A prima vista la riunione annuale dei G8 ad Evian e la concentrazione di leader mondiali per le celebrazioni dei trecento anni di San Pietroburgo appaiono il solito rito. I diversi lati dell’Occidente – americani, europei, russi (nuova entrata dopo il 1991) e giapponesi – sanno che non possono litigare oltre misura tra loro dati i tanti interessi comuni, ma non per questo vanno d’accordo al punto di poter costruire un nucleo coeso di gestione comune del pianeta. In bilico tra convergenza necessaria, ma impossibile da realizzarsi in dettaglio, rinnovano un rito di amicizia vuoto di progetti concreti, pur roboanti le intenzioni programmatiche, in particolare ad Evian. Dove i cronisti cercano di individuare aspetti piccanti quali l’atteggiamento di Bush nei confronti di Chirac per capire quanto l’America vorrà punire la Francia per l’atteggiamento pesantemente filo Saddam tenuto durante la crisi dell’Iraq. Sarebbe questo un rendiconto corretto in relazione ai movimenti in corso sulla scena internazionale? Penso di no, c’è parecchio di più dietro le quinte.

L’America non ha nessuna intenzione punitiva perché il suo interesse, diversamente dalle analisi facilone dei frettolosi, non è quello di agire come impero globale con il problema di allineare con le brutte gli alleati come vassalli. Anzi, nei think tank americani che operano a contatto con il governo è ben chiaro il pericolo di un tale sviluppo. Gli Usa sono strapotenti, ma le loro enormi risorse non sono sufficienti ad ordinare tutto il pianeta. Dove "ordinamento" significa rendere stabile la base su cui possa svilupparsi un mercato realmente globale, foriero di ricchezza per tutte le nazioni. Evidentemente, per inciso, chi non condivide l’idea che la globalizzazione porti ricchezza a tutti – come invece risulta dai dati rilevati in modi metodologicamente corretti - non sente il problema di come organizzare una missione di ordinamento con tale scopo. A costoro va solo ricordato che senza una globalizzazione funzionante vi sarebbe la metà dei posti di lavoro oggi disponibili. Liquidati questi, resta il problema vero: quale formula di alleanza potrà avere la capacità di rendere possibile una funzione di governo mondiale economicamente e militarmente sostenibile. Gli eventi diplomatici in corso in questi giorni vanno valutati in relazione a questo problema, primario.

La sensazione è che l’America voglia costringere i potenziali alleati – europei e russi – a prendere delle decisioni. Perché finora i secondi si sono messi in una posizione passiva: l’America intervenga per ripristinare la sicurezza, faccia girare la locomotiva economica che traina i vagoni globali, noi seguiremo, valutando volta per volta quanto partecipare agli sforzi in base ai nostri interessi. Quindi la priorità per Bush, in questi mesi, è quella di stanare i possibili partner da tale posizione che mette gli Usa in seria difficoltà. Da un lato devono intervenire per forza sulle instabilità relative alla sicurezza (area islamica, proliferazione nucleare di potenze emergenti, ecc.) perché la loro degenerazione avrebbe costi catastrofici. Dall’altra cadono nella trappola dell’unilateralismo, e dei costi pesantissimi dovuti all’agire da soli, perché gli alleati sono recalcitranti a condividere lo sforzo. Poi c’è un secondo problema tanto rilevante quanto il primo. L’America non può più operare come locomotiva unica per tutto il mercato globale ed europei e nipponici devono fare la loro parte. Come? Liberalizzando le loro economie interne in modo che possano crescere di più e tirare le esportazioni globali sottraendo in parte il treno statunitense da questa fatica di traino. Per sbloccare ambedue i problemi Bush ha scelto la strategia di parlare con i fatti e non con le formule diplomatiche usuali. Per esempio, il valore di cambio del dollaro è stato lasciato scivolare – pur in parte fenomeno dovuto a fattori di mercato inintenzionali – anche per esportare deflazione sia in Europa sia in Giappone. Cioè per impedire a queste due economie di usare l’export verso l’area del dollaro come bilanciamento dell’inefficienza interna. Con il dollaro basso o si riduce il costo del denaro e si libera il mercato oppure si entra in recessione. Messaggio secco e preciso. Aggiungerei sacrosanto. Sul piano geopolitico Bush sta comunicando agli alleati che l’America andrà comunque avanti da sola pur sapendo per prima che avrà bisogno di aiuti per raggiungere i risultati di ordinamento: pace in Palestina, pressione per eliminare le fonti del terrorismo, ecc. Quasi volesse dire: ho un bisogno matto di voi, ma sono pronto a tentare comunque se voi non ci state o ponete dei vincoli inaccettabili per starci. Molti commentatori non si sono accorti di tale situazione delicatissima (per gli americani) e la interpretano come un atto di imperalismo unilaterale da parte statunitense. Ma non è così. Il tentativo è proprio quello di spingere gli alleati a cooperare, attraverso l’attivismo comunque e dovunque, per farli decidere con chiarezza, una volta tanto. I vertici di San Pietroburgo e di Evian sono stati segnati da questa strategia americana. Risultati? Qualcosa si è mosso. Gli europei ed i russi si sono resi conto che gli americani fanno sul serio e che stavolta non potranno restare passivi né in materia di sicurezza globale né tantomeno, i primi, sul piano economico. Nel prossimo futuro vedremo se porterà a delle conseguenze.

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L’America non ha nessuna intenzione punitiva perché il suo interesse, diversamente dalle analisi facilone dei frettolosi, non è quello di agire come impero globale con il problema di allineare con le brutte gli alleati come vassalli. Anzi, nei think tank americani che operano a contatto con il governo è ben chiaro il pericolo di un tale sviluppo. Gli Usa sono strapotenti, ma le loro enormi risorse non sono sufficienti ad ordinare tutto il pianeta. Dove "ordinamento" significa rendere stabile la base su cui possa svilupparsi un mercato realmente globale, foriero di ricchezza per tutte le nazioni. Evidentemente, per inciso, chi non condivide l’idea che la globalizzazione porti ricchezza a tutti – come invece risulta dai dati rilevati in modi metodologicamente corretti - non sente il problema di come organizzare una missione di ordinamento con tale scopo. A costoro va solo ricordato che senza una globalizzazione funzionante vi sarebbe la metà dei posti di lavoro oggi disponibili. Liquidati questi, resta il problema vero: quale formula di alleanza potrà avere la capacità di rendere possibile una funzione di governo mondiale economicamente e militarmente sostenibile. Gli eventi diplomatici in corso in questi giorni vanno valutati in relazione a questo problema, primario.

La sensazione è che l’America voglia costringere i potenziali alleati – europei e russi – a prendere delle decisioni. Perché finora i secondi si sono messi in una posizione passiva: l’America intervenga per ripristinare la sicurezza, faccia girare la locomotiva economica che traina i vagoni globali, noi seguiremo, valutando volta per volta quanto partecipare agli sforzi in base ai nostri interessi. Quindi la priorità per Bush, in questi mesi, è quella di stanare i possibili partner da tale posizione che mette gli Usa in seria difficoltà. Da un lato devono intervenire per forza sulle instabilità relative alla sicurezza (area islamica, proliferazione nucleare di potenze emergenti, ecc.) perché la loro degenerazione avrebbe costi catastrofici. Dall’altra cadono nella trappola dell’unilateralismo, e dei costi pesantissimi dovuti all’agire da soli, perché gli alleati sono recalcitranti a condividere lo sforzo. Poi c’è un secondo problema tanto rilevante quanto il primo. L’America non può più operare come locomotiva unica per tutto il mercato globale ed europei e nipponici devono fare la loro parte. Come? Liberalizzando le loro economie interne in modo che possano crescere di più e tirare le esportazioni globali sottraendo in parte il treno statunitense da questa fatica di traino. Per sbloccare ambedue i problemi Bush ha scelto la strategia di parlare con i fatti e non con le formule diplomatiche usuali. Per esempio, il valore di cambio del dollaro è stato lasciato scivolare – pur in parte fenomeno dovuto a fattori di mercato inintenzionali – anche per esportare deflazione sia in Europa sia in Giappone. Cioè per impedire a queste due economie di usare l’export verso l’area del dollaro come bilanciamento dell’inefficienza interna. Con il dollaro basso o si riduce il costo del denaro e si libera il mercato oppure si entra in recessione. Messaggio secco e preciso. Aggiungerei sacrosanto. Sul piano geopolitico Bush sta comunicando agli alleati che l’America andrà comunque avanti da sola pur sapendo per prima che avrà bisogno di aiuti per raggiungere i risultati di ordinamento: pace in Palestina, pressione per eliminare le fonti del terrorismo, ecc. Quasi volesse dire: ho un bisogno matto di voi, ma sono pronto a tentare comunque se voi non ci state o ponete dei vincoli inaccettabili per starci. Molti commentatori non si sono accorti di tale situazione delicatissima (per gli americani) e la interpretano come un atto di imperalismo unilaterale da parte statunitense. Ma non è così. Il tentativo è proprio quello di spingere gli alleati a cooperare, attraverso l’attivismo comunque e dovunque, per farli decidere con chiarezza, una volta tanto. I vertici di San Pietroburgo e di Evian sono stati segnati da questa strategia americana. Risultati? Qualcosa si è mosso. Gli europei ed i russi si sono resi conto che gli americani fanno sul serio e che stavolta non potranno restare passivi né in materia di sicurezza globale né tantomeno, i primi, sul piano economico. Nel prossimo futuro vedremo se porterà a delle conseguenze.

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L’America non ha nessuna intenzione punitiva perché il suo interesse, diversamente dalle analisi facilone dei frettolosi, non è quello di agire come impero globale con il problema di allineare con le brutte gli alleati come vassalli. Anzi, nei think tank americani che operano a contatto con il governo è ben chiaro il pericolo di un tale sviluppo. Gli Usa sono strapotenti, ma le loro enormi risorse non sono sufficienti ad ordinare tutto il pianeta. Dove "ordinamento" significa rendere stabile la base su cui possa svilupparsi un mercato realmente globale, foriero di ricchezza per tutte le nazioni. Evidentemente, per inciso, chi non condivide l’idea che la globalizzazione porti ricchezza a tutti – come invece risulta dai dati rilevati in modi metodologicamente corretti - non sente il problema di come organizzare una missione di ordinamento con tale scopo. A costoro va solo ricordato che senza una globalizzazione funzionante vi sarebbe la metà dei posti di lavoro oggi disponibili. Liquidati questi, resta il problema vero: quale formula di alleanza potrà avere la capacità di rendere possibile una funzione di governo mondiale economicamente e militarmente sostenibile. Gli eventi diplomatici in corso in questi giorni vanno valutati in relazione a questo problema, primario.

La sensazione è che l’America voglia costringere i potenziali alleati – europei e russi – a prendere delle decisioni. Perché finora i secondi si sono messi in una posizione passiva: l’America intervenga per ripristinare la sicurezza, faccia girare la locomotiva economica che traina i vagoni globali, noi seguiremo, valutando volta per volta quanto partecipare agli sforzi in base ai nostri interessi. Quindi la priorità per Bush, in questi mesi, è quella di stanare i possibili partner da tale posizione che mette gli Usa in seria difficoltà. Da un lato devono intervenire per forza sulle instabilità relative alla sicurezza (area islamica, proliferazione nucleare di potenze emergenti, ecc.) perché la loro degenerazione avrebbe costi catastrofici. Dall’altra cadono nella trappola dell’unilateralismo, e dei costi pesantissimi dovuti all’agire da soli, perché gli alleati sono recalcitranti a condividere lo sforzo. Poi c’è un secondo problema tanto rilevante quanto il primo. L’America non può più operare come locomotiva unica per tutto il mercato globale ed europei e nipponici devono fare la loro parte. Come? Liberalizzando le loro economie interne in modo che possano crescere di più e tirare le esportazioni globali sottraendo in parte il treno statunitense da questa fatica di traino. Per sbloccare ambedue i problemi Bush ha scelto la strategia di parlare con i fatti e non con le formule diplomatiche usuali. Per esempio, il valore di cambio del dollaro è stato lasciato scivolare – pur in parte fenomeno dovuto a fattori di mercato inintenzionali – anche per esportare deflazione sia in Europa sia in Giappone. Cioè per impedire a queste due economie di usare l’export verso l’area del dollaro come bilanciamento dell’inefficienza interna. Con il dollaro basso o si riduce il costo del denaro e si libera il mercato oppure si entra in recessione. Messaggio secco e preciso. Aggiungerei sacrosanto. Sul piano geopolitico Bush sta comunicando agli alleati che l’America andrà comunque avanti da sola pur sapendo per prima che avrà bisogno di aiuti per raggiungere i risultati di ordinamento: pace in Palestina, pressione per eliminare le fonti del terrorismo, ecc. Quasi volesse dire: ho un bisogno matto di voi, ma sono pronto a tentare comunque se voi non ci state o ponete dei vincoli inaccettabili per starci. Molti commentatori non si sono accorti di tale situazione delicatissima (per gli americani) e la interpretano come un atto di imperalismo unilaterale da parte statunitense. Ma non è così. Il tentativo è proprio quello di spingere gli alleati a cooperare, attraverso l’attivismo comunque e dovunque, per farli decidere con chiarezza, una volta tanto. I vertici di San Pietroburgo e di Evian sono stati segnati da questa strategia americana. Risultati? Qualcosa si è mosso. Gli europei ed i russi si sono resi conto che gli americani fanno sul serio e che stavolta non potranno restare passivi né in materia di sicurezza globale né tantomeno, i primi, sul piano economico. Nel prossimo futuro vedremo se porterà a delle conseguenze.

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2003-6-2

2/6/2003

La pressione di Bush (Bush push)

A prima vista la riunione annuale dei G8 ad Evian e la concentrazione di leader mondiali per le celebrazioni dei trecento anni di San Pietroburgo appaiono il solito rito. I diversi lati dell’Occidente – americani, europei, russi (nuova entrata dopo il 1991) e giapponesi – sanno che non possono litigare oltre misura tra loro dati i tanti interessi comuni, ma non per questo vanno d’accordo al punto di poter costruire un nucleo coeso di gestione comune del pianeta. In bilico tra convergenza necessaria, ma impossibile da realizzarsi in dettaglio, rinnovano un rito di amicizia vuoto di progetti concreti, pur roboanti le intenzioni programmatiche, in particolare ad Evian. Dove i cronisti cercano di individuare aspetti piccanti quali l’atteggiamento di Bush nei confronti di Chirac per capire quanto l’America vorrà punire la Francia per l’atteggiamento pesantemente filo Saddam tenuto durante la crisi dell’Iraq. Sarebbe questo un rendiconto corretto in relazione ai movimenti in corso sulla scena internazionale? Penso di no, c’è parecchio di più dietro le quinte.

L’America non ha nessuna intenzione punitiva perché il suo interesse, diversamente dalle analisi facilone dei frettolosi, non è quello di agire come impero globale con il problema di allineare con le brutte gli alleati come vassalli. Anzi, nei think tank americani che operano a contatto con il governo è ben chiaro il pericolo di un tale sviluppo. Gli Usa sono strapotenti, ma le loro enormi risorse non sono sufficienti ad ordinare tutto il pianeta. Dove "ordinamento" significa rendere stabile la base su cui possa svilupparsi un mercato realmente globale, foriero di ricchezza per tutte le nazioni. Evidentemente, per inciso, chi non condivide l’idea che la globalizzazione porti ricchezza a tutti – come invece risulta dai dati rilevati in modi metodologicamente corretti - non sente il problema di come organizzare una missione di ordinamento con tale scopo. A costoro va solo ricordato che senza una globalizzazione funzionante vi sarebbe la metà dei posti di lavoro oggi disponibili. Liquidati questi, resta il problema vero: quale formula di alleanza potrà avere la capacità di rendere possibile una funzione di governo mondiale economicamente e militarmente sostenibile. Gli eventi diplomatici in corso in questi giorni vanno valutati in relazione a questo problema, primario.

La sensazione è che l’America voglia costringere i potenziali alleati – europei e russi – a prendere delle decisioni. Perché finora i secondi si sono messi in una posizione passiva: l’America intervenga per ripristinare la sicurezza, faccia girare la locomotiva economica che traina i vagoni globali, noi seguiremo, valutando volta per volta quanto partecipare agli sforzi in base ai nostri interessi. Quindi la priorità per Bush, in questi mesi, è quella di stanare i possibili partner da tale posizione che mette gli Usa in seria difficoltà. Da un lato devono intervenire per forza sulle instabilità relative alla sicurezza (area islamica, proliferazione nucleare di potenze emergenti, ecc.) perché la loro degenerazione avrebbe costi catastrofici. Dall’altra cadono nella trappola dell’unilateralismo, e dei costi pesantissimi dovuti all’agire da soli, perché gli alleati sono recalcitranti a condividere lo sforzo. Poi c’è un secondo problema tanto rilevante quanto il primo. L’America non può più operare come locomotiva unica per tutto il mercato globale ed europei e nipponici devono fare la loro parte. Come? Liberalizzando le loro economie interne in modo che possano crescere di più e tirare le esportazioni globali sottraendo in parte il treno statunitense da questa fatica di traino. Per sbloccare ambedue i problemi Bush ha scelto la strategia di parlare con i fatti e non con le formule diplomatiche usuali. Per esempio, il valore di cambio del dollaro è stato lasciato scivolare – pur in parte fenomeno dovuto a fattori di mercato inintenzionali – anche per esportare deflazione sia in Europa sia in Giappone. Cioè per impedire a queste due economie di usare l’export verso l’area del dollaro come bilanciamento dell’inefficienza interna. Con il dollaro basso o si riduce il costo del denaro e si libera il mercato oppure si entra in recessione. Messaggio secco e preciso. Aggiungerei sacrosanto. Sul piano geopolitico Bush sta comunicando agli alleati che l’America andrà comunque avanti da sola pur sapendo per prima che avrà bisogno di aiuti per raggiungere i risultati di ordinamento: pace in Palestina, pressione per eliminare le fonti del terrorismo, ecc. Quasi volesse dire: ho un bisogno matto di voi, ma sono pronto a tentare comunque se voi non ci state o ponete dei vincoli inaccettabili per starci. Molti commentatori non si sono accorti di tale situazione delicatissima (per gli americani) e la interpretano come un atto di imperalismo unilaterale da parte statunitense. Ma non è così. Il tentativo è proprio quello di spingere gli alleati a cooperare, attraverso l’attivismo comunque e dovunque, per farli decidere con chiarezza, una volta tanto. I vertici di San Pietroburgo e di Evian sono stati segnati da questa strategia americana. Risultati? Qualcosa si è mosso. Gli europei ed i russi si sono resi conto che gli americani fanno sul serio e che stavolta non potranno restare passivi né in materia di sicurezza globale né tantomeno, i primi, sul piano economico. Nel prossimo futuro vedremo se porterà a delle conseguenze.

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