L’Unione Europea non si spaccherà vistosamente tra atlantici ed euroasiatici come molti analisti e commentatori temono. Questo non vuol dire che vi sarà una coesione europea sufficiente per realizzare progetti ambiziosi che presuppongono più integrazione. Ma è lo stato normale dell’Unione, non una novità. Che quindi le nazioni europee sono abituate a gestire facendo il possibile in base al consenso corrente (poco) e rimandando al futuro ed alle dichiarazioni di intenzione quello su cui non si è d’accordo (molto). Ma in questo gioco tra un poco che si fa ed un molto che non è ancora maturo, l’Unione Europea va comunque avanti passo dopo passo. Ritengo opportuno chiarire ambedue i punti perché, secondo me, troppi commenti irrealistici hanno recentemente creato della confusione al riguardo. Vediamo.

Il timore era ed è che la linea di opposizione durissima della Francia agli Stati Uniti ed al Regno Unito sulla questione mediorientale creasse una spaccatura interna all’Europa difficile da incollare di nuovo. Niente di questo sta accadendo. Chirac sta dando segnali che la posizione di Parigi, pur restando contraria, non supererà la soglia oltre la quale vi è una divisione sostanziale dell’Occidente. Il primo a reagire positivamente a questi segnali è stato Blair per due interessi. Ottenere in qualche modo la riapertura dell’ombrello Onu per riparare la politica di alleanza con gli Usa dalla pioggia di dissensi interni (il partito laburista è spaccato a metà). E, appunto, tenere l’Unione Europea unita. Interesse prioritario anche di Parigi che ha una paura matta di ricevere una punizione dagli Usa per il suo appoggio a Saddam e di restare isolata in ambito europeo. Anche perché la Germania diverge solo momentaneamente e parzialmente dagli Usa in quanto i suoi interessi economici e geopolitici di prospettiva sono quelli di diventare l’interlocutore privilegiato degli americani in Europa, dopo averne preso una posizione dominate in base alla sua scala. E lo si è visto: nelle parole la Germania è ostile alla guerra, ma nei fatti è cobelligerante in Afghanistan e aiuta lo sforzo logistico statunitense in Irak essendone la retrovia principale, perfino con vincoli minori di quelli posti dall’Italia che sostiene esplicitamente la coalizione impegnata nella bonifica dell’Irak (e dintorni). La Francia, non potendo fidarsi nemmeno della Russia – che si allea in base ad interessi contingenti con chi le conviene – ha capito che l’ipotesi di un’Europa euroasiatica contrapposta a quella atlantica è impraticabile. E si sta riallineando anche consapevole di aver tirato troppo la corda perché temporaneamente eccitata dal sostegno dei movimenti pacifisti. Infatti ora sarebbe sciocco da parte degli euroatlantici punire l’errore francese. Bisogna capire, realisticamente, che con più di cinque milioni di islamici votanti e quasi altrettanti immigrati Parigi non può prendere un profilo troppo aggressivo contro i Paesi islamici (né ammettere il fondamento cristiano nella Costituzione europea) senza crearsi un enorme problema di sicurezza interna. Pertanto bisogna trovare una posizione per Parigi dove questa possa restare allo stesso tempo occidentale e filoaraba. E’ possibile, appunto, incorporandola nella ricostruzione dell’Irak come Chirac disperatamente chiede. Non credo che le verrà negato – anche se l’amministrazione Bush è infuriata con Chirac e fa fatica a calmarsi - proprio per ottenere una maggiore collaborazione euroamericana nella gestione del quadro mediorientale. Linea politica che, tra l’altro, è quella perseguita nei fatti dal governo Berlusconi che si accinge a presiedere l’Unione Europea.

In sintesi, passando al secondo punto, non c’è segno di grandi spaccature intraeuropee o sul versante atlantico. Ma non c’è nemmeno alcun indizio di migliore convergenza intraeuropea sul piano della difesa comune, del mercato unico e della forma politica dell’Unione. Tuttavia, ripeto, questo non è un problema grave perché resta inossidabile il principio base del progetto europeo: anche se non andiamo avanti, non torneremo mai indietro. Rappresentato, per esempio concreto, nel fatto che il trattato sulla moneta unica non prevede che un Paese possa un giorno recedere. Quindi è pura fantasia l’ipotesi che ci spaccheremo. Così come è puro dilettantismo pensare di costruire un’Unione Europea che operi come una supernazione senza aver prima risolto le centinaia di problemi dovuti ai diversi interessi nazionali. E quello che veramente mi preoccupa non è tanto questa diversità, ma il fatto che troppi vogliano comporla in modi irrealistici. Infatti è l’europeismo lirico il peggior nemico dell’Unione. Perché non crea le condizioni per una lenta, ma sicura, composizione degli interessi imponendo loro un’imbragatura artificiale e quindi irrealizzabile. Infatti invoco il ritorno al metodo che costruì l’Europa prima del 1991 (Maastricht): integrare ciò che è possibile e utile per tutti, rimandando le cose più difficili, ma cercando di perseguirle con uno sforzo costante. Con il paradosso che in realtà è questo metodo che ancora funziona nei fatti, ma entro un linguaggio politico che pretende accelerazioni e strappi irrealistici. Da parte di chi? La Francia vuole un Europa politica più unita per allinearla alla sua politica di interesse nazionale. La Germania vuole una federalizzazione più spinta per contare di più in quanto più grossa. Convincere ambedue che l’Europa è ormai a 25 e non a 2 sarà l’atto che riporterà più realismo e, quindi, sosterrà meglio il sogno della vera integrazione.

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Il timore era ed è che la linea di opposizione durissima della Francia agli Stati Uniti ed al Regno Unito sulla questione mediorientale creasse una spaccatura interna all’Europa difficile da incollare di nuovo. Niente di questo sta accadendo. Chirac sta dando segnali che la posizione di Parigi, pur restando contraria, non supererà la soglia oltre la quale vi è una divisione sostanziale dell’Occidente. Il primo a reagire positivamente a questi segnali è stato Blair per due interessi. Ottenere in qualche modo la riapertura dell’ombrello Onu per riparare la politica di alleanza con gli Usa dalla pioggia di dissensi interni (il partito laburista è spaccato a metà). E, appunto, tenere l’Unione Europea unita. Interesse prioritario anche di Parigi che ha una paura matta di ricevere una punizione dagli Usa per il suo appoggio a Saddam e di restare isolata in ambito europeo. Anche perché la Germania diverge solo momentaneamente e parzialmente dagli Usa in quanto i suoi interessi economici e geopolitici di prospettiva sono quelli di diventare l’interlocutore privilegiato degli americani in Europa, dopo averne preso una posizione dominate in base alla sua scala. E lo si è visto: nelle parole la Germania è ostile alla guerra, ma nei fatti è cobelligerante in Afghanistan e aiuta lo sforzo logistico statunitense in Irak essendone la retrovia principale, perfino con vincoli minori di quelli posti dall’Italia che sostiene esplicitamente la coalizione impegnata nella bonifica dell’Irak (e dintorni). La Francia, non potendo fidarsi nemmeno della Russia – che si allea in base ad interessi contingenti con chi le conviene – ha capito che l’ipotesi di un’Europa euroasiatica contrapposta a quella atlantica è impraticabile. E si sta riallineando anche consapevole di aver tirato troppo la corda perché temporaneamente eccitata dal sostegno dei movimenti pacifisti. Infatti ora sarebbe sciocco da parte degli euroatlantici punire l’errore francese. Bisogna capire, realisticamente, che con più di cinque milioni di islamici votanti e quasi altrettanti immigrati Parigi non può prendere un profilo troppo aggressivo contro i Paesi islamici (né ammettere il fondamento cristiano nella Costituzione europea) senza crearsi un enorme problema di sicurezza interna. Pertanto bisogna trovare una posizione per Parigi dove questa possa restare allo stesso tempo occidentale e filoaraba. E’ possibile, appunto, incorporandola nella ricostruzione dell’Irak come Chirac disperatamente chiede. Non credo che le verrà negato – anche se l’amministrazione Bush è infuriata con Chirac e fa fatica a calmarsi - proprio per ottenere una maggiore collaborazione euroamericana nella gestione del quadro mediorientale. Linea politica che, tra l’altro, è quella perseguita nei fatti dal governo Berlusconi che si accinge a presiedere l’Unione Europea.

In sintesi, passando al secondo punto, non c’è segno di grandi spaccature intraeuropee o sul versante atlantico. Ma non c’è nemmeno alcun indizio di migliore convergenza intraeuropea sul piano della difesa comune, del mercato unico e della forma politica dell’Unione. Tuttavia, ripeto, questo non è un problema grave perché resta inossidabile il principio base del progetto europeo: anche se non andiamo avanti, non torneremo mai indietro. Rappresentato, per esempio concreto, nel fatto che il trattato sulla moneta unica non prevede che un Paese possa un giorno recedere. Quindi è pura fantasia l’ipotesi che ci spaccheremo. Così come è puro dilettantismo pensare di costruire un’Unione Europea che operi come una supernazione senza aver prima risolto le centinaia di problemi dovuti ai diversi interessi nazionali. E quello che veramente mi preoccupa non è tanto questa diversità, ma il fatto che troppi vogliano comporla in modi irrealistici. Infatti è l’europeismo lirico il peggior nemico dell’Unione. Perché non crea le condizioni per una lenta, ma sicura, composizione degli interessi imponendo loro un’imbragatura artificiale e quindi irrealizzabile. Infatti invoco il ritorno al metodo che costruì l’Europa prima del 1991 (Maastricht): integrare ciò che è possibile e utile per tutti, rimandando le cose più difficili, ma cercando di perseguirle con uno sforzo costante. Con il paradosso che in realtà è questo metodo che ancora funziona nei fatti, ma entro un linguaggio politico che pretende accelerazioni e strappi irrealistici. Da parte di chi? La Francia vuole un Europa politica più unita per allinearla alla sua politica di interesse nazionale. La Germania vuole una federalizzazione più spinta per contare di più in quanto più grossa. Convincere ambedue che l’Europa è ormai a 25 e non a 2 sarà l’atto che riporterà più realismo e, quindi, sosterrà meglio il sogno della vera integrazione.

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Il timore era ed è che la linea di opposizione durissima della Francia agli Stati Uniti ed al Regno Unito sulla questione mediorientale creasse una spaccatura interna all’Europa difficile da incollare di nuovo. Niente di questo sta accadendo. Chirac sta dando segnali che la posizione di Parigi, pur restando contraria, non supererà la soglia oltre la quale vi è una divisione sostanziale dell’Occidente. Il primo a reagire positivamente a questi segnali è stato Blair per due interessi. Ottenere in qualche modo la riapertura dell’ombrello Onu per riparare la politica di alleanza con gli Usa dalla pioggia di dissensi interni (il partito laburista è spaccato a metà). E, appunto, tenere l’Unione Europea unita. Interesse prioritario anche di Parigi che ha una paura matta di ricevere una punizione dagli Usa per il suo appoggio a Saddam e di restare isolata in ambito europeo. Anche perché la Germania diverge solo momentaneamente e parzialmente dagli Usa in quanto i suoi interessi economici e geopolitici di prospettiva sono quelli di diventare l’interlocutore privilegiato degli americani in Europa, dopo averne preso una posizione dominate in base alla sua scala. E lo si è visto: nelle parole la Germania è ostile alla guerra, ma nei fatti è cobelligerante in Afghanistan e aiuta lo sforzo logistico statunitense in Irak essendone la retrovia principale, perfino con vincoli minori di quelli posti dall’Italia che sostiene esplicitamente la coalizione impegnata nella bonifica dell’Irak (e dintorni). La Francia, non potendo fidarsi nemmeno della Russia – che si allea in base ad interessi contingenti con chi le conviene – ha capito che l’ipotesi di un’Europa euroasiatica contrapposta a quella atlantica è impraticabile. E si sta riallineando anche consapevole di aver tirato troppo la corda perché temporaneamente eccitata dal sostegno dei movimenti pacifisti. Infatti ora sarebbe sciocco da parte degli euroatlantici punire l’errore francese. Bisogna capire, realisticamente, che con più di cinque milioni di islamici votanti e quasi altrettanti immigrati Parigi non può prendere un profilo troppo aggressivo contro i Paesi islamici (né ammettere il fondamento cristiano nella Costituzione europea) senza crearsi un enorme problema di sicurezza interna. Pertanto bisogna trovare una posizione per Parigi dove questa possa restare allo stesso tempo occidentale e filoaraba. E’ possibile, appunto, incorporandola nella ricostruzione dell’Irak come Chirac disperatamente chiede. Non credo che le verrà negato – anche se l’amministrazione Bush è infuriata con Chirac e fa fatica a calmarsi - proprio per ottenere una maggiore collaborazione euroamericana nella gestione del quadro mediorientale. Linea politica che, tra l’altro, è quella perseguita nei fatti dal governo Berlusconi che si accinge a presiedere l’Unione Europea.

In sintesi, passando al secondo punto, non c’è segno di grandi spaccature intraeuropee o sul versante atlantico. Ma non c’è nemmeno alcun indizio di migliore convergenza intraeuropea sul piano della difesa comune, del mercato unico e della forma politica dell’Unione. Tuttavia, ripeto, questo non è un problema grave perché resta inossidabile il principio base del progetto europeo: anche se non andiamo avanti, non torneremo mai indietro. Rappresentato, per esempio concreto, nel fatto che il trattato sulla moneta unica non prevede che un Paese possa un giorno recedere. Quindi è pura fantasia l’ipotesi che ci spaccheremo. Così come è puro dilettantismo pensare di costruire un’Unione Europea che operi come una supernazione senza aver prima risolto le centinaia di problemi dovuti ai diversi interessi nazionali. E quello che veramente mi preoccupa non è tanto questa diversità, ma il fatto che troppi vogliano comporla in modi irrealistici. Infatti è l’europeismo lirico il peggior nemico dell’Unione. Perché non crea le condizioni per una lenta, ma sicura, composizione degli interessi imponendo loro un’imbragatura artificiale e quindi irrealizzabile. Infatti invoco il ritorno al metodo che costruì l’Europa prima del 1991 (Maastricht): integrare ciò che è possibile e utile per tutti, rimandando le cose più difficili, ma cercando di perseguirle con uno sforzo costante. Con il paradosso che in realtà è questo metodo che ancora funziona nei fatti, ma entro un linguaggio politico che pretende accelerazioni e strappi irrealistici. Da parte di chi? La Francia vuole un Europa politica più unita per allinearla alla sua politica di interesse nazionale. La Germania vuole una federalizzazione più spinta per contare di più in quanto più grossa. Convincere ambedue che l’Europa è ormai a 25 e non a 2 sarà l’atto che riporterà più realismo e, quindi, sosterrà meglio il sogno della vera integrazione.

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2003-3-30

30/3/2003

Il collante europeo

L’Unione Europea non si spaccherà vistosamente tra atlantici ed euroasiatici come molti analisti e commentatori temono. Questo non vuol dire che vi sarà una coesione europea sufficiente per realizzare progetti ambiziosi che presuppongono più integrazione. Ma è lo stato normale dell’Unione, non una novità. Che quindi le nazioni europee sono abituate a gestire facendo il possibile in base al consenso corrente (poco) e rimandando al futuro ed alle dichiarazioni di intenzione quello su cui non si è d’accordo (molto). Ma in questo gioco tra un poco che si fa ed un molto che non è ancora maturo, l’Unione Europea va comunque avanti passo dopo passo. Ritengo opportuno chiarire ambedue i punti perché, secondo me, troppi commenti irrealistici hanno recentemente creato della confusione al riguardo. Vediamo.

Il timore era ed è che la linea di opposizione durissima della Francia agli Stati Uniti ed al Regno Unito sulla questione mediorientale creasse una spaccatura interna all’Europa difficile da incollare di nuovo. Niente di questo sta accadendo. Chirac sta dando segnali che la posizione di Parigi, pur restando contraria, non supererà la soglia oltre la quale vi è una divisione sostanziale dell’Occidente. Il primo a reagire positivamente a questi segnali è stato Blair per due interessi. Ottenere in qualche modo la riapertura dell’ombrello Onu per riparare la politica di alleanza con gli Usa dalla pioggia di dissensi interni (il partito laburista è spaccato a metà). E, appunto, tenere l’Unione Europea unita. Interesse prioritario anche di Parigi che ha una paura matta di ricevere una punizione dagli Usa per il suo appoggio a Saddam e di restare isolata in ambito europeo. Anche perché la Germania diverge solo momentaneamente e parzialmente dagli Usa in quanto i suoi interessi economici e geopolitici di prospettiva sono quelli di diventare l’interlocutore privilegiato degli americani in Europa, dopo averne preso una posizione dominate in base alla sua scala. E lo si è visto: nelle parole la Germania è ostile alla guerra, ma nei fatti è cobelligerante in Afghanistan e aiuta lo sforzo logistico statunitense in Irak essendone la retrovia principale, perfino con vincoli minori di quelli posti dall’Italia che sostiene esplicitamente la coalizione impegnata nella bonifica dell’Irak (e dintorni). La Francia, non potendo fidarsi nemmeno della Russia – che si allea in base ad interessi contingenti con chi le conviene – ha capito che l’ipotesi di un’Europa euroasiatica contrapposta a quella atlantica è impraticabile. E si sta riallineando anche consapevole di aver tirato troppo la corda perché temporaneamente eccitata dal sostegno dei movimenti pacifisti. Infatti ora sarebbe sciocco da parte degli euroatlantici punire l’errore francese. Bisogna capire, realisticamente, che con più di cinque milioni di islamici votanti e quasi altrettanti immigrati Parigi non può prendere un profilo troppo aggressivo contro i Paesi islamici (né ammettere il fondamento cristiano nella Costituzione europea) senza crearsi un enorme problema di sicurezza interna. Pertanto bisogna trovare una posizione per Parigi dove questa possa restare allo stesso tempo occidentale e filoaraba. E’ possibile, appunto, incorporandola nella ricostruzione dell’Irak come Chirac disperatamente chiede. Non credo che le verrà negato – anche se l’amministrazione Bush è infuriata con Chirac e fa fatica a calmarsi - proprio per ottenere una maggiore collaborazione euroamericana nella gestione del quadro mediorientale. Linea politica che, tra l’altro, è quella perseguita nei fatti dal governo Berlusconi che si accinge a presiedere l’Unione Europea.

In sintesi, passando al secondo punto, non c’è segno di grandi spaccature intraeuropee o sul versante atlantico. Ma non c’è nemmeno alcun indizio di migliore convergenza intraeuropea sul piano della difesa comune, del mercato unico e della forma politica dell’Unione. Tuttavia, ripeto, questo non è un problema grave perché resta inossidabile il principio base del progetto europeo: anche se non andiamo avanti, non torneremo mai indietro. Rappresentato, per esempio concreto, nel fatto che il trattato sulla moneta unica non prevede che un Paese possa un giorno recedere. Quindi è pura fantasia l’ipotesi che ci spaccheremo. Così come è puro dilettantismo pensare di costruire un’Unione Europea che operi come una supernazione senza aver prima risolto le centinaia di problemi dovuti ai diversi interessi nazionali. E quello che veramente mi preoccupa non è tanto questa diversità, ma il fatto che troppi vogliano comporla in modi irrealistici. Infatti è l’europeismo lirico il peggior nemico dell’Unione. Perché non crea le condizioni per una lenta, ma sicura, composizione degli interessi imponendo loro un’imbragatura artificiale e quindi irrealizzabile. Infatti invoco il ritorno al metodo che costruì l’Europa prima del 1991 (Maastricht): integrare ciò che è possibile e utile per tutti, rimandando le cose più difficili, ma cercando di perseguirle con uno sforzo costante. Con il paradosso che in realtà è questo metodo che ancora funziona nei fatti, ma entro un linguaggio politico che pretende accelerazioni e strappi irrealistici. Da parte di chi? La Francia vuole un Europa politica più unita per allinearla alla sua politica di interesse nazionale. La Germania vuole una federalizzazione più spinta per contare di più in quanto più grossa. Convincere ambedue che l’Europa è ormai a 25 e non a 2 sarà l’atto che riporterà più realismo e, quindi, sosterrà meglio il sogno della vera integrazione.

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