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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2002-6-3

3/6/2002

Il dilemma del riformatore

La relazione del governatore della Banca d’Italia, Fazio, pur già ampiamente commentata, ha lasciato aperto un interrogativo di fondo che è utile esplicitare. Ha dato la seguente immagine di sintesi: il Paese è in grave crisi di competitività, per motivi di freni allo sviluppo ereditati dal passato, che si potrebbe invertire se il governo accelerasse le riforme promesse, detassazione in particolare. Ritengo sia corretta. Ma Fazio ha concluso raccomandando al governo di osare di più, cioè di darsi una mossa. Come se, pur avendo la teoria giusta, non riuscisse ad applicarla. Anch’io ho la medesima sensazione, ma manca una precisazione su un punto essenziale e non  dibattuto a sufficienza: quanta possibilità di riformarsi dipende da azioni nazionali e quanta, ormai, dalla dimensione europea?

Il punto principale lo vedo così. E’ ovvio che se si riducessero di molto le tasse e i vincoli per lo sviluppo delle imprese queste diventerebbero più competitive ed aumenterebbe la crescita complessiva del Paese. Ma quanta sovranità ha l’Italia per farlo? Meno di quanto servirebbe. Il governo è vincolato dal Patto di stabilità europeo che impone il pareggio di bilancio dei conti pubblici entro il 2004. Il progetto di riduzione delle tasse prevede che i più ridotti carichi fiscali daranno impulso alle attività economiche ed ai consumi e, quindi alla crescita. Che a sua volta porterà nelle casse dello Stato un gettito pari o superiore a quello precedente nonostante il calo dei balzelli. La teoria è del tutto credibile tecnicamente. Ma nessuno può giurare seriamente che tra l’inizio della defiscalizzazione ed il buon esito, sia in termini di gettito sia di crescita, passi un solo anno fiscale. Se ce ne volessero due o tre (come ritengo probabile) allora  il governo riformatore si troverebbe a rischio di uno sbilanciamento tra uscite, per finanziare la spesa pubblica, ed entrate. Cioè in deficit temporaneo che potrebbe andare dal 2 al 5% del Pil. Cosa, appunto, vietata dal Patto di stabilità. Ma se non si può correre tale rischio cosa si può fare? Sperare in una crescita stellare dell’economia come spesso accade a quella americana? Certo, tre anni sopra il 4% permetterebbero di defiscalizzare e stare alla pari coi conti pubblici. Ma per raggiungere tale potenziale di sviluppo bisognerebbe, appunto, prima defiscalizzare. E così il gatto si morde la coda. L’altra alternativa sarebbe quella di tagliare spietatamente e in pochi mesi la spesa pubblica per assorbire un periodo temporaneo di minor gettito. Ma ciò implicherebbe una riduzione sia dei servizi pubblici finanziati con denari fiscali sia la riduzione del personale statale. Cosa che porterebbe ad un conflitto sociale probabilmente incontenibile. La buona notizia è che questo “dilemma del riformatore” è condiviso da quasi tutti i Paesi dell’eurozona che si trovano nella stessa situazione di Stati sociali troppo sbilanciati sul lato delle rigidità e dell’eccesso di tassazione che deprime la crescita. Per esempio, il neo-eletto Chirac, nel promettere una riduzione del 5% della  pressione fiscale ha anche anticipato – informalmente - che la Francia potrà rispettare il Patto di stabilità solo nel 2007 e non nel 2004. Quella cattiva è che la Banca centrale europea non ammette alcuna minima violazione per timore che possa erodere la fiducia, già poca, sull’euro. In sintesi, tutti gli europei sono alle prese con lo stesso problema: fino a che il Patto resterà così rigido non si potrà tentare una riforma fiscale sostanziosa.

Ovviamente se ne potrà tentare una graduale e prudentissima man mano che la crescita globale trainerà le ingabbiate economie europee. Ciò è probabile avvenga nel 2003 ed è, infatti, l’anno in cui l’Italia tenterà l’avvio della defiscalizzazione strutturale (aliquote per imprese e famiglie) e non solo selettiva (tipo legge Tremonti). Ma il punto è che una defiscalizzazione troppo blanda e lenta non produrrà quell’effetto stimolativo che sarebbe necessario per rivitalizzare la competitività industriale. Né da noi né negli altri Paesi dell’eurozona. Quindi il dilemma del riformatore è il seguente: o metto a rischio la stabilità monetaria oppure accetto meno crescita, con l’esito di rendere inevitabile ed endemica la crisi di competitività e le sue conseguenze impoverenti. Tale dilemma non è stato percepito in forma così estrema fino a che i principali Paesi europei sono stati governati dai centrosinistra notoriamente non interessati a ridurre tasse e tasso di statalismo, anzi. Ma proprio per questo, visti gli esiti devastanti sull’economia, gli elettorati stanno premiando le promesse liberalizzanti dei centrodestra ed è probabile che alla fine del 2002 tali schieramenti governeranno tutta l’eurozona. Qui verrà fuori il bubbone finora rimasto sottopelle: con questo Patto di stabilità non si potranno ridurre le tasse in tempi e quantità utili in nessun paese dell’eurozona. Soluzioni? Ce ne sono e saranno oggetto di discussione futura, ma qui va segnalato con priorità che ormai non ne esistono di nazionali, ma solo di tipo concordato a livello paneuropeo. Se Fazio avesse esplicitato questo punto il suo appello, sacrosanto, sarebbe stato più chiaro e, forse, utile.

(c) 2002 Carlo Pelanda
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