L’impatto umano ed economico della Sars, chiamata da noi "polmonite atipica" (4.000 infettati globalmente, numero in crescita), è ancora in fase di prima valutazione, ma già possiamo ricavare lezioni molto precise, sia generali sia particolari, che riguardano la gestione tecnica del processo di globalizzazione: (a) la libertà di circolazione mondiale di merci e persone apre un nuovo rischio epidemiologico; (b) che se si realizza in forma di pandemia, complicata dalla novità e virulenza dell’agente patogeno, produce danni economici formidabili. La paura del contagio blocca i viaggi turistici e di affari e pone ostacoli (costi) alle attività quotidiane. Gli scenaristi finanziari, venerdì scorso, hanno previsto che il Pil della Cina sarà di almeno l’1% minore di quello potenziale nel 2003 per questa causa. Un’enormità. L’economia di Singapore, tutta centrata sui traffici commerciali, è in ginocchio. Le misure di cautela in Canada stanno assumendo dimensioni di grande danno economico. E’ probabile che il contagio del male ancora non bene individuato, pur non pericolosissimo (solo il 5% di chi si ammala rischia la vita in base ai dati degli ultimi mesi) venga contenuto. Ma l’impatto è già stato così forte da suggerire di apprendere in fretta come evitare o minimizzare nel futuro tali eventi.

Lezioni specifiche: (c) la Cina ha potuto nascondere – anche se non è ancora chiaro per esatta responsabilità di chi – i primi casi di infezione perché non c’è uno standard globale che obbliga le nazioni alla trasparenza statistica in materia epidemiologica; (d) il tempo di reazione tra scoperta di un agente patogeno nuovo e suo riconoscimento nonché cura è stato troppo lungo, sintomo della mancanza di una funzione tecnica adeguata sul piano globale; (e) non avendo di meglio l’epidemia è contenuta attraverso quarantene che immobilizzano un numero elevato di persone senza che un quadro di diritto che regoli questa sospensione della libertà individuale. Ci sono altre lezioni, ma quelle dette ci bastano per inquadrare un primo schema di soluzioni.

Va detto, anche se ciò può spaventare o evocare la sensazione di cinismo (e me ne scuso con i lettori più sensibili), che finora siamo stati fortunati. Infezioni letali come "Ebola" ( in parte del Kenya e dell’Etiopia occidentale) sono così veloci nell’uccidere da non permettere il contagio perché il soggetto muore prima di poter viaggiare e contaminare altri. La diffusione mondiale dell’Aids è preoccupante, ma la sua trasmissione è legata ad azioni umane complesse (trasfusioni, atti sessuali, ecc.) che rallentano e rendono suscettibile di contenimento il contagio. Ma se un giorno ci arrivasse addosso, per dire, un Ebola più subdolo con periodo di incubazione più lungo, basato su un virus mutante, o qualcosa del genere, nelle condizioni attuali di prevenzione e capacità di gestione globali, potremmo aspettarci centinaia di milioni di morti, globalmente, e il blocco dei traffici mondiali con la conseguenza di una depressione economica catastrofica. Pur remoto, questo rischio non è più escludibile proprio in base alla lezioni date dalla Sars: quasi un avvertimento, finora, ad impatto medio che deve svegliarci. Precisamente come? La globalizzazione non è solo un luogo di problemi morali o filosofici generici, ma uno che richiede soluzioni tecniche specifiche basate su una teoria realistica. E piuttosto innovative. Per esempio l’evoluzione di nuovi standard globali che impongano ad ogni nazione comportamenti preventivi e di buona gestione delle emergenza affinché ciò che succede in un luogo non distrugga gli altri del pianeta. E non si tratta di uno sviluppo di poco conto.

Per assicurare la trasparenza statistica e la penetrabilità degli standard ordinativi globali nelle singole nazioni bisogna modificare il principio di sovranità. Cioè far prevalere uno standard mondiale sul diritto di una nazione a decidere cosa possa entrare in essa dall’esterno. Problema infernale sul piano (geo)politico. Che va risolto con l’accordo della nazioni stesse a farsi "penetrare" in materie tecniche di salute ed ordine globali. Se una società è aperta al mercato deve essere altrettanto aperta alle funzioni che prevengono e proteggono (il diritto alla salute non può più essere tutelato solo nazionalemte). Con la complicazione che l’Onu riconosce alle nazioni il diritto di piena sovranità senza vincoli – sostanziali, nominali sì - di buon comportamento internazionale . Per modernizzare il sistema l’Onu va cambiato profondamente, ma sarà un processo pieno di tensioni tra prerogative del vecchio mondo e requisiti per governare il nuovo. Poi ci vuole una funzione tecnica di intervento globale della prevenzione e delle emergenze che possa operare ovunque con diritto superiore a quello degli Stati. E che possa avvalersi delle funzioni scientifiche utili a capire nel più breve tempo quale sia il problema e la soluzione. Costerà, ma molto meno che non l’avverarsi di un rischio non contenuto, appunto la lezione economica data dalla Sars.

In conclusione, la globalizzazione crea nuovi rischi "tecnici" che richiedono l’evoluzione di funzioni mondiali di governo intese come standard generali che ogni nazione applica al suo interno con l’ausilio, e la certificazione, di una funzione ordinativa internazionale. Il caso della Sars ci mostra come siamo lontani da questo risultato e quante cose pratiche, e non moralistiche, dovremo pensare e fare per ottenerlo.

" /> L’impatto umano ed economico della Sars, chiamata da noi "polmonite atipica" (4.000 infettati globalmente, numero in crescita), è ancora in fase di prima valutazione, ma già possiamo ricavare lezioni molto precise, sia generali sia particolari, che riguardano la gestione tecnica del processo di globalizzazione: (a) la libertà di circolazione mondiale di merci e persone apre un nuovo rischio epidemiologico; (b) che se si realizza in forma di pandemia, complicata dalla novità e virulenza dell’agente patogeno, produce danni economici formidabili. La paura del contagio blocca i viaggi turistici e di affari e pone ostacoli (costi) alle attività quotidiane. Gli scenaristi finanziari, venerdì scorso, hanno previsto che il Pil della Cina sarà di almeno l’1% minore di quello potenziale nel 2003 per questa causa. Un’enormità. L’economia di Singapore, tutta centrata sui traffici commerciali, è in ginocchio. Le misure di cautela in Canada stanno assumendo dimensioni di grande danno economico. E’ probabile che il contagio del male ancora non bene individuato, pur non pericolosissimo (solo il 5% di chi si ammala rischia la vita in base ai dati degli ultimi mesi) venga contenuto. Ma l’impatto è già stato così forte da suggerire di apprendere in fretta come evitare o minimizzare nel futuro tali eventi.

Lezioni specifiche: (c) la Cina ha potuto nascondere – anche se non è ancora chiaro per esatta responsabilità di chi – i primi casi di infezione perché non c’è uno standard globale che obbliga le nazioni alla trasparenza statistica in materia epidemiologica; (d) il tempo di reazione tra scoperta di un agente patogeno nuovo e suo riconoscimento nonché cura è stato troppo lungo, sintomo della mancanza di una funzione tecnica adeguata sul piano globale; (e) non avendo di meglio l’epidemia è contenuta attraverso quarantene che immobilizzano un numero elevato di persone senza che un quadro di diritto che regoli questa sospensione della libertà individuale. Ci sono altre lezioni, ma quelle dette ci bastano per inquadrare un primo schema di soluzioni.

Va detto, anche se ciò può spaventare o evocare la sensazione di cinismo (e me ne scuso con i lettori più sensibili), che finora siamo stati fortunati. Infezioni letali come "Ebola" ( in parte del Kenya e dell’Etiopia occidentale) sono così veloci nell’uccidere da non permettere il contagio perché il soggetto muore prima di poter viaggiare e contaminare altri. La diffusione mondiale dell’Aids è preoccupante, ma la sua trasmissione è legata ad azioni umane complesse (trasfusioni, atti sessuali, ecc.) che rallentano e rendono suscettibile di contenimento il contagio. Ma se un giorno ci arrivasse addosso, per dire, un Ebola più subdolo con periodo di incubazione più lungo, basato su un virus mutante, o qualcosa del genere, nelle condizioni attuali di prevenzione e capacità di gestione globali, potremmo aspettarci centinaia di milioni di morti, globalmente, e il blocco dei traffici mondiali con la conseguenza di una depressione economica catastrofica. Pur remoto, questo rischio non è più escludibile proprio in base alla lezioni date dalla Sars: quasi un avvertimento, finora, ad impatto medio che deve svegliarci. Precisamente come? La globalizzazione non è solo un luogo di problemi morali o filosofici generici, ma uno che richiede soluzioni tecniche specifiche basate su una teoria realistica. E piuttosto innovative. Per esempio l’evoluzione di nuovi standard globali che impongano ad ogni nazione comportamenti preventivi e di buona gestione delle emergenza affinché ciò che succede in un luogo non distrugga gli altri del pianeta. E non si tratta di uno sviluppo di poco conto.

Per assicurare la trasparenza statistica e la penetrabilità degli standard ordinativi globali nelle singole nazioni bisogna modificare il principio di sovranità. Cioè far prevalere uno standard mondiale sul diritto di una nazione a decidere cosa possa entrare in essa dall’esterno. Problema infernale sul piano (geo)politico. Che va risolto con l’accordo della nazioni stesse a farsi "penetrare" in materie tecniche di salute ed ordine globali. Se una società è aperta al mercato deve essere altrettanto aperta alle funzioni che prevengono e proteggono (il diritto alla salute non può più essere tutelato solo nazionalemte). Con la complicazione che l’Onu riconosce alle nazioni il diritto di piena sovranità senza vincoli – sostanziali, nominali sì - di buon comportamento internazionale . Per modernizzare il sistema l’Onu va cambiato profondamente, ma sarà un processo pieno di tensioni tra prerogative del vecchio mondo e requisiti per governare il nuovo. Poi ci vuole una funzione tecnica di intervento globale della prevenzione e delle emergenze che possa operare ovunque con diritto superiore a quello degli Stati. E che possa avvalersi delle funzioni scientifiche utili a capire nel più breve tempo quale sia il problema e la soluzione. Costerà, ma molto meno che non l’avverarsi di un rischio non contenuto, appunto la lezione economica data dalla Sars.

In conclusione, la globalizzazione crea nuovi rischi "tecnici" che richiedono l’evoluzione di funzioni mondiali di governo intese come standard generali che ogni nazione applica al suo interno con l’ausilio, e la certificazione, di una funzione ordinativa internazionale. Il caso della Sars ci mostra come siamo lontani da questo risultato e quante cose pratiche, e non moralistiche, dovremo pensare e fare per ottenerlo.

"/> L’impatto umano ed economico della Sars, chiamata da noi "polmonite atipica" (4.000 infettati globalmente, numero in crescita), è ancora in fase di prima valutazione, ma già possiamo ricavare lezioni molto precise, sia generali sia particolari, che riguardano la gestione tecnica del processo di globalizzazione: (a) la libertà di circolazione mondiale di merci e persone apre un nuovo rischio epidemiologico; (b) che se si realizza in forma di pandemia, complicata dalla novità e virulenza dell’agente patogeno, produce danni economici formidabili. La paura del contagio blocca i viaggi turistici e di affari e pone ostacoli (costi) alle attività quotidiane. Gli scenaristi finanziari, venerdì scorso, hanno previsto che il Pil della Cina sarà di almeno l’1% minore di quello potenziale nel 2003 per questa causa. Un’enormità. L’economia di Singapore, tutta centrata sui traffici commerciali, è in ginocchio. Le misure di cautela in Canada stanno assumendo dimensioni di grande danno economico. E’ probabile che il contagio del male ancora non bene individuato, pur non pericolosissimo (solo il 5% di chi si ammala rischia la vita in base ai dati degli ultimi mesi) venga contenuto. Ma l’impatto è già stato così forte da suggerire di apprendere in fretta come evitare o minimizzare nel futuro tali eventi.

Lezioni specifiche: (c) la Cina ha potuto nascondere – anche se non è ancora chiaro per esatta responsabilità di chi – i primi casi di infezione perché non c’è uno standard globale che obbliga le nazioni alla trasparenza statistica in materia epidemiologica; (d) il tempo di reazione tra scoperta di un agente patogeno nuovo e suo riconoscimento nonché cura è stato troppo lungo, sintomo della mancanza di una funzione tecnica adeguata sul piano globale; (e) non avendo di meglio l’epidemia è contenuta attraverso quarantene che immobilizzano un numero elevato di persone senza che un quadro di diritto che regoli questa sospensione della libertà individuale. Ci sono altre lezioni, ma quelle dette ci bastano per inquadrare un primo schema di soluzioni.

Va detto, anche se ciò può spaventare o evocare la sensazione di cinismo (e me ne scuso con i lettori più sensibili), che finora siamo stati fortunati. Infezioni letali come "Ebola" ( in parte del Kenya e dell’Etiopia occidentale) sono così veloci nell’uccidere da non permettere il contagio perché il soggetto muore prima di poter viaggiare e contaminare altri. La diffusione mondiale dell’Aids è preoccupante, ma la sua trasmissione è legata ad azioni umane complesse (trasfusioni, atti sessuali, ecc.) che rallentano e rendono suscettibile di contenimento il contagio. Ma se un giorno ci arrivasse addosso, per dire, un Ebola più subdolo con periodo di incubazione più lungo, basato su un virus mutante, o qualcosa del genere, nelle condizioni attuali di prevenzione e capacità di gestione globali, potremmo aspettarci centinaia di milioni di morti, globalmente, e il blocco dei traffici mondiali con la conseguenza di una depressione economica catastrofica. Pur remoto, questo rischio non è più escludibile proprio in base alla lezioni date dalla Sars: quasi un avvertimento, finora, ad impatto medio che deve svegliarci. Precisamente come? La globalizzazione non è solo un luogo di problemi morali o filosofici generici, ma uno che richiede soluzioni tecniche specifiche basate su una teoria realistica. E piuttosto innovative. Per esempio l’evoluzione di nuovi standard globali che impongano ad ogni nazione comportamenti preventivi e di buona gestione delle emergenza affinché ciò che succede in un luogo non distrugga gli altri del pianeta. E non si tratta di uno sviluppo di poco conto.

Per assicurare la trasparenza statistica e la penetrabilità degli standard ordinativi globali nelle singole nazioni bisogna modificare il principio di sovranità. Cioè far prevalere uno standard mondiale sul diritto di una nazione a decidere cosa possa entrare in essa dall’esterno. Problema infernale sul piano (geo)politico. Che va risolto con l’accordo della nazioni stesse a farsi "penetrare" in materie tecniche di salute ed ordine globali. Se una società è aperta al mercato deve essere altrettanto aperta alle funzioni che prevengono e proteggono (il diritto alla salute non può più essere tutelato solo nazionalemte). Con la complicazione che l’Onu riconosce alle nazioni il diritto di piena sovranità senza vincoli – sostanziali, nominali sì - di buon comportamento internazionale . Per modernizzare il sistema l’Onu va cambiato profondamente, ma sarà un processo pieno di tensioni tra prerogative del vecchio mondo e requisiti per governare il nuovo. Poi ci vuole una funzione tecnica di intervento globale della prevenzione e delle emergenze che possa operare ovunque con diritto superiore a quello degli Stati. E che possa avvalersi delle funzioni scientifiche utili a capire nel più breve tempo quale sia il problema e la soluzione. Costerà, ma molto meno che non l’avverarsi di un rischio non contenuto, appunto la lezione economica data dalla Sars.

In conclusione, la globalizzazione crea nuovi rischi "tecnici" che richiedono l’evoluzione di funzioni mondiali di governo intese come standard generali che ogni nazione applica al suo interno con l’ausilio, e la certificazione, di una funzione ordinativa internazionale. Il caso della Sars ci mostra come siamo lontani da questo risultato e quante cose pratiche, e non moralistiche, dovremo pensare e fare per ottenerlo.

" />



 ENGLISH VERSION


 VITA
  Biografia    Gallery     Interviste    Premi     CPTV

 PUBBLICAZIONI

  Libri    Saggi    Ricerche
  Articoli dal 1998

 LETTERE

  Scrivi a CP
  Leggi le lettere    Archivio

 CERCA


Carlo A. Pelanda
menu
fb Tw g+ print

L' Arena

2003-4-22

22/4/2003

La lezione economica della Sars

L’impatto umano ed economico della Sars, chiamata da noi "polmonite atipica" (4.000 infettati globalmente, numero in crescita), è ancora in fase di prima valutazione, ma già possiamo ricavare lezioni molto precise, sia generali sia particolari, che riguardano la gestione tecnica del processo di globalizzazione: (a) la libertà di circolazione mondiale di merci e persone apre un nuovo rischio epidemiologico; (b) che se si realizza in forma di pandemia, complicata dalla novità e virulenza dell’agente patogeno, produce danni economici formidabili. La paura del contagio blocca i viaggi turistici e di affari e pone ostacoli (costi) alle attività quotidiane. Gli scenaristi finanziari, venerdì scorso, hanno previsto che il Pil della Cina sarà di almeno l’1% minore di quello potenziale nel 2003 per questa causa. Un’enormità. L’economia di Singapore, tutta centrata sui traffici commerciali, è in ginocchio. Le misure di cautela in Canada stanno assumendo dimensioni di grande danno economico. E’ probabile che il contagio del male ancora non bene individuato, pur non pericolosissimo (solo il 5% di chi si ammala rischia la vita in base ai dati degli ultimi mesi) venga contenuto. Ma l’impatto è già stato così forte da suggerire di apprendere in fretta come evitare o minimizzare nel futuro tali eventi.

Lezioni specifiche: (c) la Cina ha potuto nascondere – anche se non è ancora chiaro per esatta responsabilità di chi – i primi casi di infezione perché non c’è uno standard globale che obbliga le nazioni alla trasparenza statistica in materia epidemiologica; (d) il tempo di reazione tra scoperta di un agente patogeno nuovo e suo riconoscimento nonché cura è stato troppo lungo, sintomo della mancanza di una funzione tecnica adeguata sul piano globale; (e) non avendo di meglio l’epidemia è contenuta attraverso quarantene che immobilizzano un numero elevato di persone senza che un quadro di diritto che regoli questa sospensione della libertà individuale. Ci sono altre lezioni, ma quelle dette ci bastano per inquadrare un primo schema di soluzioni.

Va detto, anche se ciò può spaventare o evocare la sensazione di cinismo (e me ne scuso con i lettori più sensibili), che finora siamo stati fortunati. Infezioni letali come "Ebola" ( in parte del Kenya e dell’Etiopia occidentale) sono così veloci nell’uccidere da non permettere il contagio perché il soggetto muore prima di poter viaggiare e contaminare altri. La diffusione mondiale dell’Aids è preoccupante, ma la sua trasmissione è legata ad azioni umane complesse (trasfusioni, atti sessuali, ecc.) che rallentano e rendono suscettibile di contenimento il contagio. Ma se un giorno ci arrivasse addosso, per dire, un Ebola più subdolo con periodo di incubazione più lungo, basato su un virus mutante, o qualcosa del genere, nelle condizioni attuali di prevenzione e capacità di gestione globali, potremmo aspettarci centinaia di milioni di morti, globalmente, e il blocco dei traffici mondiali con la conseguenza di una depressione economica catastrofica. Pur remoto, questo rischio non è più escludibile proprio in base alla lezioni date dalla Sars: quasi un avvertimento, finora, ad impatto medio che deve svegliarci. Precisamente come? La globalizzazione non è solo un luogo di problemi morali o filosofici generici, ma uno che richiede soluzioni tecniche specifiche basate su una teoria realistica. E piuttosto innovative. Per esempio l’evoluzione di nuovi standard globali che impongano ad ogni nazione comportamenti preventivi e di buona gestione delle emergenza affinché ciò che succede in un luogo non distrugga gli altri del pianeta. E non si tratta di uno sviluppo di poco conto.

Per assicurare la trasparenza statistica e la penetrabilità degli standard ordinativi globali nelle singole nazioni bisogna modificare il principio di sovranità. Cioè far prevalere uno standard mondiale sul diritto di una nazione a decidere cosa possa entrare in essa dall’esterno. Problema infernale sul piano (geo)politico. Che va risolto con l’accordo della nazioni stesse a farsi "penetrare" in materie tecniche di salute ed ordine globali. Se una società è aperta al mercato deve essere altrettanto aperta alle funzioni che prevengono e proteggono (il diritto alla salute non può più essere tutelato solo nazionalemte). Con la complicazione che l’Onu riconosce alle nazioni il diritto di piena sovranità senza vincoli – sostanziali, nominali sì - di buon comportamento internazionale . Per modernizzare il sistema l’Onu va cambiato profondamente, ma sarà un processo pieno di tensioni tra prerogative del vecchio mondo e requisiti per governare il nuovo. Poi ci vuole una funzione tecnica di intervento globale della prevenzione e delle emergenze che possa operare ovunque con diritto superiore a quello degli Stati. E che possa avvalersi delle funzioni scientifiche utili a capire nel più breve tempo quale sia il problema e la soluzione. Costerà, ma molto meno che non l’avverarsi di un rischio non contenuto, appunto la lezione economica data dalla Sars.

In conclusione, la globalizzazione crea nuovi rischi "tecnici" che richiedono l’evoluzione di funzioni mondiali di governo intese come standard generali che ogni nazione applica al suo interno con l’ausilio, e la certificazione, di una funzione ordinativa internazionale. Il caso della Sars ci mostra come siamo lontani da questo risultato e quante cose pratiche, e non moralistiche, dovremo pensare e fare per ottenerlo.

(c) 2003 Carlo Pelanda
FB TW G+

(c) 1999 Carlo Pelanda
Contacts: public@carlopelanda.com
website by: Filippo Brunelli