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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2002-7-15

15/7/2002

Il buon capitalismo scaccerà quello cattivo

Sia in America sia in Europa molti grandi gruppi quotati, fino a poco fa considerati solidi giganti, sono crollati o sono in enormi difficoltà. La scossa alla fiducia nei confronti del mercato comincia a sentirsi e si traduce in un ritardo nei rialzi borsistici in contrasto con un andamento piuttosto buono dell’economia reale in America e comunque espansivo, anche se lento ed incerto, da noi. In altre occasioni i mercati azionari avrebbero già cominciato a scontare la probabilità di buone notizie future. Ma, non sta succedendo. Cerchiamo di capire la vera entità di tale crisi di fiducia e di prevedere a quali condizioni, finirà.

Dove sta il punto critico? Nel fatto che gli investitori hanno scoperto quanta malagestione c’è nelle imprese quotate. Finora i commenti ne hanno enfatizzato gli aspetti legali, cioè la falsificazione dei bilanci in modo tale da nascondere le perdite e gonfiare i profitti. E hanno sottolineato questo marcio, principalmente in America. Ma la questione non è così semplice. Dobbiamo chiederci quale forza genera il cattivo capitalismo? Molti moralisti hanno la risposta pronta: il capitalismo è tutto cattivo, solo avidità. Senza offenderli, sembra un po’ poco e francamente non molto istruito. Il mercato è un luogo della società che è evoluto regolando l’avidità senza la pretesa di toglierla dalla mente degli umani. Né l’interesse a farlo perché l’avidità, il desiderio di profitto, è il motore della movimentazione del capitale verso un orizzonte di investimento. E senza investimenti non saremmo qui. Con cosa, allora, si ordina il processo capitalistico? Con due sistemi di regole. Il primo derivante dalla legge formale. Il secondo inteso come legge (informale) dell’efficienza. Un mercato è disordinato, e quindi il capitalismo “cattivo”, quando l’una o l’altra possono essere violate. Si assume che il desiderio di un attore di mercato sia sempre quello di aggirare ambedue le leggi – l’imbroglio contabile o il tentativo di sottrarsi alla competizione cercando posizioni di monopolio - e non lo si condanna moralmente per questo. Appunto, nel mercato, diversamente dalla famiglia o altri gruppi sociali, non si regola la cultura o la psicologia dell’avidità.  Ma proprio per tale motivo le regole devono essere ben funzionanti per riuscire continuamente ad incanalarla entro argini che la facciano fluire come ciclo virtuoso del capitale e non straripare trasformandola in disastro. Con questo schema non-moralista in mente andiamo a vedere il problema.

In America è emerso che la legge formale non funziona a dovere. Il sistema contabile statunitense ha una struttura paradossale. La forma può violare la sostanza. Ciò significa che in un bilancio un’operazione può essere legalmente riportata senza il controllo del principio sostanziale che un’uscita è un’uscita ed un’entrata è un’entrata. Ciò crea una tentazione per i manager o sotto pressione o disposti all’azzardo. La soluzione non è quella di imporre loro codici deontologici. Ci deve essere, invece, una buona legge che impedisca i trucchi, punendo con durezza le violazioni. I casi Enron e Worldcom  e altri nove di entità minore sono avvenuti per un gap di adeguamento della legge formale alle nuove possibilità della finanza creativa. Ma basta far evolvere la prima e il problema sarà risolto. Che è esattamente quello che stanno facendo a Washington. Non sembra una crisi generale del capitalismo e del mercato, ma uno dei tanti riaggiustamenti. Se verrà fatto bene e con determinazione, e pare di sì nonostante la retorica non azzeccata di Bush in materia, la fiducia, lì, verrà ripristinata in tempi brevi.

Più complicato è il caso europeo. I codici contabili sono migliori anche se le opacità si sviluppano in altri modi. Ma è prevalsa da noi una violazione della “legge informale del mercato” molto più difficile a ripararsi. Per esempio, prendete i casi dei recenti  fallimenti in Germania di Kirch, Holzman, Fairchild Dornier, Babcock Borsig. Le crisi di macroaziende come la Fiat o Vivendi o di quelle di telecomunicazioni in Francia, Spagna e Germania stessa. Quali cause trovate? Eccessi di personale, bassa produttività, indebitamento eccessivo, cattive strategie, ecc. Ma non è solo questo il punto. Lo è, soprattutto,  il fatto che la cattiva gestione ha potuto protrarsi per anni senza essere sostituita da una più efficiente. Qui è stata violata la legge autoregolativa del mercato. Che recita: le aziende devono essere contendibili (comprabili) affinché una gestione migliore possa velocemente sostituire quella cattiva. Nel sistema europeo le regole generali politiche, ispirate al protezionismo e non all’efficienza, non lo permettono. Per questo in Europa non riesce a funzionare il sistema autoregolativo del mercato e da lì straripa il cattivo capitalismo. La ricostruzione della fiducia qui sarà più lenta ed ostacolata. Ma proprio il fatto che finalmente anche in Europa si vede che qualcuno è lasciato fallire è un buon segno che indica una pur lenta uscita da una crisi generale del capitalismo endemica da decenni. Si può essere ottimisti.

Appunto, nonostante i mille problemi e i tanti disordini sembra che i requisiti di trasparenza ed efficienza del mercato riusciranno, pur a fatica, a prevalere. Appena questo sarà percepito la dannata avidità di nuovo ben incanalata tornerà a dare i frutti che tutti i risparmiatori attendono.

(c) 2002 Carlo Pelanda
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