ENGLISH VERSION


 VITA
  Biografia    Gallery     Interviste    Premi     CPTV

 PUBBLICAZIONI

  Libri    Saggi    Ricerche
  Articoli dal 1998

 LETTERE

  Scrivi a CP
  Leggi le lettere    Archivio

 CERCA


Carlo A. Pelanda
menu
fb Tw g+ print

L' Arena

2002-10-14

14/10/2002

Il problema della Fiat è trovare un compratore

E’ ovvio che il governo debba intervenire per evitare una crisi totale dell’auto in Italia. Potrebbe avere un effetto sistemico devastante. A parte i lavoratori direttamente coinvolti, attorno al settore automobili della Fiat gira un indotto enorme: migliaia di piccole e medie imprese fornitrici, concessionari, il tutto calcolabile in circa mezzo milione di famiglie. Per lo più nel nord. Con la complicazione che nel sud gli stabilimenti Fiat sono l’unica realtà industriale in alcune aree e, senza questi, non vi sarebbe altro. Comprensibile, quindi, la mobilitazione difensiva. Ma sarebbe irrealistico pensare che possa esistere una soluzione salvifica “non di mercato”. Chi la invoca, in forma di garanzia duratura di denaro pubblico all’azienda agonizzante, soffre di dilettantismo economico o di populismo: dopo un po’ saremmo da capo. Quindi è importante chiarire molto bene cosa debba fare lo Stato e cosa il mercato per uscire da questa crisi.

Entriamo nel dettaglio. Lo Stato deve creare le condizioni affinché qualcuno che sappia stare sul mercato dell’auto possa comprare la Fiat rilanciandone la competitività dei marchi. Il problema corrente di crisi non è tanto che la Fiat auto – il resto del gruppo va piuttosto bene – vada male, capita, ma il fatto che nessuna voglia comprarsela. Esattamente in questo punto sta il rischio di perdita catastrofica di valore. A cui bisogna rispondere con un’azione “ponte” per rendere nuovamente appetibile l’azienda. Questa è la missione di interesse nazionale. Resa pressante dal fatto – la vera emergenza sistemica – che se salta la Fiat scoppiano anche le banche creditrici. 

Vediamo il problema aziendale. Già parecchi anni fa la Fiat ha perduto la competitività. Non è riuscita a stare sul mercato statunitense per difetto di investimenti ed alleanze. Negli Stati Uniti “Fiat” vuol dire “Fix it again Tony” (aggiustala di nuovo Antonio). Sintetizza l’errore fatto. Andare su un mercato molto raffinato e dove si scontrano i migliori costruttori del mondo senza una buona tecnologia e reti distributive adeguate. Cosa che ha anche depresso l’ottima prospettiva del marchio Alfa Romeo, amatissimo e status symbol negli Usa. Da quando è uscita da quel mercato, circa venti anni fa, la Fiat si è autocollocata nella serie “B” dell’auto. Il vertice aziendale ha pensato che ciò non fosse un grande problema in quanto i mercati emergenti stavano preparandosi alla motorizzazione di massa (Brasile e Sud America, Cina, ecc.) e sembravano perfetti per l’offerta Fiat. Non lo furono abbastanza per compensare la continua erosione delle quote di mercato nel sistema europeo. Dove altri costruttori erano intanto penetrati nel settore delle utilitarie e piccole con prodotti migliori e con marketing più aggressivo. E alla fine la Fiat non fu più neanche leader sul mercato italiano, suo polmone tradizionale. Questo serve a dire che l’azienda è in rotta sul fronte al mercato. Ciò toglie valore alle sue capacità residue in quanto, se resta sola e così, è destinata a chiudere. Il capitale incorpora sempre il tempo. Se un valore non ha futuro, allora il suo prezzo corrente è zero. Quindi la strategia di rivalorizzazione deve puntare a trovare un compratore che gestisca i valori residui della Fiat immettendoli entro un sistema che, invece, abbia futuro sul mercato mondiale. In altre parole, la Fiat può essere rilanciata solo come componente di un gruppo globale forte. Con la complicazione che non può essere un europeo a comprarla perché avrebbe il solo interesse a chiuderla dato l’eccesso di produttori nel continente. Può solo essere americano o giapponese.

Tale analisi è già stata fatta dagli interessati parecchi anni fa ed ha portato alla cessione del 20% dell’azienda alla General Motors. Con un contratto di “put” (opzione a vendere) dove a partire dal 2004 la GM ha assunto l’obbligo di rilevare ad un certo prezzo la proprietà totale della Fiat auto. Ma in poco tempo le condizioni sono peggiorate. Il valore di 12 miliardi di euro della Fiat è, appunto, solo apparente. Il debito è enorme, le perdite in atto crescenti. Pertanto la GM non ha più tanto interesse a comprare, avendo anche da ristrutturare, in Europa, la Opel. Nello scenario pesano anche le condizioni di remuneratività dell’intero settore auto mondiale. I grandi impianti, le spese eccessive di progetto e sviluppo di un modello, non sono più sostenibili. Quindi tutti i gruppi stanno smagrendo i loro modelli produttivi e cercando risparmi via integrazione delle piattaforme. Per esempio, la scorsa settimana le arcirivali Ford e GM hanno deciso di coprogettare un nuovo cambio automatico per ridurre le spese. Questa è la tendenza.

A quali condizioni la Fiat resterà appetibile per la GM? Garanzia di poter licenziare la manodopera in eccesso e risoluzione del debito pregresso non a carico suo. Questo è il punto reale su cui ci vorrà la mediazione e l’intervento dello Stato. Vedremo come andrà.

Se posso esprimere un’opinione personale, penso che GM possa essere un buon padrone, anche per la sua tradizione di federare marchi e di non lasciarli morire, promessa, per esempio, per un bel rilancio dell’Alfa. Tuttavia, il governo, visto che dovrà comunque metterci dei soldi (nostri) per l’azione ponte, potrebbe esplorare anche gli interessi della Toyota che compete proprio con la GM per il primato globale. Per i nipponici la Fiat avrebbe un valore di posizionamento europeo (e russo) molto maggiore. Io metterei in competizione i due, vendere e non svendere. Speriamo che Berlusconi ritrovi le sue grandi capacità orginarie di uomo d’affari.

(c) 2002 Carlo Pelanda
FB TW G+

(c) 1999 Carlo Pelanda
Contacts: public@carlopelanda.com
website by: Filippo Brunelli