E’ utile approfondire la relazione tra venti di guerra ed andamenti del mercato finanziario. Il secondo sconta attualmente uno scenario molto pessimistico: azione con esiti incerti per la bonifica dell’Iraq, che potrebbe durare anni, con impennate del prezzo del petrolio ed un alto rischio di ondate terroristiche. Ciò deprime i nuovi investimenti e, pertanto, ritarda il rimbalzo economico pur questo tecnicamente possibile. Inoltre, l’incertezza bellica si incrocia con la contrazione seguita alla bolla 1996-2000 e ancora non del tutto terminata. Così come non è ben cicatrizzata la ferita alla fiducia degli investitori dovuta sia agli scandali sia ai crolli borsistici. Quindi l’equazione che descrive la situazione corrente è: alta incertezza sul piano della sicurezza globale più fase bassa del ciclo economico più crisi di fiducia uguale a sottovalutazione di tutto il comparto degli investimenti finanziari. Simmetricamente, i beni rifugio (oro, immobili, titoli di Stato, ecc.) sono sopravvalutati. Con la complicazione che anche i titoli azionari tipicamente difensivi sono sottotono, segno che persiste una vera e propria sfiducia nelle Borse in generale e non solo su un insieme di settori.

Come mai, allora il mercato non crolla del tutto? Perché resta in una posizione di attesa nella postura più difensiva che può, ma senza dover disinvestire. E’ la tipica posizione di chi immagina che in qualche tempo futuro le cose potranno andare bene, ma non vede ancora alcun segnale in merito né riesce ad assegnare un peso ed un tempo di soluzione alla fase di incertezza. Per esempio, questo equilibrio tra il voler stare comunque in Borsa e la paura di fare investimenti espansivi spiega l’andamento dei mercati azionari di gennaio (tra il 3 ed il 5% in meno medio). Rispecchia la sensazione che per parecchio tempo le cose non miglioreranno pur non prevedendo catastrofi finali. A controprova, l’andamento del cambio del dollaro esprime un sentimento simile. Scende perché si teme qualche grosso guaio a danno dell’America e comunque un certo periodo in cui sarà alta la probabilità che succeda, ma non al punto da crollare in quanto non c’è motivo di dubitare che prima o poi gli Usa riprenderanno il ruolo di locomotiva. E quindi che i capitali torneranno a rifluire sulle Borse americane alzando nuovamente il cambio del dollaro. In sintesi, il mercato non è certo in una fase di panico sul piano delle prospettive, ma vede davanti a se un periodo di totale incertezza. Il punto critico: quanto lungo in relazione alla tenuta del sistema economico?

Prima dobbiamo capire come "pensa" il mercato. Se la direzione prospettica è percepita ottimistica ed espansiva questo investe senza alcuna prudenza e cavalca ogni eccesso indipendentemente dalla razionalità (bolla). Se pessimistica, fa la stessa cosa nel segno opposto con la medesima esagerazione. Infatti nel sistema finanziario non esistono mai fasi equilibrate, ma solo di espansione o di contrazione. E la situazione corrente conferma questa tendenza standard: il mercato sovrastima i rischi bellici e non coglie l’opportunità rialzista data dal raggiungimento di prezzi sottovalutati. Fino al punto di esporsi a rischi finanziari notevoli qualora le cose migliorassero di colpo: molti resterebbero, per esempio, prigionieri di investimenti difensivi comprati a prezzo molto alto che scenderebbe improvvisamente e di molto scontando sia inflazione (rialzo dei tassi) sia più crescita delle Borse e dell’economia. Ma l’accettazione di tale rischio nel proprio portafoglio mostra con certa precisione sia l’umore della maggioranza del mercato sia la tempistica: evidentemente non ritiene che almeno nei prossimi sei-otto mesi vi sia un segnale di cambio ottimistico di direzione. Qui il problema: se non vi saranno eventi in grado di rilanciare l’ottimismo nei prossimi sei mesi, allora il 2003 sarà recessivo per mancanza di investimenti sufficienti. Con la complicazione di colpire un sistema economico già indebolito e quindi più vulnerabile a depressioni prolungate. Ipotesi che porta a chiedersi: per quanto tempo il mercato potrà restare in fase di incertezza senza innescare una brutta crisi? Tre o quattro mesi ancora, al massimo, sembra una risposta tecnicamente sensata.

Si riuscirà a chiudere, e bene, il caso entro tale termine? Lo scenario tecnico è molto più ottimista di quello percepito dal mercato. L’Iraq non presenta grossi problemi militari visto il differenziale di potenza tra alleati e forze (poche) rimaste fedeli a Saddam. La permanenza successiva sul territorio di truppe alleate per difendere la transizione verso un nuovo sistema democratico non è ostacolata – diversamente da quanto si crede – dai regimi arabi dell’area. Anzi, pur non dichiarandolo, vedono con favore la presenza diretta di un potere forte che può difendere meglio i regimi moderati dalle ondate interne fondamentaliste (il vero obiettivo di Al Quaida) oltre a tenere sotto controllo Israele. Perché, allora, esiste tanta differenza tra il rischio percepito dai tecnici e quello sentito dal mercato? Oltre all’effetto di media emotivamente e ideologicamente contrari, o poco informati, gioca ancora nel secondo l’effetto sorpresa dell’11 settembre e relativa sensazione di nuova vulnerabilità. In realtà ora l’Occidente è più vigile e la sorpresa sarà molto più difficile anche se non escludibile. Quindi non è così improbabile che la fiducia torni nel mercato prima di quanto la maggioranza di questo ora pensi e sconti.

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Come mai, allora il mercato non crolla del tutto? Perché resta in una posizione di attesa nella postura più difensiva che può, ma senza dover disinvestire. E’ la tipica posizione di chi immagina che in qualche tempo futuro le cose potranno andare bene, ma non vede ancora alcun segnale in merito né riesce ad assegnare un peso ed un tempo di soluzione alla fase di incertezza. Per esempio, questo equilibrio tra il voler stare comunque in Borsa e la paura di fare investimenti espansivi spiega l’andamento dei mercati azionari di gennaio (tra il 3 ed il 5% in meno medio). Rispecchia la sensazione che per parecchio tempo le cose non miglioreranno pur non prevedendo catastrofi finali. A controprova, l’andamento del cambio del dollaro esprime un sentimento simile. Scende perché si teme qualche grosso guaio a danno dell’America e comunque un certo periodo in cui sarà alta la probabilità che succeda, ma non al punto da crollare in quanto non c’è motivo di dubitare che prima o poi gli Usa riprenderanno il ruolo di locomotiva. E quindi che i capitali torneranno a rifluire sulle Borse americane alzando nuovamente il cambio del dollaro. In sintesi, il mercato non è certo in una fase di panico sul piano delle prospettive, ma vede davanti a se un periodo di totale incertezza. Il punto critico: quanto lungo in relazione alla tenuta del sistema economico?

Prima dobbiamo capire come "pensa" il mercato. Se la direzione prospettica è percepita ottimistica ed espansiva questo investe senza alcuna prudenza e cavalca ogni eccesso indipendentemente dalla razionalità (bolla). Se pessimistica, fa la stessa cosa nel segno opposto con la medesima esagerazione. Infatti nel sistema finanziario non esistono mai fasi equilibrate, ma solo di espansione o di contrazione. E la situazione corrente conferma questa tendenza standard: il mercato sovrastima i rischi bellici e non coglie l’opportunità rialzista data dal raggiungimento di prezzi sottovalutati. Fino al punto di esporsi a rischi finanziari notevoli qualora le cose migliorassero di colpo: molti resterebbero, per esempio, prigionieri di investimenti difensivi comprati a prezzo molto alto che scenderebbe improvvisamente e di molto scontando sia inflazione (rialzo dei tassi) sia più crescita delle Borse e dell’economia. Ma l’accettazione di tale rischio nel proprio portafoglio mostra con certa precisione sia l’umore della maggioranza del mercato sia la tempistica: evidentemente non ritiene che almeno nei prossimi sei-otto mesi vi sia un segnale di cambio ottimistico di direzione. Qui il problema: se non vi saranno eventi in grado di rilanciare l’ottimismo nei prossimi sei mesi, allora il 2003 sarà recessivo per mancanza di investimenti sufficienti. Con la complicazione di colpire un sistema economico già indebolito e quindi più vulnerabile a depressioni prolungate. Ipotesi che porta a chiedersi: per quanto tempo il mercato potrà restare in fase di incertezza senza innescare una brutta crisi? Tre o quattro mesi ancora, al massimo, sembra una risposta tecnicamente sensata.

Si riuscirà a chiudere, e bene, il caso entro tale termine? Lo scenario tecnico è molto più ottimista di quello percepito dal mercato. L’Iraq non presenta grossi problemi militari visto il differenziale di potenza tra alleati e forze (poche) rimaste fedeli a Saddam. La permanenza successiva sul territorio di truppe alleate per difendere la transizione verso un nuovo sistema democratico non è ostacolata – diversamente da quanto si crede – dai regimi arabi dell’area. Anzi, pur non dichiarandolo, vedono con favore la presenza diretta di un potere forte che può difendere meglio i regimi moderati dalle ondate interne fondamentaliste (il vero obiettivo di Al Quaida) oltre a tenere sotto controllo Israele. Perché, allora, esiste tanta differenza tra il rischio percepito dai tecnici e quello sentito dal mercato? Oltre all’effetto di media emotivamente e ideologicamente contrari, o poco informati, gioca ancora nel secondo l’effetto sorpresa dell’11 settembre e relativa sensazione di nuova vulnerabilità. In realtà ora l’Occidente è più vigile e la sorpresa sarà molto più difficile anche se non escludibile. Quindi non è così improbabile che la fiducia torni nel mercato prima di quanto la maggioranza di questo ora pensi e sconti.

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Come mai, allora il mercato non crolla del tutto? Perché resta in una posizione di attesa nella postura più difensiva che può, ma senza dover disinvestire. E’ la tipica posizione di chi immagina che in qualche tempo futuro le cose potranno andare bene, ma non vede ancora alcun segnale in merito né riesce ad assegnare un peso ed un tempo di soluzione alla fase di incertezza. Per esempio, questo equilibrio tra il voler stare comunque in Borsa e la paura di fare investimenti espansivi spiega l’andamento dei mercati azionari di gennaio (tra il 3 ed il 5% in meno medio). Rispecchia la sensazione che per parecchio tempo le cose non miglioreranno pur non prevedendo catastrofi finali. A controprova, l’andamento del cambio del dollaro esprime un sentimento simile. Scende perché si teme qualche grosso guaio a danno dell’America e comunque un certo periodo in cui sarà alta la probabilità che succeda, ma non al punto da crollare in quanto non c’è motivo di dubitare che prima o poi gli Usa riprenderanno il ruolo di locomotiva. E quindi che i capitali torneranno a rifluire sulle Borse americane alzando nuovamente il cambio del dollaro. In sintesi, il mercato non è certo in una fase di panico sul piano delle prospettive, ma vede davanti a se un periodo di totale incertezza. Il punto critico: quanto lungo in relazione alla tenuta del sistema economico?

Prima dobbiamo capire come "pensa" il mercato. Se la direzione prospettica è percepita ottimistica ed espansiva questo investe senza alcuna prudenza e cavalca ogni eccesso indipendentemente dalla razionalità (bolla). Se pessimistica, fa la stessa cosa nel segno opposto con la medesima esagerazione. Infatti nel sistema finanziario non esistono mai fasi equilibrate, ma solo di espansione o di contrazione. E la situazione corrente conferma questa tendenza standard: il mercato sovrastima i rischi bellici e non coglie l’opportunità rialzista data dal raggiungimento di prezzi sottovalutati. Fino al punto di esporsi a rischi finanziari notevoli qualora le cose migliorassero di colpo: molti resterebbero, per esempio, prigionieri di investimenti difensivi comprati a prezzo molto alto che scenderebbe improvvisamente e di molto scontando sia inflazione (rialzo dei tassi) sia più crescita delle Borse e dell’economia. Ma l’accettazione di tale rischio nel proprio portafoglio mostra con certa precisione sia l’umore della maggioranza del mercato sia la tempistica: evidentemente non ritiene che almeno nei prossimi sei-otto mesi vi sia un segnale di cambio ottimistico di direzione. Qui il problema: se non vi saranno eventi in grado di rilanciare l’ottimismo nei prossimi sei mesi, allora il 2003 sarà recessivo per mancanza di investimenti sufficienti. Con la complicazione di colpire un sistema economico già indebolito e quindi più vulnerabile a depressioni prolungate. Ipotesi che porta a chiedersi: per quanto tempo il mercato potrà restare in fase di incertezza senza innescare una brutta crisi? Tre o quattro mesi ancora, al massimo, sembra una risposta tecnicamente sensata.

Si riuscirà a chiudere, e bene, il caso entro tale termine? Lo scenario tecnico è molto più ottimista di quello percepito dal mercato. L’Iraq non presenta grossi problemi militari visto il differenziale di potenza tra alleati e forze (poche) rimaste fedeli a Saddam. La permanenza successiva sul territorio di truppe alleate per difendere la transizione verso un nuovo sistema democratico non è ostacolata – diversamente da quanto si crede – dai regimi arabi dell’area. Anzi, pur non dichiarandolo, vedono con favore la presenza diretta di un potere forte che può difendere meglio i regimi moderati dalle ondate interne fondamentaliste (il vero obiettivo di Al Quaida) oltre a tenere sotto controllo Israele. Perché, allora, esiste tanta differenza tra il rischio percepito dai tecnici e quello sentito dal mercato? Oltre all’effetto di media emotivamente e ideologicamente contrari, o poco informati, gioca ancora nel secondo l’effetto sorpresa dell’11 settembre e relativa sensazione di nuova vulnerabilità. In realtà ora l’Occidente è più vigile e la sorpresa sarà molto più difficile anche se non escludibile. Quindi non è così improbabile che la fiducia torni nel mercato prima di quanto la maggioranza di questo ora pensi e sconti.

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2003-2-3

3/2/2003

Il mercato sconta un pessimismo eccessivo

E’ utile approfondire la relazione tra venti di guerra ed andamenti del mercato finanziario. Il secondo sconta attualmente uno scenario molto pessimistico: azione con esiti incerti per la bonifica dell’Iraq, che potrebbe durare anni, con impennate del prezzo del petrolio ed un alto rischio di ondate terroristiche. Ciò deprime i nuovi investimenti e, pertanto, ritarda il rimbalzo economico pur questo tecnicamente possibile. Inoltre, l’incertezza bellica si incrocia con la contrazione seguita alla bolla 1996-2000 e ancora non del tutto terminata. Così come non è ben cicatrizzata la ferita alla fiducia degli investitori dovuta sia agli scandali sia ai crolli borsistici. Quindi l’equazione che descrive la situazione corrente è: alta incertezza sul piano della sicurezza globale più fase bassa del ciclo economico più crisi di fiducia uguale a sottovalutazione di tutto il comparto degli investimenti finanziari. Simmetricamente, i beni rifugio (oro, immobili, titoli di Stato, ecc.) sono sopravvalutati. Con la complicazione che anche i titoli azionari tipicamente difensivi sono sottotono, segno che persiste una vera e propria sfiducia nelle Borse in generale e non solo su un insieme di settori.

Come mai, allora il mercato non crolla del tutto? Perché resta in una posizione di attesa nella postura più difensiva che può, ma senza dover disinvestire. E’ la tipica posizione di chi immagina che in qualche tempo futuro le cose potranno andare bene, ma non vede ancora alcun segnale in merito né riesce ad assegnare un peso ed un tempo di soluzione alla fase di incertezza. Per esempio, questo equilibrio tra il voler stare comunque in Borsa e la paura di fare investimenti espansivi spiega l’andamento dei mercati azionari di gennaio (tra il 3 ed il 5% in meno medio). Rispecchia la sensazione che per parecchio tempo le cose non miglioreranno pur non prevedendo catastrofi finali. A controprova, l’andamento del cambio del dollaro esprime un sentimento simile. Scende perché si teme qualche grosso guaio a danno dell’America e comunque un certo periodo in cui sarà alta la probabilità che succeda, ma non al punto da crollare in quanto non c’è motivo di dubitare che prima o poi gli Usa riprenderanno il ruolo di locomotiva. E quindi che i capitali torneranno a rifluire sulle Borse americane alzando nuovamente il cambio del dollaro. In sintesi, il mercato non è certo in una fase di panico sul piano delle prospettive, ma vede davanti a se un periodo di totale incertezza. Il punto critico: quanto lungo in relazione alla tenuta del sistema economico?

Prima dobbiamo capire come "pensa" il mercato. Se la direzione prospettica è percepita ottimistica ed espansiva questo investe senza alcuna prudenza e cavalca ogni eccesso indipendentemente dalla razionalità (bolla). Se pessimistica, fa la stessa cosa nel segno opposto con la medesima esagerazione. Infatti nel sistema finanziario non esistono mai fasi equilibrate, ma solo di espansione o di contrazione. E la situazione corrente conferma questa tendenza standard: il mercato sovrastima i rischi bellici e non coglie l’opportunità rialzista data dal raggiungimento di prezzi sottovalutati. Fino al punto di esporsi a rischi finanziari notevoli qualora le cose migliorassero di colpo: molti resterebbero, per esempio, prigionieri di investimenti difensivi comprati a prezzo molto alto che scenderebbe improvvisamente e di molto scontando sia inflazione (rialzo dei tassi) sia più crescita delle Borse e dell’economia. Ma l’accettazione di tale rischio nel proprio portafoglio mostra con certa precisione sia l’umore della maggioranza del mercato sia la tempistica: evidentemente non ritiene che almeno nei prossimi sei-otto mesi vi sia un segnale di cambio ottimistico di direzione. Qui il problema: se non vi saranno eventi in grado di rilanciare l’ottimismo nei prossimi sei mesi, allora il 2003 sarà recessivo per mancanza di investimenti sufficienti. Con la complicazione di colpire un sistema economico già indebolito e quindi più vulnerabile a depressioni prolungate. Ipotesi che porta a chiedersi: per quanto tempo il mercato potrà restare in fase di incertezza senza innescare una brutta crisi? Tre o quattro mesi ancora, al massimo, sembra una risposta tecnicamente sensata.

Si riuscirà a chiudere, e bene, il caso entro tale termine? Lo scenario tecnico è molto più ottimista di quello percepito dal mercato. L’Iraq non presenta grossi problemi militari visto il differenziale di potenza tra alleati e forze (poche) rimaste fedeli a Saddam. La permanenza successiva sul territorio di truppe alleate per difendere la transizione verso un nuovo sistema democratico non è ostacolata – diversamente da quanto si crede – dai regimi arabi dell’area. Anzi, pur non dichiarandolo, vedono con favore la presenza diretta di un potere forte che può difendere meglio i regimi moderati dalle ondate interne fondamentaliste (il vero obiettivo di Al Quaida) oltre a tenere sotto controllo Israele. Perché, allora, esiste tanta differenza tra il rischio percepito dai tecnici e quello sentito dal mercato? Oltre all’effetto di media emotivamente e ideologicamente contrari, o poco informati, gioca ancora nel secondo l’effetto sorpresa dell’11 settembre e relativa sensazione di nuova vulnerabilità. In realtà ora l’Occidente è più vigile e la sorpresa sarà molto più difficile anche se non escludibile. Quindi non è così improbabile che la fiducia torni nel mercato prima di quanto la maggioranza di questo ora pensi e sconti.

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