come conseguenza la riduzione della sofferenza e degli eventi di catastrofe umana. Non è materia facile, ma esistono soluzioni tecniche fattibili ispirate dai concetti che qui ho abbozzato. Speriamo che si impongano sia sul solidarismo generico sia sull’indifferenza idiota, ambedue i veri killer degli uomini senza terra.

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Va detto subito che aprire i confini a chiunque e spendere in forma non selettiva risorse pubbliche per aiutare qualunque bisognoso del mondo non è possibile. Quindi chi invoca tale soluzione perde e fa perdere solo tempo. Resta comunque la pressione morale a trovare nell’economia e nell’ingegneria organizzativa formule più efficaci di salvazione delle popolazioni in bisogno.

Prima di tutto l’immigrato va visto come un risorsa economica, soprattutto per Paesi come l’Italia in declino demografico. Ma a quali condizioni lo è? Famiglie giovani, che decidono di diventare italiane, di fare figli da educare nella nostra civiltà. Un rapido calcolo mostra che dovremmo ogni anno ricevere dal resto del mondo almeno il doppio di questo tipo di persone per mantenere la crescita economica nel futuro nonché pagare le pensioni. Per capirci, ci servono forze fresche in misura maggiore per evitare la deflazione demografica. Tale criterio non è stato ancora ben capito e quantificato perché il tema è stato trattato ad un livello dilettantesco di analisi politica: braccio di ferro tra chi voleva per soli motivi ideologici un sistema chiuso agli immigrati e chi premeva per uno totalmente aperto. Alla fine è emerso un compromesso politichese che non tiene conto delle giuste quantità e nemmeno del tipo di immigrato che è utile.

Per esempio, l’immigrato che viene in Italia, fa qualche soldo e poi torna a casa sua ha un’utilità sistemica, ma non specifica per l’Italia. La badante ucraina o il giovane senegalese che stanno da noi per qualche anno ottengono capitale e cultura moderna. Poi tornano a casa ed usano ambedue per sviluppare un’attività. E questi diventeranno classe media imprenditoriale o élite nei Paesi in via di sviluppo. Quindi tale forma di immigrazione temporanea, pur essendo un costo, per noi è utile come contributo al ciclo di sviluppo altrove che poi ridurrà la pressione per nuove immigrazioni verso di noi. E ci fornirà mercati emergenti dove esporteremo di più i nostri prodotti. Ma tale tipo di immigrazione esce dal calcolo di quella che ci serve all’interno per pareggiare il declino demografico.

L’immigrazione più direttamente utile è quella di persone che vogliono diventare italiane, fare famiglia da noi. Considerando anche che il desiderio di riscatto dell’immigrato ne moltiplica l’attivismo economico, la voglia di fare impresa. E’ il migliore capitale umano, il Regno Unito, per esempio, è uscito dalla deindustrializzazione grazie a questo. A tale tipo di persone bisognerebbe dare, in quantità molto maggiori, la possibilità di avere la cittadinanza in tempi brevi, tre o quattro anni dopo un periodo di residenza legalizzata di prova. Più o meno il modello americano, considerando che la forza economica degli Usa dipende in buona parte dalla veloce assimilazione degli immigrati che ne pompano e ringiovaniscono l’economia. Qui il punto: averne di più e renderli velocemente nostri cittadini. Ovviamente con dei controlli di qualità (niente criminali e sbandati). Tra cui quelli di sicurezza che devono necessariamente tener conto della necessità di evitare la formazione in Italia di un enclave islamica veicolo di problemi di sicurezza. Il Paese ricevente capace di assimilare immigrati permanenti ha i massimi vantaggi. Quello che non vi riesce, che non calcola bene le quote tra permanenti e provvisori, che non prepara i sentieri di accoglienza sostenibile e che non educa l’immigrato per farlo diventare buon cittadino ottiene solo svantaggi oltre a non dare un futuro ai bisognosi. Con la complicazione di un impatto etnico che, poiché non regolato dalle funzioni assimilative, suscita controreazioni difensive o perfino razziste. L’Italia ha migliorato la sua politica di immigrazione sul piano dei controlli, ma siamo ancora lontanissimi dall’ottimo proprio per l’assenza di analisi del tipo qui fatta.

Il tema è più ampio, ovviamente, e la sua parte umanitaria è prioritaria: i flussi vanno presidiati con sistemi di sorveglianza a vasto raggio che richiedono accordi con i Paesi di partenza e più investimenti sulle tecnologie di controllo. Ma queste politiche sono già note e per applicarle serve solo il volerlo ed il finanziarle. Il punto più difficile, invece, riguarda proprio la costruzione di una formula tecnica che individui l’immigrato come "capitale umano" in tre situazioni: quello potenziale a cui si evita la migrazione dandogli più risorse nei luoghi di origine; quello temporaneo che va visto come strumento di capitalizzazione accelerata dei Paesi in via di sviluppo e futura élite degli stessi; quello assimilato che diviene forza fresca e giovane per bilanciare l’invecchiamento delle società mature. Il concetto di investimento su tale capitale per farlo fruttare meglio a tutti i tre livelli comporterà come conseguenza la riduzione della sofferenza e degli eventi di catastrofe umana. Non è materia facile, ma esistono soluzioni tecniche fattibili ispirate dai concetti che qui ho abbozzato. Speriamo che si impongano sia sul solidarismo generico sia sull’indifferenza idiota, ambedue i veri killer degli uomini senza terra.

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2003-3-26

26/3/2003

L’immigrazione utile

Il massacro dei migranti ci riempie di indignazione e voglia di fare qualcosa per almeno limitarlo. Ma le emozioni ed i valori senza soluzioni tecniche sono parole al vento. Per questo ritengo utile, pur schematicamente, mostrare quali potrebbero essere.

Va detto subito che aprire i confini a chiunque e spendere in forma non selettiva risorse pubbliche per aiutare qualunque bisognoso del mondo non è possibile. Quindi chi invoca tale soluzione perde e fa perdere solo tempo. Resta comunque la pressione morale a trovare nell’economia e nell’ingegneria organizzativa formule più efficaci di salvazione delle popolazioni in bisogno.

Prima di tutto l’immigrato va visto come un risorsa economica, soprattutto per Paesi come l’Italia in declino demografico. Ma a quali condizioni lo è? Famiglie giovani, che decidono di diventare italiane, di fare figli da educare nella nostra civiltà. Un rapido calcolo mostra che dovremmo ogni anno ricevere dal resto del mondo almeno il doppio di questo tipo di persone per mantenere la crescita economica nel futuro nonché pagare le pensioni. Per capirci, ci servono forze fresche in misura maggiore per evitare la deflazione demografica. Tale criterio non è stato ancora ben capito e quantificato perché il tema è stato trattato ad un livello dilettantesco di analisi politica: braccio di ferro tra chi voleva per soli motivi ideologici un sistema chiuso agli immigrati e chi premeva per uno totalmente aperto. Alla fine è emerso un compromesso politichese che non tiene conto delle giuste quantità e nemmeno del tipo di immigrato che è utile.

Per esempio, l’immigrato che viene in Italia, fa qualche soldo e poi torna a casa sua ha un’utilità sistemica, ma non specifica per l’Italia. La badante ucraina o il giovane senegalese che stanno da noi per qualche anno ottengono capitale e cultura moderna. Poi tornano a casa ed usano ambedue per sviluppare un’attività. E questi diventeranno classe media imprenditoriale o élite nei Paesi in via di sviluppo. Quindi tale forma di immigrazione temporanea, pur essendo un costo, per noi è utile come contributo al ciclo di sviluppo altrove che poi ridurrà la pressione per nuove immigrazioni verso di noi. E ci fornirà mercati emergenti dove esporteremo di più i nostri prodotti. Ma tale tipo di immigrazione esce dal calcolo di quella che ci serve all’interno per pareggiare il declino demografico.

L’immigrazione più direttamente utile è quella di persone che vogliono diventare italiane, fare famiglia da noi. Considerando anche che il desiderio di riscatto dell’immigrato ne moltiplica l’attivismo economico, la voglia di fare impresa. E’ il migliore capitale umano, il Regno Unito, per esempio, è uscito dalla deindustrializzazione grazie a questo. A tale tipo di persone bisognerebbe dare, in quantità molto maggiori, la possibilità di avere la cittadinanza in tempi brevi, tre o quattro anni dopo un periodo di residenza legalizzata di prova. Più o meno il modello americano, considerando che la forza economica degli Usa dipende in buona parte dalla veloce assimilazione degli immigrati che ne pompano e ringiovaniscono l’economia. Qui il punto: averne di più e renderli velocemente nostri cittadini. Ovviamente con dei controlli di qualità (niente criminali e sbandati). Tra cui quelli di sicurezza che devono necessariamente tener conto della necessità di evitare la formazione in Italia di un enclave islamica veicolo di problemi di sicurezza. Il Paese ricevente capace di assimilare immigrati permanenti ha i massimi vantaggi. Quello che non vi riesce, che non calcola bene le quote tra permanenti e provvisori, che non prepara i sentieri di accoglienza sostenibile e che non educa l’immigrato per farlo diventare buon cittadino ottiene solo svantaggi oltre a non dare un futuro ai bisognosi. Con la complicazione di un impatto etnico che, poiché non regolato dalle funzioni assimilative, suscita controreazioni difensive o perfino razziste. L’Italia ha migliorato la sua politica di immigrazione sul piano dei controlli, ma siamo ancora lontanissimi dall’ottimo proprio per l’assenza di analisi del tipo qui fatta.

Il tema è più ampio, ovviamente, e la sua parte umanitaria è prioritaria: i flussi vanno presidiati con sistemi di sorveglianza a vasto raggio che richiedono accordi con i Paesi di partenza e più investimenti sulle tecnologie di controllo. Ma queste politiche sono già note e per applicarle serve solo il volerlo ed il finanziarle. Il punto più difficile, invece, riguarda proprio la costruzione di una formula tecnica che individui l’immigrato come "capitale umano" in tre situazioni: quello potenziale a cui si evita la migrazione dandogli più risorse nei luoghi di origine; quello temporaneo che va visto come strumento di capitalizzazione accelerata dei Paesi in via di sviluppo e futura élite degli stessi; quello assimilato che diviene forza fresca e giovane per bilanciare l’invecchiamento delle società mature. Il concetto di investimento su tale capitale per farlo fruttare meglio a tutti i tre livelli comporterà come conseguenza la riduzione della sofferenza e degli eventi di catastrofe umana. Non è materia facile, ma esistono soluzioni tecniche fattibili ispirate dai concetti che qui ho abbozzato. Speriamo che si impongano sia sul solidarismo generico sia sull’indifferenza idiota, ambedue i veri killer degli uomini senza terra.

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