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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2002-6-24

24/6/2002

Un nuovo europragmatismo

Dopo mesi di trattative riservate i Paesi dell’eurozona hanno trovato una soluzione per flessibilizzare i vincoli del Patto di stabilità senza peraltro affossarlo clamorosamente. La nuova formula è stata svelata durante l’eurosummit di Siviglia. In sostanza, si è deciso di sostituire il vincolo di “pareggio di bilancio” inteso come rispetto dello zero numerico con un concetto di approssimazione, cioè di “prossimità al” pareggio stesso (close to balance), o – che i matematici perdonino e gli studenti non lo usino nei compiti – di “zero qualitativo”. Cosa vuol dire? Che nel 2004 non saremo costretti  a rispettare il perfetto pareggio tra entrate e uscite dello Stato, ma potremo splafonare dello 0,5% del Pil pur restando in area di legittimità. In sintesi, l’Italia ha guadagnato così circa più di 5 miliardi di euro. Sembra poco, ma questi diecimila miliardi e più di vecchie lire fanno la differenza per dare un margine di sicurezza nell’avvio della riforma fiscale annunciata da Tremonti per il 2003. Ne sapremo di più alla pubblicazione del documento di programmazione finanziaria (Dpef) attesa entro la prima parte di luglio, ma già ora la teoria ed il suo massimo problema sono noti. Quando inizio una defiscalizzazione non necessariamente il maggior gettito che proviene dalla crescita così stimolata mi rientra nelle casse statali entro l’anno fiscale. Se ho un margine di indebitamento (deficit annuale) non c’è problema, ma se non me lo danno o devo rinunciare a ridurre le tasse oppure devo prepararmi a ghigliottinare altre uscite pubbliche. Dove la seconda opzione crea dissenso, scioperi e comunque un degrado dei servizi sostenuti con denari fiscali e la prima il mantenimento della crisi competitiva. Quindi potrei scegliere solo tra due danni. Questo problema è simile in tutti i Paesi europei e pertanto sono stati tutti d’accordo nel crearsi uno spazio di sicurezza. Importante è notare che la Commissione europea, tutrice del rispetto dei trattati, ha fatto resistenze fino all’ultimo per evitare questa “piccola” violazione dal testo del “Patto di stabilità e sviluppo” firmato ad Amsterdam nel 1997. Ma il vertice di Siviglia – lo segnalo ai costituzionalisti che stanno studiando l’evoluzione dell’architettura europea ancora incapace di armonizzare il livello intergovernativo con quello sopranazionale -  verrà ricordato come il luogo dove il Consiglio europeo (cioè il consesso dei governi nazionali sovrani) ha sancito il principio che gli accordi tra nazioni prevalgano sui poteri sovranazionali della Commissione. Infatti a questa è stato detto chiaramente e con certa sgarbatezza che le sue sono solo opinioni. Prodi ha abbozzato, ma Pedro Solbes, il Commissario per gli affari monetari, meno. E medita  l’inserimento di una valvola prima di lasciare ad un Paese il permesso di splafonare.

Soffermiamoci su questo punto. Il rispetto del vincolo di pareggio è nato per rendere solido l’euro in assenza di un governo integrato europeo. Se nessuno può far deficit, allora la moneta è per metà salva. Ma dal 1999 in poi è venuto fuori che per dare tale pilastro all’euro si pregiudicava l’altro, cioè quello della crescita economica. Perché? Tutti gli Stati sociali dell’eurozona hanno un rapporto sbilanciato tra garanzie ed efficienza a scapito della seconda, cosa che rende sempre meno finanziabili le prime. Per riequilibrare i modelli economici bisognerebbe dare più spazio allo sviluppo attraverso liberalizzazioni e togliere gli eccessi garantisti, cioè defiscalizzare, ridurre l’assistenzialismo e rendere più flessibile il mercato del lavoro. Che siano al potere governi di destra o sinistra può influenzare l’intensità di tale movimento, ma non ne cambia certo la direzione perché è determinata dalla realtà, irrilevante l’ideologia. Ed il punto è che per riformare bisogna finanziare – e tanto – la transizione riformatrice. Per esempio, se voglio più flessibilità nel sistema occupazionale devo prepararmi a pagare di più le indennità di disoccupazione o se no creerò un rischio di disagio sociale che, problemi morali a parte, poi rischierebbe di deprimere i consumi di massa. Infatti tale è l’accordo in fase di negoziazione tra governo e sindacati moderati in Italia.  In tal senso i Paesi europei si sono trovati in grave imbarazzo nel non poter finanziare i cambiamenti necessari a causa del Patto di stabilità Quindi tutti si aspettavano che prima o poi sarebbe saltato. A tale livello la difesa che fa Solbes dell’interpretazione rigorista del Patto è irrealistica. Da un lato,  il trattato era stato scritto chiaramente ed è inutile nascondere che è stato violato. Cosa preoccupante perché l’Europa reale si basa sul rispetto assoluto dei trattati. D’altra parte, il problema così creato non pare troppo grave. Che la violazione sia avvenuta con l’accordo di tutti la attutisce. Ma  trasferisce qualche incertezza alla Banca centrale europea. Percepirà questa un rischio di indebolimento dell’euro? Al momento sembra di no. Il mercato aveva da tempo scontato la violazione, ma non la ha considerata motivo per vendere euro, anzi. E si nota che i rapporti di cambio risentono più di altre dimensioni che non del rispetto formale del pareggio di bilancio se gli splafonamenti restano entro limiti. In conclusione, sul piano formale non è stata fatta una bella cosa, ma su quello pratico sì. Un’Europa più pragmatica comincia a piacere.

(c) 2002 Carlo Pelanda
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