Oggi inizia la visita di Berlusconi in Israele, Giordania ed Egitto. Questa data segna l’avvio di un ruolo attivo e primario dell’Italia nel processo di pacificazione del Mediterraneo. Il nostro Paese, in realtà, è sempre stato molto attivo nell’area e con una linea equilibrata, indipendentemente dall’alternarsi dei governi. Tuttavia, negli anni scorsi per Roma è stato difficile conciliare il suo interesse mediterraneo con quello di essere allo stesso tempo parte di una politica estera integrata dell’Unione Europea. Perché l’interesse nazionale tedesco era ed è quello di non farsi troppo coinvolgere a "sud", per evitare rischi, e di sancire per l’Ue la priorità delle politiche ad est, in contrasto con quelle a sud per l’allocazione delle risorse, di vantaggio più ravvicinato per Berlino. L’interesse nazionale francese metteva e mette in priorità la politica mediterranea, ma in modi del tutto sbilanciati a favore degli interessi islamici, nell’ambito di una strategia dove l’alleanza con questi è ritenuta utile per bilanciare lo strapotere americano. Per tali motivi l’Italia si è trovata per qualche anno appiattita su una politica europea più filopalestinese che equilibrata con l’impossibilità di convincere tutto l’enorme potenziale della Ue a mettere in priorità una Pax Mediterranea finale. Ora tale interesse potremo esprimerlo meglio.

L’Italia ha la presidenza di turno della Ue. Il nostro Primo ministro ha ricevuto da Bush la richiesta di seguire direttamente ed aiutare il processo di pace, nonché, implicitamente, di far convergere Usa ed Ue sulla materia. Ma non è solo per questo che Roma potrà svolgere un ruolo primario nel Mediterraneo. Nell’ultimo anno Israele ha riconosciuto l’Italia come unico Paese europeo che possa agire come interlocutore serio senza che ciò abbia pregiudicato l’analoga percezione da parte dei Paesi islamici nei nostri confronti. E tale posizione di mediatore privilegiato ci mette oggettivamente al centro della geopolitica mediterranea. E rende realistica la definizione di un nostro interesse nazionale fino ad ora considerato ambizione velleitaria: far cadere il muro del Mediterraneo e rendere questa area un mercato finalmente stabilizzato. Interesse che è utile capire meglio.

La Pax Mediterranea significa aprire di più ai traffici la costa sud. Essendo noi la cerniera tra questa ed il mercato europeo è evidente che ci porterà vantaggi enormi sul piano geoeconomico. In particolare al nostro Meridione che da sempre soffre la mancanza di un vero mercato mediterraneo. Inoltre la pace nel settore mediorentale darebbe il via ad un potenziale di crescita finora soffocato dalle guerre. Molti scenari tecnici indicano nella combinazione tra modernità tecnologica ed economica di Israele e la necessità di sviluppo dell’area araba circostante, capitalizzata dai proventi del petrolio, un fattore che potrebbe rendere questa zona quella a più alta crescita del pianeta e così vitalizzare tutto il circondario, noi in mezzo. Il vantaggio è così chiaro da aver influenzato una svolta del nostro governo quando si sono realizzate le condizioni, dette sopra, per poterla fare: d’ora in poi l’Italia svolgerà un ruolo primario ed attivo nel bacino.

Ma cosa potrà realmente fare? Il negoziato di pace tra israeliani e palestinesi è messo a rischio dal fatto che nei secondi rimane irrisolta la questione di chi comanda. Arafat, non più credibile, ha dovuto malvolentieri accettare Abu Mazen – considerato più credibile nel voler la pace – come primo ministro. Ma tale scelta è tattica ed il primo aspetta solo una buona occasione per sabotare il secondo, facendo così fallire il negoziato. Poiché la Ue continua a ritenere Arafat un interlocutore (lo hanno appena ribadito, per esempio, il francese De Villepen ed il commissario per la politica estera europea Solana volendolo incontrare) è chiaro che tale posizione danneggia la pacificazione. Un primo passo utile sarebbe quello di portare la Ue su una linea politica più equilibrata smettendo di dare supporto ad Arafat. Cioè dichiarare come interlocutore chi dimostra di essere un vero pacificatore, senza ambiguità. E Arafat, nessuno può negarlo, di ambiguità ne ha dimostrata fin troppa. Il fatto che Berlusconi, come presidente di turno della Ue, non abbia in programma di incontrare Arafat, ancora presidente dell’Anp mentre Abu Mazen ne è primo ministro, diventato tale per pressione dei moderati palestinesi e degli americani, sarà un primo buon segnale che l’estremismo palestinese non troverà più sponda negli europei.

Un secondo contributo potrebbe essere quello di aiutare gli americani, ordinatori principali dello scacchiere, ad aprire una pacificazione parallela tra Siria ed Israele, nonché con il Libano che la prima domina. Per gli israeliani tale iniziativa ha perfino più valore della pace con i palestinesi. Perché aprirebbe loro le strade che permetterebbero più scambi economici con la Turchia via terra e con il "nuovo" Irak. Più si avanza su questa seconda "Road Map" e più Israele sarà disposta ad accettare costi pesanti nel percorso dell’altra. E la Siria, per non parlare del Libano, hanno un bisogno disperato di sviluppo. Secondo me l’Italia e gli europei possono fare moltissimo, persino più degli Usa, per abbattere questo muro. Vedremo, per intanto è utile segnalare che dopo decenni di passività l’Italia è finalmente attiva nel mare da cui dipende la sua ricchezza.

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L’Italia ha la presidenza di turno della Ue. Il nostro Primo ministro ha ricevuto da Bush la richiesta di seguire direttamente ed aiutare il processo di pace, nonché, implicitamente, di far convergere Usa ed Ue sulla materia. Ma non è solo per questo che Roma potrà svolgere un ruolo primario nel Mediterraneo. Nell’ultimo anno Israele ha riconosciuto l’Italia come unico Paese europeo che possa agire come interlocutore serio senza che ciò abbia pregiudicato l’analoga percezione da parte dei Paesi islamici nei nostri confronti. E tale posizione di mediatore privilegiato ci mette oggettivamente al centro della geopolitica mediterranea. E rende realistica la definizione di un nostro interesse nazionale fino ad ora considerato ambizione velleitaria: far cadere il muro del Mediterraneo e rendere questa area un mercato finalmente stabilizzato. Interesse che è utile capire meglio.

La Pax Mediterranea significa aprire di più ai traffici la costa sud. Essendo noi la cerniera tra questa ed il mercato europeo è evidente che ci porterà vantaggi enormi sul piano geoeconomico. In particolare al nostro Meridione che da sempre soffre la mancanza di un vero mercato mediterraneo. Inoltre la pace nel settore mediorentale darebbe il via ad un potenziale di crescita finora soffocato dalle guerre. Molti scenari tecnici indicano nella combinazione tra modernità tecnologica ed economica di Israele e la necessità di sviluppo dell’area araba circostante, capitalizzata dai proventi del petrolio, un fattore che potrebbe rendere questa zona quella a più alta crescita del pianeta e così vitalizzare tutto il circondario, noi in mezzo. Il vantaggio è così chiaro da aver influenzato una svolta del nostro governo quando si sono realizzate le condizioni, dette sopra, per poterla fare: d’ora in poi l’Italia svolgerà un ruolo primario ed attivo nel bacino.

Ma cosa potrà realmente fare? Il negoziato di pace tra israeliani e palestinesi è messo a rischio dal fatto che nei secondi rimane irrisolta la questione di chi comanda. Arafat, non più credibile, ha dovuto malvolentieri accettare Abu Mazen – considerato più credibile nel voler la pace – come primo ministro. Ma tale scelta è tattica ed il primo aspetta solo una buona occasione per sabotare il secondo, facendo così fallire il negoziato. Poiché la Ue continua a ritenere Arafat un interlocutore (lo hanno appena ribadito, per esempio, il francese De Villepen ed il commissario per la politica estera europea Solana volendolo incontrare) è chiaro che tale posizione danneggia la pacificazione. Un primo passo utile sarebbe quello di portare la Ue su una linea politica più equilibrata smettendo di dare supporto ad Arafat. Cioè dichiarare come interlocutore chi dimostra di essere un vero pacificatore, senza ambiguità. E Arafat, nessuno può negarlo, di ambiguità ne ha dimostrata fin troppa. Il fatto che Berlusconi, come presidente di turno della Ue, non abbia in programma di incontrare Arafat, ancora presidente dell’Anp mentre Abu Mazen ne è primo ministro, diventato tale per pressione dei moderati palestinesi e degli americani, sarà un primo buon segnale che l’estremismo palestinese non troverà più sponda negli europei.

Un secondo contributo potrebbe essere quello di aiutare gli americani, ordinatori principali dello scacchiere, ad aprire una pacificazione parallela tra Siria ed Israele, nonché con il Libano che la prima domina. Per gli israeliani tale iniziativa ha perfino più valore della pace con i palestinesi. Perché aprirebbe loro le strade che permetterebbero più scambi economici con la Turchia via terra e con il "nuovo" Irak. Più si avanza su questa seconda "Road Map" e più Israele sarà disposta ad accettare costi pesanti nel percorso dell’altra. E la Siria, per non parlare del Libano, hanno un bisogno disperato di sviluppo. Secondo me l’Italia e gli europei possono fare moltissimo, persino più degli Usa, per abbattere questo muro. Vedremo, per intanto è utile segnalare che dopo decenni di passività l’Italia è finalmente attiva nel mare da cui dipende la sua ricchezza.

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L’Italia ha la presidenza di turno della Ue. Il nostro Primo ministro ha ricevuto da Bush la richiesta di seguire direttamente ed aiutare il processo di pace, nonché, implicitamente, di far convergere Usa ed Ue sulla materia. Ma non è solo per questo che Roma potrà svolgere un ruolo primario nel Mediterraneo. Nell’ultimo anno Israele ha riconosciuto l’Italia come unico Paese europeo che possa agire come interlocutore serio senza che ciò abbia pregiudicato l’analoga percezione da parte dei Paesi islamici nei nostri confronti. E tale posizione di mediatore privilegiato ci mette oggettivamente al centro della geopolitica mediterranea. E rende realistica la definizione di un nostro interesse nazionale fino ad ora considerato ambizione velleitaria: far cadere il muro del Mediterraneo e rendere questa area un mercato finalmente stabilizzato. Interesse che è utile capire meglio.

La Pax Mediterranea significa aprire di più ai traffici la costa sud. Essendo noi la cerniera tra questa ed il mercato europeo è evidente che ci porterà vantaggi enormi sul piano geoeconomico. In particolare al nostro Meridione che da sempre soffre la mancanza di un vero mercato mediterraneo. Inoltre la pace nel settore mediorentale darebbe il via ad un potenziale di crescita finora soffocato dalle guerre. Molti scenari tecnici indicano nella combinazione tra modernità tecnologica ed economica di Israele e la necessità di sviluppo dell’area araba circostante, capitalizzata dai proventi del petrolio, un fattore che potrebbe rendere questa zona quella a più alta crescita del pianeta e così vitalizzare tutto il circondario, noi in mezzo. Il vantaggio è così chiaro da aver influenzato una svolta del nostro governo quando si sono realizzate le condizioni, dette sopra, per poterla fare: d’ora in poi l’Italia svolgerà un ruolo primario ed attivo nel bacino.

Ma cosa potrà realmente fare? Il negoziato di pace tra israeliani e palestinesi è messo a rischio dal fatto che nei secondi rimane irrisolta la questione di chi comanda. Arafat, non più credibile, ha dovuto malvolentieri accettare Abu Mazen – considerato più credibile nel voler la pace – come primo ministro. Ma tale scelta è tattica ed il primo aspetta solo una buona occasione per sabotare il secondo, facendo così fallire il negoziato. Poiché la Ue continua a ritenere Arafat un interlocutore (lo hanno appena ribadito, per esempio, il francese De Villepen ed il commissario per la politica estera europea Solana volendolo incontrare) è chiaro che tale posizione danneggia la pacificazione. Un primo passo utile sarebbe quello di portare la Ue su una linea politica più equilibrata smettendo di dare supporto ad Arafat. Cioè dichiarare come interlocutore chi dimostra di essere un vero pacificatore, senza ambiguità. E Arafat, nessuno può negarlo, di ambiguità ne ha dimostrata fin troppa. Il fatto che Berlusconi, come presidente di turno della Ue, non abbia in programma di incontrare Arafat, ancora presidente dell’Anp mentre Abu Mazen ne è primo ministro, diventato tale per pressione dei moderati palestinesi e degli americani, sarà un primo buon segnale che l’estremismo palestinese non troverà più sponda negli europei.

Un secondo contributo potrebbe essere quello di aiutare gli americani, ordinatori principali dello scacchiere, ad aprire una pacificazione parallela tra Siria ed Israele, nonché con il Libano che la prima domina. Per gli israeliani tale iniziativa ha perfino più valore della pace con i palestinesi. Perché aprirebbe loro le strade che permetterebbero più scambi economici con la Turchia via terra e con il "nuovo" Irak. Più si avanza su questa seconda "Road Map" e più Israele sarà disposta ad accettare costi pesanti nel percorso dell’altra. E la Siria, per non parlare del Libano, hanno un bisogno disperato di sviluppo. Secondo me l’Italia e gli europei possono fare moltissimo, persino più degli Usa, per abbattere questo muro. Vedremo, per intanto è utile segnalare che dopo decenni di passività l’Italia è finalmente attiva nel mare da cui dipende la sua ricchezza.

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2003-6-9

9/6/2003

Pax Mediterranea

Oggi inizia la visita di Berlusconi in Israele, Giordania ed Egitto. Questa data segna l’avvio di un ruolo attivo e primario dell’Italia nel processo di pacificazione del Mediterraneo. Il nostro Paese, in realtà, è sempre stato molto attivo nell’area e con una linea equilibrata, indipendentemente dall’alternarsi dei governi. Tuttavia, negli anni scorsi per Roma è stato difficile conciliare il suo interesse mediterraneo con quello di essere allo stesso tempo parte di una politica estera integrata dell’Unione Europea. Perché l’interesse nazionale tedesco era ed è quello di non farsi troppo coinvolgere a "sud", per evitare rischi, e di sancire per l’Ue la priorità delle politiche ad est, in contrasto con quelle a sud per l’allocazione delle risorse, di vantaggio più ravvicinato per Berlino. L’interesse nazionale francese metteva e mette in priorità la politica mediterranea, ma in modi del tutto sbilanciati a favore degli interessi islamici, nell’ambito di una strategia dove l’alleanza con questi è ritenuta utile per bilanciare lo strapotere americano. Per tali motivi l’Italia si è trovata per qualche anno appiattita su una politica europea più filopalestinese che equilibrata con l’impossibilità di convincere tutto l’enorme potenziale della Ue a mettere in priorità una Pax Mediterranea finale. Ora tale interesse potremo esprimerlo meglio.

L’Italia ha la presidenza di turno della Ue. Il nostro Primo ministro ha ricevuto da Bush la richiesta di seguire direttamente ed aiutare il processo di pace, nonché, implicitamente, di far convergere Usa ed Ue sulla materia. Ma non è solo per questo che Roma potrà svolgere un ruolo primario nel Mediterraneo. Nell’ultimo anno Israele ha riconosciuto l’Italia come unico Paese europeo che possa agire come interlocutore serio senza che ciò abbia pregiudicato l’analoga percezione da parte dei Paesi islamici nei nostri confronti. E tale posizione di mediatore privilegiato ci mette oggettivamente al centro della geopolitica mediterranea. E rende realistica la definizione di un nostro interesse nazionale fino ad ora considerato ambizione velleitaria: far cadere il muro del Mediterraneo e rendere questa area un mercato finalmente stabilizzato. Interesse che è utile capire meglio.

La Pax Mediterranea significa aprire di più ai traffici la costa sud. Essendo noi la cerniera tra questa ed il mercato europeo è evidente che ci porterà vantaggi enormi sul piano geoeconomico. In particolare al nostro Meridione che da sempre soffre la mancanza di un vero mercato mediterraneo. Inoltre la pace nel settore mediorentale darebbe il via ad un potenziale di crescita finora soffocato dalle guerre. Molti scenari tecnici indicano nella combinazione tra modernità tecnologica ed economica di Israele e la necessità di sviluppo dell’area araba circostante, capitalizzata dai proventi del petrolio, un fattore che potrebbe rendere questa zona quella a più alta crescita del pianeta e così vitalizzare tutto il circondario, noi in mezzo. Il vantaggio è così chiaro da aver influenzato una svolta del nostro governo quando si sono realizzate le condizioni, dette sopra, per poterla fare: d’ora in poi l’Italia svolgerà un ruolo primario ed attivo nel bacino.

Ma cosa potrà realmente fare? Il negoziato di pace tra israeliani e palestinesi è messo a rischio dal fatto che nei secondi rimane irrisolta la questione di chi comanda. Arafat, non più credibile, ha dovuto malvolentieri accettare Abu Mazen – considerato più credibile nel voler la pace – come primo ministro. Ma tale scelta è tattica ed il primo aspetta solo una buona occasione per sabotare il secondo, facendo così fallire il negoziato. Poiché la Ue continua a ritenere Arafat un interlocutore (lo hanno appena ribadito, per esempio, il francese De Villepen ed il commissario per la politica estera europea Solana volendolo incontrare) è chiaro che tale posizione danneggia la pacificazione. Un primo passo utile sarebbe quello di portare la Ue su una linea politica più equilibrata smettendo di dare supporto ad Arafat. Cioè dichiarare come interlocutore chi dimostra di essere un vero pacificatore, senza ambiguità. E Arafat, nessuno può negarlo, di ambiguità ne ha dimostrata fin troppa. Il fatto che Berlusconi, come presidente di turno della Ue, non abbia in programma di incontrare Arafat, ancora presidente dell’Anp mentre Abu Mazen ne è primo ministro, diventato tale per pressione dei moderati palestinesi e degli americani, sarà un primo buon segnale che l’estremismo palestinese non troverà più sponda negli europei.

Un secondo contributo potrebbe essere quello di aiutare gli americani, ordinatori principali dello scacchiere, ad aprire una pacificazione parallela tra Siria ed Israele, nonché con il Libano che la prima domina. Per gli israeliani tale iniziativa ha perfino più valore della pace con i palestinesi. Perché aprirebbe loro le strade che permetterebbero più scambi economici con la Turchia via terra e con il "nuovo" Irak. Più si avanza su questa seconda "Road Map" e più Israele sarà disposta ad accettare costi pesanti nel percorso dell’altra. E la Siria, per non parlare del Libano, hanno un bisogno disperato di sviluppo. Secondo me l’Italia e gli europei possono fare moltissimo, persino più degli Usa, per abbattere questo muro. Vedremo, per intanto è utile segnalare che dopo decenni di passività l’Italia è finalmente attiva nel mare da cui dipende la sua ricchezza.

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