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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2002-12-9

9/12/2002

Bush fa sul serio per rilanciare l’economia

La settimana economica si apre sotto l’influenza di due notizie relative a quella passata. Da una parte, la locomotiva americana che traina tutto il mercato globale, e quindi anche l’Europa in forti difficoltà, ha problemi più seri di quanto pensato nel suo motore. Dall’altra, proprio per questo, Bush ha deciso, con mossa secca ed improvvisa, di sostituire i macchinisti della locomotiva stessa per metterne di nuovi più capaci di farla riprendere a correre. Il mercato finanziario ha salutato in modo positivo lo scossone ai vertici del team di conduzione della politica economica statunitense, invertendo al rialzo, venerdì scorso, una giornata borsistica che stava andando male. E’ utile capire il perché di questa mossa in America in relazione allo scenario di uscita dal tunnel dell’eurozona.

Circa un anno fa l’Amministrazione Bush aveva definito una missione di rilancio economico articolata in molti punti, tra cui quelli essenziali erano: (a) stimolare il più e meglio possibile con azioni politiche un sistema economico depresso sia dal dopobolla sia dall’11 settembre che, proprio per questo, appariva meno sensibile del solito alla politica monetaria (ribasso del costo del denaro); (b) ricostruire la fiducia degli americani nella trasparenza del sistema finanziario dopo gli scandali; (c) in generale, fare manutenzione del modello statunitense in modo che mantenga la sua credibilità di sistema che crea più occasioni di lavoro di quante ne distrugge. I dati di qualche giorno fa sull’aumento del tasso di disoccupazione (dal 5,7% al 6) hanno mostrato nei fatti che il terzo obiettivo non è stato raggiunto. Gli andamenti borsistici, pur buoni dai primi di ottobre in poi, non sono stati segno di piena ripresa della fiducia, il secondo traguardo. In generale, la crisi degli investimenti per nuove avventure industriali, un atteggiamento timoroso di risparmiatori, ecc., hanno aggiunto la sensazione che le stimolazioni economiche finora attuate, pur il Pil americano cresciuto del 4% nel terzo trimestre e proiettato oltre il due annualizzato, non hanno ridato l’ottimismo al mercato. Così lo scenario mostrava che, nonostante la buona tenuta corrente del sistema, la tendenza futura avrebbe potuto peggiorare. Per questo Bush ha valutato che il ministro del Tesoro, O’Neil, ed il suo consigliere economico, Lindsey, non erano più adeguati al compito di definire le giuste strategie e di comunicarle con credibilità al mercato. E li ha invitati a dimettersi, cosa che questi hanno fatto, per altro, con ammirevole stile istituzionale.

Cosa dovranno fare i nuovi macchinisti – di cui è in corso la selezione - che prenderanno il posto di quelli dimessi? Prima di tutto definire un pacchetto stimolativo più efficace di quello finora varato. Si tratterà di un mix tra riduzioni fiscali ed aiuti ai settori più sotto pressione. E’ presto per valutarlo in dettaglio, ma la sensazione è che questa volta sarà estremamente incisivo. La priorità parallela sarà quella di chiudere bene le incertezze relative al sistema contabile delle imprese americane ed alla loro trasparenza. Molti passi sono stati fatti, il sistema è molto più sano di quanto si creda in relazione alla vistosità degli scandali (meno di una decina di aziende su centinaia quotate hanno avuto delle irregolarità) e, soprattutto, non sembra vi siano altre brutte sorprese in arrivo. Ma per segnalare il confine tra un brutto momento per la credibilità del sistema finanziario di massa statunitense – che poi è il meccanismo centrale per favorire gli investimenti, cioè il collegamento tra capitale di risparmio e buone idee imprenditoriali – ed il ripristino della fiducia ci vorrà un’azione molto decisa. In parte questa è già stata fatta rimovendo il presidente della Sec (simile alla Consob), Harvey Pitt, come segnale che la vigilanza sarà più stretta. Ma ci vuole qualcuno che risulti credibile nel comunicare al pubblico la determinazione del governo per ripristinare gli ingranaggi del “ciclo della fiducia” . Probabilmente ci sarà perché la ricerca della persona giusta è basata proprio su questo criterio.

In sintesi la speranza di Bush è quella di mostrare che con il cambio dei macchinisti la locomotiva ripartirà, chiamando così una reazione ottimistica da parte del mercato. Tale speranza è anche di noi europei. Perché se l’America restasse stagnante (soprattutto, sul piano degli investimenti) e poco ottimista (consumi in declino) non vi sarebbe quella robusta ripresa che le tendenze annunciano, nel caso migliore, ai primi del 2003. E senza tale traino esterno un’eurozona troppo rigida per fare crescita interna non riuscirebbe a vedere analoga ripresa entro l’estate. Per tale motivo il segnale forte dato da Bush che l’amministrazione vuole fare sul serio per stimolare il rilancio della locomotiva americana va preso come buon auspicio.   

(c) 2002 Carlo Pelanda
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