Dopo un triennio di economia stagnante il mercato è in attesa di buone notizie per far ripartire il ciclo degli investimenti. Quella più sperata riguarda la conclusione riuscita della bonifica angloamericana dell’Iraq. In caso di buon esito molti si attendono un boom basato sulla ripresa della fiducia che non vi saranno eventi traumatici. Tra cui i più temuti sono un aumento del prezzo del petrolio ed attentati terroristici di grande scala. Ma nel momento in cui il mercato scruta gli eventi scopre una difficoltà nel capire quando potrà avere tale nuova certezza. Per esempio, la conquista di Baghdad non chiude l’operazione, ma ne apre una nuova con altri interrogativi: l’Irak del post-Saddam sarà governabile oppure no? E l’effetto sulla regione sarà stabilizzante o destabilizzante? In sintesi, si nota una difficoltà da parte del mercato – sia analisti sia consumatori che investitori – nel definire le condizioni di stabilità sufficiente per prendere degli atteggiamenti ottimistici. Tale difficoltà, per esempio, è ben rispecchiata dagli andamenti delle Borse nelle due ultime settimane. La sensazione di fondo è che le cose andranno bene e ciò porta la tendenza al rialzo. Ma questa è compressa e sottoposta ad alti e bassi quotidiani proprio dal problema di non riuscire a trovare la condizione di successo finale e a misurare gli eventi correnti in base ad essa. Quindi all’incertezza di mesi fa non si sta sostituendo una nuova certezza, ma una nuova incertezza pur nella riduzione del pessimismo in base all’evidenza crescente della capacità stabilizzante dell’iniziativa americana.

Per tale motivo la ripresa avverrà a tappe e non in un solo colpo. Il mercato vorrà avere una sequenza di conferme. Scontata la fine di Saddam, cercherà la prova che gli Usa saranno in grado di riordinare e tenere sotto controllo il Paese. Nonché di evitare o comunque gestire eventuali controreazioni destabilizzanti in tutta l’area araba - islamica. E per questo ci vorranno parecchi mesi.

Questa proiezione pone anche un problema più generale. L’iniziativa di ordinamento da parte americana non si fermerà al solo Irak. Intendiamoci, non sono previste guerre come molti antagonisti accusano. Proprio l’abbattimento di Saddam dovrebbe servire ad ottenere un effetto dissuasivo tale da aprire Siria e Iran, nel teatro mediorientale, e la Corea del Nord in quello asiatico, alla possibilità di convincimenti politici per ridurre il loro profilo aggressivo. Cioè a far capire ai primi due con le buone, sotto la pressione credibile che quelle cattive potrebbero essere usate, che devono cessare il sostegno al terrorismo palestinese (e non solo). E a costringere la seconda a sospendere il suo programma nucleare. Ma le cose potrebbero andare storte e richiedere l’uso più del bastone che della carota. Con i rischi connessi di controreazioni e destabilizzazioni difficili da contenere. Quindi il problema è che l’esito finale della stabilizzazione complessiva risulta ancora molto lontano e denso di possibili incidenti. E non sarà certo facile per gli attori del mercato valutare i rischi o il momento della loro riduzione sostanziale pur nella sensazione di fondo che le cose, alla fine, andranno bene. Quindi l’azione ordinatrice occidentale rischia di realizzarsi al costo di gravi recessioni. E molti si stanno chiedendo come si può evitarle o minimizzarne la probabilità. L’alternativa di sospendere l’azione di ordinamento globale intrapresa dagli Stati Uniti sarebbe controproducente. A questo punto il mercato la percepirebbe come un segnale di debolezza che porterebbe le previsioni verso un pessimismo più marcato al riguardo delle prospettive di ordine mondiale. Se, infatti, nelle piazze la gente crede che la pace sia possibile solo con i buoni sentimenti, ciò non avviene nelle menti di chi decide gli investimenti. Perché, realisticamente, valutano la probabilità di ordine in base all’esistenza di un ordinatore, sua determinazione e capacità. Anche l’opzione di calibrare la formula di ordinamento più sul lato della carota che su quello del bastone ha dei limiti. Senza dissuasione militare è, infatti, difficile convincere regimi divergenti a cambiare comportamento. In sintesi, è prevedibile che ancora per un paio d’anni l’iniziativa ordinatrice si presenti con alto rischio di turbolenze.

Alcuni ritengono che il mercato saprà adattarsi ad un nuovo scenario caratterizzato da un rischio endemico di instabilità globale. Non è escluso, ma è impensabile che possa rinunciare ad una rassicurazione forte. E se questa non può scaturire da una conclusione rapida e certa della fase di turbolenza, allora deve provenire da una maggiore fiducia nel soggetto ordinatore in relazione alla sua capacità di svolgere il compito e tenere sotto ragionevole controllo gli imprevisti. In tale ipotesi risulta evidente che un soggetto ordinatore fatto dalla sola America non ha tale credibilità, pur fortissimo. Mentre uno fatto da America ed Europa insieme, magari con il supporto della Russia, sì. Quindi sarà l’architettura politica del soggetto ordinatore che deciderà il maggior o minor grado di ottimismo nel mercato. E penso che la prima tappa di ricostruzione dell'ottimismo riguardi proprio la riparazione delle fratture dell’Occidente. Se il mercato le vedrà allora valuterà con crescente ottimismo il raggiungimento delle tappe intermedie di stabilizzazione e vedrà con meno ansietà possibili incidenti lungo il percorso.

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Per tale motivo la ripresa avverrà a tappe e non in un solo colpo. Il mercato vorrà avere una sequenza di conferme. Scontata la fine di Saddam, cercherà la prova che gli Usa saranno in grado di riordinare e tenere sotto controllo il Paese. Nonché di evitare o comunque gestire eventuali controreazioni destabilizzanti in tutta l’area araba - islamica. E per questo ci vorranno parecchi mesi.

Questa proiezione pone anche un problema più generale. L’iniziativa di ordinamento da parte americana non si fermerà al solo Irak. Intendiamoci, non sono previste guerre come molti antagonisti accusano. Proprio l’abbattimento di Saddam dovrebbe servire ad ottenere un effetto dissuasivo tale da aprire Siria e Iran, nel teatro mediorientale, e la Corea del Nord in quello asiatico, alla possibilità di convincimenti politici per ridurre il loro profilo aggressivo. Cioè a far capire ai primi due con le buone, sotto la pressione credibile che quelle cattive potrebbero essere usate, che devono cessare il sostegno al terrorismo palestinese (e non solo). E a costringere la seconda a sospendere il suo programma nucleare. Ma le cose potrebbero andare storte e richiedere l’uso più del bastone che della carota. Con i rischi connessi di controreazioni e destabilizzazioni difficili da contenere. Quindi il problema è che l’esito finale della stabilizzazione complessiva risulta ancora molto lontano e denso di possibili incidenti. E non sarà certo facile per gli attori del mercato valutare i rischi o il momento della loro riduzione sostanziale pur nella sensazione di fondo che le cose, alla fine, andranno bene. Quindi l’azione ordinatrice occidentale rischia di realizzarsi al costo di gravi recessioni. E molti si stanno chiedendo come si può evitarle o minimizzarne la probabilità. L’alternativa di sospendere l’azione di ordinamento globale intrapresa dagli Stati Uniti sarebbe controproducente. A questo punto il mercato la percepirebbe come un segnale di debolezza che porterebbe le previsioni verso un pessimismo più marcato al riguardo delle prospettive di ordine mondiale. Se, infatti, nelle piazze la gente crede che la pace sia possibile solo con i buoni sentimenti, ciò non avviene nelle menti di chi decide gli investimenti. Perché, realisticamente, valutano la probabilità di ordine in base all’esistenza di un ordinatore, sua determinazione e capacità. Anche l’opzione di calibrare la formula di ordinamento più sul lato della carota che su quello del bastone ha dei limiti. Senza dissuasione militare è, infatti, difficile convincere regimi divergenti a cambiare comportamento. In sintesi, è prevedibile che ancora per un paio d’anni l’iniziativa ordinatrice si presenti con alto rischio di turbolenze.

Alcuni ritengono che il mercato saprà adattarsi ad un nuovo scenario caratterizzato da un rischio endemico di instabilità globale. Non è escluso, ma è impensabile che possa rinunciare ad una rassicurazione forte. E se questa non può scaturire da una conclusione rapida e certa della fase di turbolenza, allora deve provenire da una maggiore fiducia nel soggetto ordinatore in relazione alla sua capacità di svolgere il compito e tenere sotto ragionevole controllo gli imprevisti. In tale ipotesi risulta evidente che un soggetto ordinatore fatto dalla sola America non ha tale credibilità, pur fortissimo. Mentre uno fatto da America ed Europa insieme, magari con il supporto della Russia, sì. Quindi sarà l’architettura politica del soggetto ordinatore che deciderà il maggior o minor grado di ottimismo nel mercato. E penso che la prima tappa di ricostruzione dell'ottimismo riguardi proprio la riparazione delle fratture dell’Occidente. Se il mercato le vedrà allora valuterà con crescente ottimismo il raggiungimento delle tappe intermedie di stabilizzazione e vedrà con meno ansietà possibili incidenti lungo il percorso.

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Per tale motivo la ripresa avverrà a tappe e non in un solo colpo. Il mercato vorrà avere una sequenza di conferme. Scontata la fine di Saddam, cercherà la prova che gli Usa saranno in grado di riordinare e tenere sotto controllo il Paese. Nonché di evitare o comunque gestire eventuali controreazioni destabilizzanti in tutta l’area araba - islamica. E per questo ci vorranno parecchi mesi.

Questa proiezione pone anche un problema più generale. L’iniziativa di ordinamento da parte americana non si fermerà al solo Irak. Intendiamoci, non sono previste guerre come molti antagonisti accusano. Proprio l’abbattimento di Saddam dovrebbe servire ad ottenere un effetto dissuasivo tale da aprire Siria e Iran, nel teatro mediorientale, e la Corea del Nord in quello asiatico, alla possibilità di convincimenti politici per ridurre il loro profilo aggressivo. Cioè a far capire ai primi due con le buone, sotto la pressione credibile che quelle cattive potrebbero essere usate, che devono cessare il sostegno al terrorismo palestinese (e non solo). E a costringere la seconda a sospendere il suo programma nucleare. Ma le cose potrebbero andare storte e richiedere l’uso più del bastone che della carota. Con i rischi connessi di controreazioni e destabilizzazioni difficili da contenere. Quindi il problema è che l’esito finale della stabilizzazione complessiva risulta ancora molto lontano e denso di possibili incidenti. E non sarà certo facile per gli attori del mercato valutare i rischi o il momento della loro riduzione sostanziale pur nella sensazione di fondo che le cose, alla fine, andranno bene. Quindi l’azione ordinatrice occidentale rischia di realizzarsi al costo di gravi recessioni. E molti si stanno chiedendo come si può evitarle o minimizzarne la probabilità. L’alternativa di sospendere l’azione di ordinamento globale intrapresa dagli Stati Uniti sarebbe controproducente. A questo punto il mercato la percepirebbe come un segnale di debolezza che porterebbe le previsioni verso un pessimismo più marcato al riguardo delle prospettive di ordine mondiale. Se, infatti, nelle piazze la gente crede che la pace sia possibile solo con i buoni sentimenti, ciò non avviene nelle menti di chi decide gli investimenti. Perché, realisticamente, valutano la probabilità di ordine in base all’esistenza di un ordinatore, sua determinazione e capacità. Anche l’opzione di calibrare la formula di ordinamento più sul lato della carota che su quello del bastone ha dei limiti. Senza dissuasione militare è, infatti, difficile convincere regimi divergenti a cambiare comportamento. In sintesi, è prevedibile che ancora per un paio d’anni l’iniziativa ordinatrice si presenti con alto rischio di turbolenze.

Alcuni ritengono che il mercato saprà adattarsi ad un nuovo scenario caratterizzato da un rischio endemico di instabilità globale. Non è escluso, ma è impensabile che possa rinunciare ad una rassicurazione forte. E se questa non può scaturire da una conclusione rapida e certa della fase di turbolenza, allora deve provenire da una maggiore fiducia nel soggetto ordinatore in relazione alla sua capacità di svolgere il compito e tenere sotto ragionevole controllo gli imprevisti. In tale ipotesi risulta evidente che un soggetto ordinatore fatto dalla sola America non ha tale credibilità, pur fortissimo. Mentre uno fatto da America ed Europa insieme, magari con il supporto della Russia, sì. Quindi sarà l’architettura politica del soggetto ordinatore che deciderà il maggior o minor grado di ottimismo nel mercato. E penso che la prima tappa di ricostruzione dell'ottimismo riguardi proprio la riparazione delle fratture dell’Occidente. Se il mercato le vedrà allora valuterà con crescente ottimismo il raggiungimento delle tappe intermedie di stabilizzazione e vedrà con meno ansietà possibili incidenti lungo il percorso.

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2003-4-7

7/4/2003

Una ripresa a tappe

Dopo un triennio di economia stagnante il mercato è in attesa di buone notizie per far ripartire il ciclo degli investimenti. Quella più sperata riguarda la conclusione riuscita della bonifica angloamericana dell’Iraq. In caso di buon esito molti si attendono un boom basato sulla ripresa della fiducia che non vi saranno eventi traumatici. Tra cui i più temuti sono un aumento del prezzo del petrolio ed attentati terroristici di grande scala. Ma nel momento in cui il mercato scruta gli eventi scopre una difficoltà nel capire quando potrà avere tale nuova certezza. Per esempio, la conquista di Baghdad non chiude l’operazione, ma ne apre una nuova con altri interrogativi: l’Irak del post-Saddam sarà governabile oppure no? E l’effetto sulla regione sarà stabilizzante o destabilizzante? In sintesi, si nota una difficoltà da parte del mercato – sia analisti sia consumatori che investitori – nel definire le condizioni di stabilità sufficiente per prendere degli atteggiamenti ottimistici. Tale difficoltà, per esempio, è ben rispecchiata dagli andamenti delle Borse nelle due ultime settimane. La sensazione di fondo è che le cose andranno bene e ciò porta la tendenza al rialzo. Ma questa è compressa e sottoposta ad alti e bassi quotidiani proprio dal problema di non riuscire a trovare la condizione di successo finale e a misurare gli eventi correnti in base ad essa. Quindi all’incertezza di mesi fa non si sta sostituendo una nuova certezza, ma una nuova incertezza pur nella riduzione del pessimismo in base all’evidenza crescente della capacità stabilizzante dell’iniziativa americana.

Per tale motivo la ripresa avverrà a tappe e non in un solo colpo. Il mercato vorrà avere una sequenza di conferme. Scontata la fine di Saddam, cercherà la prova che gli Usa saranno in grado di riordinare e tenere sotto controllo il Paese. Nonché di evitare o comunque gestire eventuali controreazioni destabilizzanti in tutta l’area araba - islamica. E per questo ci vorranno parecchi mesi.

Questa proiezione pone anche un problema più generale. L’iniziativa di ordinamento da parte americana non si fermerà al solo Irak. Intendiamoci, non sono previste guerre come molti antagonisti accusano. Proprio l’abbattimento di Saddam dovrebbe servire ad ottenere un effetto dissuasivo tale da aprire Siria e Iran, nel teatro mediorientale, e la Corea del Nord in quello asiatico, alla possibilità di convincimenti politici per ridurre il loro profilo aggressivo. Cioè a far capire ai primi due con le buone, sotto la pressione credibile che quelle cattive potrebbero essere usate, che devono cessare il sostegno al terrorismo palestinese (e non solo). E a costringere la seconda a sospendere il suo programma nucleare. Ma le cose potrebbero andare storte e richiedere l’uso più del bastone che della carota. Con i rischi connessi di controreazioni e destabilizzazioni difficili da contenere. Quindi il problema è che l’esito finale della stabilizzazione complessiva risulta ancora molto lontano e denso di possibili incidenti. E non sarà certo facile per gli attori del mercato valutare i rischi o il momento della loro riduzione sostanziale pur nella sensazione di fondo che le cose, alla fine, andranno bene. Quindi l’azione ordinatrice occidentale rischia di realizzarsi al costo di gravi recessioni. E molti si stanno chiedendo come si può evitarle o minimizzarne la probabilità. L’alternativa di sospendere l’azione di ordinamento globale intrapresa dagli Stati Uniti sarebbe controproducente. A questo punto il mercato la percepirebbe come un segnale di debolezza che porterebbe le previsioni verso un pessimismo più marcato al riguardo delle prospettive di ordine mondiale. Se, infatti, nelle piazze la gente crede che la pace sia possibile solo con i buoni sentimenti, ciò non avviene nelle menti di chi decide gli investimenti. Perché, realisticamente, valutano la probabilità di ordine in base all’esistenza di un ordinatore, sua determinazione e capacità. Anche l’opzione di calibrare la formula di ordinamento più sul lato della carota che su quello del bastone ha dei limiti. Senza dissuasione militare è, infatti, difficile convincere regimi divergenti a cambiare comportamento. In sintesi, è prevedibile che ancora per un paio d’anni l’iniziativa ordinatrice si presenti con alto rischio di turbolenze.

Alcuni ritengono che il mercato saprà adattarsi ad un nuovo scenario caratterizzato da un rischio endemico di instabilità globale. Non è escluso, ma è impensabile che possa rinunciare ad una rassicurazione forte. E se questa non può scaturire da una conclusione rapida e certa della fase di turbolenza, allora deve provenire da una maggiore fiducia nel soggetto ordinatore in relazione alla sua capacità di svolgere il compito e tenere sotto ragionevole controllo gli imprevisti. In tale ipotesi risulta evidente che un soggetto ordinatore fatto dalla sola America non ha tale credibilità, pur fortissimo. Mentre uno fatto da America ed Europa insieme, magari con il supporto della Russia, sì. Quindi sarà l’architettura politica del soggetto ordinatore che deciderà il maggior o minor grado di ottimismo nel mercato. E penso che la prima tappa di ricostruzione dell'ottimismo riguardi proprio la riparazione delle fratture dell’Occidente. Se il mercato le vedrà allora valuterà con crescente ottimismo il raggiungimento delle tappe intermedie di stabilizzazione e vedrà con meno ansietà possibili incidenti lungo il percorso.

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