Euroscenario di sintesi. E’ utile perché con tutte le notizie che si accavallano in queste settimane si può perdere il senso di quello che sta succedendo. E di quale sia la missione della presidenza italiana di turno dell’Unione europea (fino dicembre). Tre sono i problemi principali che l’Ue deve risolvere.

Primo, trovare una riconvergenza con gli Usa dopo le divergenze esplose nell’ultimo anno. Non è pensabile, infatti, che l’America possa mettere ordine nel pianeta senza il contributo degli europei come è impensabile che i secondi possano evitare danni se i primi non ci riescono. Questo principio è passato ed ha arginato la divergenza. Quindi non ci sarà una crisi nelle relazioni euroamericane come molti temevano o, con certa superficialità, auspicavano. Per inciso, il concetto di "mai contro l’America" è stato ribadito da un’appello pubblicato su Le Monde sabato scorso da 17 autorità morali europee, di destra e sinistra, da Kohl ad Amato. da Schmidt a Barre. Dove la firma più simbolicamente importante è quella di Giscard D’Estaing, presidente della costituente europea che ha appena terminato i lavori. Quindi la crisi di divergenza è stata riparata sul piano dei linguaggi generali anche se siamo ancora lontani nel trovare convergenze operative e concrete su quelli di dettaglio. Potranno venire solo dalla cooperazione per singoli casi, il più importante quello di un’azione comune nel teatro mediorientale. Berlusconi sta tentando di confezionarla, le prospettive sono buone.

Secondo, risolvere il problema di euroarchitettura in bilico tra permanenza delle sovranità nazionali e requisito di una maggiore integrazione sovranazionale. La convenzione europea appena varata è un buon passo in avanti. Ma non è credibile che nei prossimi dieci o quindici anni possa diventare uno Stato confederale. Le unioni politiche tra nazioni si formano attraverso idee o azioni forti. La spinta integratrice europea lo è abbastanza, ma non al punto da creare un motivo urgente per la fusione. L’America, nel 1776 unì i propri Stati con l’idea fortissima dell’indipendenza e su una base culturale e linguistica comune. L’Unione europea non è in tali condizioni. Quindi l’integrazione deve procedere per consenso basato sulla chiarezza del vantaggio nazionale nel cedere sovranità ad un’entità superiore. E la cosa sarà lunga. Complicata da una tendenza a costruire una UE a 30 membri. Lo si farà, ma chi spera di avere in poco tempo una vera unione politica è un illuso, cosa che in geopolitica è atteggiamento pericoloso perché crea disastri da velleitarismo. La presidenza italiana ha preso un’impostazione realistica: trovare un miglior equilibrio evolutivo tra dimensione sovranazionale e nazionale piuttosto che cercare di affermare la prima a scapito – impossibile – della seconda. E per questo avrà un buon successo, simbolicamente reso dalla firma del nuovo Trattato di Roma, nel 2004, che farà fare all’integrazione eurorazionale un passo in più.

Il terzo problema è quello chiave, risolti i primi due che determinano la stabilità complessiva a cornice dell’eurosistema: una disastrosa situazione economica dovuta ad un modello politico di welfare troppo pesante nella quasi impossibilità di ottenere il consenso sociale per riformarlo nei tre Paesi - Francia, Germania ed Italia - dove produce il peggior effetto depressivo. Chi scrive sostenne nel 1996 e 97 che prima di fare la moneta unica gli Stati avrebbero dovuto liberalizzare le loro economie, aprirle di più e rendere sostenibili i loro apparati di garanzie economiche allo scopo di non trasferire le singole inefficienze all’Unione intera. Ciò non è avvenuto e l’eurozona è un disastro economico endemico, pur a degenerazione lenta. Ora la ricetta che ogni Stato pulisca casa sua non può più essere applicata sul piano tecnico. Quindi la nuova ricerca è quella di vedere come la dimensione europea possa contribuire alle riforme di efficienza nei singoli Stati, con certa omogeneità. La riforma europea delle pensioni sarà uno dei primi banchi di prova. Ma tale sviluppo non potrà realizzarsi in tempi brevi. Qui il governo italiano potrà dare solo un contributo di impostazione entro, per altro, un consenso già emerso da parte delle altre nazioni, tutte impegnate con disperazione a ridurre i costi statali e ad incrementare la crescita. Un altro contributo, invece, sarà più necessario ed urgente, cioè da organizzarsi in mesi e non in anni: creare una leva paneuropea per dare impulso ad una crescita economica soffocata da un mercato troppo rigido. La buona notizia è che sta passando una notevole idea di Tremonti: usare la Banca europea degli investimenti (Bei) come garante per la raccolta di capitale privato utile a finanziare per circa 70 miliardi di euro le nuove infrastrutture continentali. Tra cui alcune in Italia, assolutamente necessarie come le ferrovie e strade ovest-est. L’idea è di prendere due piccioni con una fava. Creare infrastrutture modernizzanti, utili alla crescita futura, ma con un impatto su quella a breve grazie alla movimentazione di grandi lavori pubblici in tutta Europa. Non facendo nuovo debito pubblico, ma garantendo con l’europotere pubblico investimenti privati a credito. Potrebbe funzionare e sarebbe il primo caso di grande progetto economico realmente paneuropeo.

In conclusione, gli europroblemi sono ancora aperti, ma soluzioni pratiche e razionali sono in moto. Buon motivo per essere ottimisti.

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Primo, trovare una riconvergenza con gli Usa dopo le divergenze esplose nell’ultimo anno. Non è pensabile, infatti, che l’America possa mettere ordine nel pianeta senza il contributo degli europei come è impensabile che i secondi possano evitare danni se i primi non ci riescono. Questo principio è passato ed ha arginato la divergenza. Quindi non ci sarà una crisi nelle relazioni euroamericane come molti temevano o, con certa superficialità, auspicavano. Per inciso, il concetto di "mai contro l’America" è stato ribadito da un’appello pubblicato su Le Monde sabato scorso da 17 autorità morali europee, di destra e sinistra, da Kohl ad Amato. da Schmidt a Barre. Dove la firma più simbolicamente importante è quella di Giscard D’Estaing, presidente della costituente europea che ha appena terminato i lavori. Quindi la crisi di divergenza è stata riparata sul piano dei linguaggi generali anche se siamo ancora lontani nel trovare convergenze operative e concrete su quelli di dettaglio. Potranno venire solo dalla cooperazione per singoli casi, il più importante quello di un’azione comune nel teatro mediorientale. Berlusconi sta tentando di confezionarla, le prospettive sono buone.

Secondo, risolvere il problema di euroarchitettura in bilico tra permanenza delle sovranità nazionali e requisito di una maggiore integrazione sovranazionale. La convenzione europea appena varata è un buon passo in avanti. Ma non è credibile che nei prossimi dieci o quindici anni possa diventare uno Stato confederale. Le unioni politiche tra nazioni si formano attraverso idee o azioni forti. La spinta integratrice europea lo è abbastanza, ma non al punto da creare un motivo urgente per la fusione. L’America, nel 1776 unì i propri Stati con l’idea fortissima dell’indipendenza e su una base culturale e linguistica comune. L’Unione europea non è in tali condizioni. Quindi l’integrazione deve procedere per consenso basato sulla chiarezza del vantaggio nazionale nel cedere sovranità ad un’entità superiore. E la cosa sarà lunga. Complicata da una tendenza a costruire una UE a 30 membri. Lo si farà, ma chi spera di avere in poco tempo una vera unione politica è un illuso, cosa che in geopolitica è atteggiamento pericoloso perché crea disastri da velleitarismo. La presidenza italiana ha preso un’impostazione realistica: trovare un miglior equilibrio evolutivo tra dimensione sovranazionale e nazionale piuttosto che cercare di affermare la prima a scapito – impossibile – della seconda. E per questo avrà un buon successo, simbolicamente reso dalla firma del nuovo Trattato di Roma, nel 2004, che farà fare all’integrazione eurorazionale un passo in più.

Il terzo problema è quello chiave, risolti i primi due che determinano la stabilità complessiva a cornice dell’eurosistema: una disastrosa situazione economica dovuta ad un modello politico di welfare troppo pesante nella quasi impossibilità di ottenere il consenso sociale per riformarlo nei tre Paesi - Francia, Germania ed Italia - dove produce il peggior effetto depressivo. Chi scrive sostenne nel 1996 e 97 che prima di fare la moneta unica gli Stati avrebbero dovuto liberalizzare le loro economie, aprirle di più e rendere sostenibili i loro apparati di garanzie economiche allo scopo di non trasferire le singole inefficienze all’Unione intera. Ciò non è avvenuto e l’eurozona è un disastro economico endemico, pur a degenerazione lenta. Ora la ricetta che ogni Stato pulisca casa sua non può più essere applicata sul piano tecnico. Quindi la nuova ricerca è quella di vedere come la dimensione europea possa contribuire alle riforme di efficienza nei singoli Stati, con certa omogeneità. La riforma europea delle pensioni sarà uno dei primi banchi di prova. Ma tale sviluppo non potrà realizzarsi in tempi brevi. Qui il governo italiano potrà dare solo un contributo di impostazione entro, per altro, un consenso già emerso da parte delle altre nazioni, tutte impegnate con disperazione a ridurre i costi statali e ad incrementare la crescita. Un altro contributo, invece, sarà più necessario ed urgente, cioè da organizzarsi in mesi e non in anni: creare una leva paneuropea per dare impulso ad una crescita economica soffocata da un mercato troppo rigido. La buona notizia è che sta passando una notevole idea di Tremonti: usare la Banca europea degli investimenti (Bei) come garante per la raccolta di capitale privato utile a finanziare per circa 70 miliardi di euro le nuove infrastrutture continentali. Tra cui alcune in Italia, assolutamente necessarie come le ferrovie e strade ovest-est. L’idea è di prendere due piccioni con una fava. Creare infrastrutture modernizzanti, utili alla crescita futura, ma con un impatto su quella a breve grazie alla movimentazione di grandi lavori pubblici in tutta Europa. Non facendo nuovo debito pubblico, ma garantendo con l’europotere pubblico investimenti privati a credito. Potrebbe funzionare e sarebbe il primo caso di grande progetto economico realmente paneuropeo.

In conclusione, gli europroblemi sono ancora aperti, ma soluzioni pratiche e razionali sono in moto. Buon motivo per essere ottimisti.

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Primo, trovare una riconvergenza con gli Usa dopo le divergenze esplose nell’ultimo anno. Non è pensabile, infatti, che l’America possa mettere ordine nel pianeta senza il contributo degli europei come è impensabile che i secondi possano evitare danni se i primi non ci riescono. Questo principio è passato ed ha arginato la divergenza. Quindi non ci sarà una crisi nelle relazioni euroamericane come molti temevano o, con certa superficialità, auspicavano. Per inciso, il concetto di "mai contro l’America" è stato ribadito da un’appello pubblicato su Le Monde sabato scorso da 17 autorità morali europee, di destra e sinistra, da Kohl ad Amato. da Schmidt a Barre. Dove la firma più simbolicamente importante è quella di Giscard D’Estaing, presidente della costituente europea che ha appena terminato i lavori. Quindi la crisi di divergenza è stata riparata sul piano dei linguaggi generali anche se siamo ancora lontani nel trovare convergenze operative e concrete su quelli di dettaglio. Potranno venire solo dalla cooperazione per singoli casi, il più importante quello di un’azione comune nel teatro mediorientale. Berlusconi sta tentando di confezionarla, le prospettive sono buone.

Secondo, risolvere il problema di euroarchitettura in bilico tra permanenza delle sovranità nazionali e requisito di una maggiore integrazione sovranazionale. La convenzione europea appena varata è un buon passo in avanti. Ma non è credibile che nei prossimi dieci o quindici anni possa diventare uno Stato confederale. Le unioni politiche tra nazioni si formano attraverso idee o azioni forti. La spinta integratrice europea lo è abbastanza, ma non al punto da creare un motivo urgente per la fusione. L’America, nel 1776 unì i propri Stati con l’idea fortissima dell’indipendenza e su una base culturale e linguistica comune. L’Unione europea non è in tali condizioni. Quindi l’integrazione deve procedere per consenso basato sulla chiarezza del vantaggio nazionale nel cedere sovranità ad un’entità superiore. E la cosa sarà lunga. Complicata da una tendenza a costruire una UE a 30 membri. Lo si farà, ma chi spera di avere in poco tempo una vera unione politica è un illuso, cosa che in geopolitica è atteggiamento pericoloso perché crea disastri da velleitarismo. La presidenza italiana ha preso un’impostazione realistica: trovare un miglior equilibrio evolutivo tra dimensione sovranazionale e nazionale piuttosto che cercare di affermare la prima a scapito – impossibile – della seconda. E per questo avrà un buon successo, simbolicamente reso dalla firma del nuovo Trattato di Roma, nel 2004, che farà fare all’integrazione eurorazionale un passo in più.

Il terzo problema è quello chiave, risolti i primi due che determinano la stabilità complessiva a cornice dell’eurosistema: una disastrosa situazione economica dovuta ad un modello politico di welfare troppo pesante nella quasi impossibilità di ottenere il consenso sociale per riformarlo nei tre Paesi - Francia, Germania ed Italia - dove produce il peggior effetto depressivo. Chi scrive sostenne nel 1996 e 97 che prima di fare la moneta unica gli Stati avrebbero dovuto liberalizzare le loro economie, aprirle di più e rendere sostenibili i loro apparati di garanzie economiche allo scopo di non trasferire le singole inefficienze all’Unione intera. Ciò non è avvenuto e l’eurozona è un disastro economico endemico, pur a degenerazione lenta. Ora la ricetta che ogni Stato pulisca casa sua non può più essere applicata sul piano tecnico. Quindi la nuova ricerca è quella di vedere come la dimensione europea possa contribuire alle riforme di efficienza nei singoli Stati, con certa omogeneità. La riforma europea delle pensioni sarà uno dei primi banchi di prova. Ma tale sviluppo non potrà realizzarsi in tempi brevi. Qui il governo italiano potrà dare solo un contributo di impostazione entro, per altro, un consenso già emerso da parte delle altre nazioni, tutte impegnate con disperazione a ridurre i costi statali e ad incrementare la crescita. Un altro contributo, invece, sarà più necessario ed urgente, cioè da organizzarsi in mesi e non in anni: creare una leva paneuropea per dare impulso ad una crescita economica soffocata da un mercato troppo rigido. La buona notizia è che sta passando una notevole idea di Tremonti: usare la Banca europea degli investimenti (Bei) come garante per la raccolta di capitale privato utile a finanziare per circa 70 miliardi di euro le nuove infrastrutture continentali. Tra cui alcune in Italia, assolutamente necessarie come le ferrovie e strade ovest-est. L’idea è di prendere due piccioni con una fava. Creare infrastrutture modernizzanti, utili alla crescita futura, ma con un impatto su quella a breve grazie alla movimentazione di grandi lavori pubblici in tutta Europa. Non facendo nuovo debito pubblico, ma garantendo con l’europotere pubblico investimenti privati a credito. Potrebbe funzionare e sarebbe il primo caso di grande progetto economico realmente paneuropeo.

In conclusione, gli europroblemi sono ancora aperti, ma soluzioni pratiche e razionali sono in moto. Buon motivo per essere ottimisti.

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2003-6-15

15/6/2003

Tre europassi in avanti

Euroscenario di sintesi. E’ utile perché con tutte le notizie che si accavallano in queste settimane si può perdere il senso di quello che sta succedendo. E di quale sia la missione della presidenza italiana di turno dell’Unione europea (fino dicembre). Tre sono i problemi principali che l’Ue deve risolvere.

Primo, trovare una riconvergenza con gli Usa dopo le divergenze esplose nell’ultimo anno. Non è pensabile, infatti, che l’America possa mettere ordine nel pianeta senza il contributo degli europei come è impensabile che i secondi possano evitare danni se i primi non ci riescono. Questo principio è passato ed ha arginato la divergenza. Quindi non ci sarà una crisi nelle relazioni euroamericane come molti temevano o, con certa superficialità, auspicavano. Per inciso, il concetto di "mai contro l’America" è stato ribadito da un’appello pubblicato su Le Monde sabato scorso da 17 autorità morali europee, di destra e sinistra, da Kohl ad Amato. da Schmidt a Barre. Dove la firma più simbolicamente importante è quella di Giscard D’Estaing, presidente della costituente europea che ha appena terminato i lavori. Quindi la crisi di divergenza è stata riparata sul piano dei linguaggi generali anche se siamo ancora lontani nel trovare convergenze operative e concrete su quelli di dettaglio. Potranno venire solo dalla cooperazione per singoli casi, il più importante quello di un’azione comune nel teatro mediorientale. Berlusconi sta tentando di confezionarla, le prospettive sono buone.

Secondo, risolvere il problema di euroarchitettura in bilico tra permanenza delle sovranità nazionali e requisito di una maggiore integrazione sovranazionale. La convenzione europea appena varata è un buon passo in avanti. Ma non è credibile che nei prossimi dieci o quindici anni possa diventare uno Stato confederale. Le unioni politiche tra nazioni si formano attraverso idee o azioni forti. La spinta integratrice europea lo è abbastanza, ma non al punto da creare un motivo urgente per la fusione. L’America, nel 1776 unì i propri Stati con l’idea fortissima dell’indipendenza e su una base culturale e linguistica comune. L’Unione europea non è in tali condizioni. Quindi l’integrazione deve procedere per consenso basato sulla chiarezza del vantaggio nazionale nel cedere sovranità ad un’entità superiore. E la cosa sarà lunga. Complicata da una tendenza a costruire una UE a 30 membri. Lo si farà, ma chi spera di avere in poco tempo una vera unione politica è un illuso, cosa che in geopolitica è atteggiamento pericoloso perché crea disastri da velleitarismo. La presidenza italiana ha preso un’impostazione realistica: trovare un miglior equilibrio evolutivo tra dimensione sovranazionale e nazionale piuttosto che cercare di affermare la prima a scapito – impossibile – della seconda. E per questo avrà un buon successo, simbolicamente reso dalla firma del nuovo Trattato di Roma, nel 2004, che farà fare all’integrazione eurorazionale un passo in più.

Il terzo problema è quello chiave, risolti i primi due che determinano la stabilità complessiva a cornice dell’eurosistema: una disastrosa situazione economica dovuta ad un modello politico di welfare troppo pesante nella quasi impossibilità di ottenere il consenso sociale per riformarlo nei tre Paesi - Francia, Germania ed Italia - dove produce il peggior effetto depressivo. Chi scrive sostenne nel 1996 e 97 che prima di fare la moneta unica gli Stati avrebbero dovuto liberalizzare le loro economie, aprirle di più e rendere sostenibili i loro apparati di garanzie economiche allo scopo di non trasferire le singole inefficienze all’Unione intera. Ciò non è avvenuto e l’eurozona è un disastro economico endemico, pur a degenerazione lenta. Ora la ricetta che ogni Stato pulisca casa sua non può più essere applicata sul piano tecnico. Quindi la nuova ricerca è quella di vedere come la dimensione europea possa contribuire alle riforme di efficienza nei singoli Stati, con certa omogeneità. La riforma europea delle pensioni sarà uno dei primi banchi di prova. Ma tale sviluppo non potrà realizzarsi in tempi brevi. Qui il governo italiano potrà dare solo un contributo di impostazione entro, per altro, un consenso già emerso da parte delle altre nazioni, tutte impegnate con disperazione a ridurre i costi statali e ad incrementare la crescita. Un altro contributo, invece, sarà più necessario ed urgente, cioè da organizzarsi in mesi e non in anni: creare una leva paneuropea per dare impulso ad una crescita economica soffocata da un mercato troppo rigido. La buona notizia è che sta passando una notevole idea di Tremonti: usare la Banca europea degli investimenti (Bei) come garante per la raccolta di capitale privato utile a finanziare per circa 70 miliardi di euro le nuove infrastrutture continentali. Tra cui alcune in Italia, assolutamente necessarie come le ferrovie e strade ovest-est. L’idea è di prendere due piccioni con una fava. Creare infrastrutture modernizzanti, utili alla crescita futura, ma con un impatto su quella a breve grazie alla movimentazione di grandi lavori pubblici in tutta Europa. Non facendo nuovo debito pubblico, ma garantendo con l’europotere pubblico investimenti privati a credito. Potrebbe funzionare e sarebbe il primo caso di grande progetto economico realmente paneuropeo.

In conclusione, gli europroblemi sono ancora aperti, ma soluzioni pratiche e razionali sono in moto. Buon motivo per essere ottimisti.

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