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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2002-8-12

12/8/2002

Decisioni difficili

I dati dell’economia reale americana ed europea mostrano che il 2002 sarà di convalescenza, con un certo rischio di ricaduta, ma ancora nulla sembra smentire la buona probabilità che il 2003 sarà di forte crescita. C’è da dire che il Fondo monetario ha ridotto da oltre il 3% al 2,5% le stime di crescita del Pil per l’anno prossimo negli Usa. Cosa che fa temere un traino più debole della locomotiva globale sui vagoni dell’eurozona, il più devastato quello tedesco. Tuttavia, i termini dello scenario prospettico sono ambigui sull’entità della ripresa, ma non sul fatto che ci sarà. E consiglierei di ancorare le aspettative, se nuovi dati non consiglieranno di cambiare idea, su questo fondale. Servirà a moderare le ansie francamente esagerate di questi giorni densi di notizie economiche deludenti.

Ottimismo irriflessivo? No, nel mestiere della scenaristica si scommette sulle linee più probabili. E queste – per lo meno quelle che vedo e tratto io  -  vanno verso il bel tempo, pur tra nuvole. Quali? Le conoscete: rischio bellico e terroristico, peggioramenti inattesi dovuti al ciclo di sgonfiamento della bolla finanziaria 1996-2000, crisi dei paesi emergenti e contagio in termini di sfiducia globale, ecc. Non si può prevedere la “sorpresa” e quindi non si può giurare che tutto andrà bene. Ma proprio per questo limite metodologico i ricercatori in materia di solito cercano di capire se, di fronte ad un imprevisto, il sistema è abbastanza forte per resistere. Ed è esattamente quello che mi sembra il punto più importante in questi giorni. Che le Borse, i Pil e quant’altro vadano giù in modi inattesi è sostanzialmente irrilevante. E’ rilevante, invece, la capacità di governare comunque l’economia in direzione di crescita  qualunque cosa succeda. Dopo l’11 settembre, per esempio, i governi e banche centrali occidentali hanno dato un eccezionale esempio di  abilità nel gestire la crisi di fiducia. Possiamo ancora aspettarci queste buone prestazioni? Ci sono decisioni difficilissime da prendere in una situazione dove i margini di errore sono molto minori che nel passato. Vediamo alcuni esempi per capire.

 Domani l’autorità monetaria statunitense dovrà decidere se ridurre i tassi monetari o meno. Tutto il mercato globale è in attesa di cosa farà il manovratore, Alan Greenspan. I dati consiglierebbero di ridurre per stimolare. Ma il livello dei tassi (1,75%) è già ai minimi storici. C’è pochissimo margine in basso. E se si sbaglia il tempo si rischia, poi, di non avere più spazio di manovra qualora si innescasse una nuova recessione. Su questo pesa l’esempio nipponico: da anni il costo del denaro è a zero, ma non è servito a rilanciare un’economia ingessata, piatta dal 1992 dopo lo sgonfiamento della bolla locale (immobiliare) degli anni ’80. Per fortuna il sistema americano non è quello giapponese ed è basato sull’efficienza. Cosa che lo rende sensibilissimo alle manovre, appunto di politica monetaria. Tuttavia, siamo ai limiti della manovrabilità. Non so cosa farà Greenspan, ma mi auguro che non ritoccherà i tassi pur annunciando che è pronto a farlo nel prossimo futuro. Tenendo in riserva “l’ultima cartuccia” senza sprecarla. Inoltre, se tagliasse, il segnale sarebbe quello di formalizzazione una crisi più pesante di quanto pensato e la maggior parte del mercato la prenderebbe come motivo di pessimismo. D’altra parte, un’autorità monetaria deve saper dimostrare di muoversi in anticipo. E oggi i dati non aiutano un decisione netta. Ma Greenspan ha i dati migliori sull’economia statunitense e globale ed è inutile competere tentando di prevedere e valutare in dettaglio senza avere la stessa informazione tecnica. Vedremo, quindi, nelle prossime due settimane se il tavolo di comando dell’economia mondiale è ancora lucido e “sul pezzo” oppure no.

Più semplice è l’analisi della scelta migliore al riguardo della Banca centrale europea. Fino al punto da poterle dare un invito secco in base ai dati di dominio pubblico: prima riduce i tassi e meglio è. Non ha potuto farlo finora perché l’inflazione generata dal cambio in moneta tangibile dell’euro è stata enorme. Ma sta rientrando. Inoltre, diversamente dagli Usa e in qualche misura come in Giappone, l’alta inefficienza del sistema economico europeo (poca concorrenza, finanza artigianale, protezionismo sociale esasperato, condizioni fiscali poco stimolative di nuovi investimenti, ecc.) lo rende poco sensibile alle manovre monetarie.  Tuttavia, tenere i tassi oltre il 3% in una situazione in cui l’Europa è in piena stagnazione non è peso più accettabile per le pur strutturalmente soffocate capacità europee di crescita. La sensazione è che la Bce si appresti finalmente a mollare la stretta, ma il problema è il tempo. Ora, anzi ieri, sarebbe perfetto. Ogni ritardo un aggravamento del problema.

Altre decisioni critiche all’orizzonte? Tra le tante, quella più importante riguarderà la revisione del Patto di stabilità europeo. Di fatto è già violato in quanto nessun Paese principale  riesce a rispettare il pareggio del bilancio pubblico. Inoltre è ormai chiaro che per fare le riforme di efficienza bisogna per un certo periodo finanziarle con rischio di deficit. Quindi il Patto è un ostacolo al risanamento di tutti gli europei. Ma i Patti non devono essere violati e quindi tutti dovranno scriverne uno nuovo. In fretta. Primo appuntamento: dopo le elezioni tedesche, in autunno. Speriamo. 

(c) 2002 Carlo Pelanda
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