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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2002-5-27

27/5/2002

L’aquila a tre teste

L’accordo di associazione consultiva della Russia alla Nato – “Trattato di Roma” che sarà firmato domani –  va visto come un primo passo concreto per la formazione di un futuro sistema occidentale integrato di scala tale da poter ordinare tutto il globo. Vediamone i vantaggi possibili e in che stazione siamo lungo il percorso.

 Fuor di retorica, l’inclusione di Mosca serve a ridurre tre rischi geopolitici ed economici combinati. Primo, la sua capacità petrolifera ha dimensioni tali da poter contrastare il monopolio dell’Opec e con questo il potenziale di ricatto che hanno i Paesi islamici – prevalenti in quel cartello – nei confronti dell’Occidente. Secondo, gli Stati Uniti sono una talassocrazia, cioè un impero marittimo, e nell’emergente priorità di tenere sotto controllo l’Asia centrale hanno bisogno di un alleato con i piedi ben piantati in quell’area, descritta così in qualsiasi testo di strategia, da secoli: chi la controllerà dominerà il mondo. Terzo, la forza combinata dell’aquila a tre teste – Usa, Russia e Ue – ha un potere tale da rendere impensabile per qualsiasi altro non solo il tentare di sfidarla militarmente, ma anche di resistere alle sue pressioni. Soprattutto, in campo di proliferazione nucleare e biochimica. Oggi il problema principale della sicurezza non è tanto quello di una guerra nucleare tra grandi (Russia, Cina e Nato anche se la seconda si sta armando molto pesantemente e celermente) in quanto sono ormai agganciati dal comune interesse a far sì che il mercato globale si sviluppi in piena sicurezza. Lo è invece quello di impedire agli altri di farsi la guerra atomica tra loro (India e Pakistan, Iraq o Iran e Israele, ecc.) o ad una nazione di ricattare l’intero pianeta, sempre più sensibile ad eventuali crisi di fiducia finanziaria. Per tale compito serve una “architettura di potenza” adeguata, cioè una coperta occidentale tanto larga quanto il letto dei possibili guai globali. E la Russia è il pezzo che mancava (ci vorrebbe, in verità, anche il Giappone), inevitabile quindi la sua iniziale associazione al nostro sistema.

 Indipendentemente dalla simpatie o antipatie politiche, va riconosciuto al nostro governo l’aver ben capito questa tendenza (in atto, per altro, dal 1992) e che era arrivato il momento di accelerarla togliendo alcuni ostacoli residui. Fa piacere vedere l’Italia giocare nuovamente, dopo tanti decenni di secondarietà, un ruolo primario e positivo sul piano internazionale. Ovviamente il nostro governo non ha agito solo per un’idea generale di sicurezza globale, ma anche per interesse nazionale. La Russia è per l’industria italiana un’area storicamente privilegiata e strutturata da buone relazioni decennali. Forse più rilevante, da lì alla fine verrà quasi tutto il metano ed il petrolio che ci servirà, liberandoci dall’eccesso di dipendenza dagli islamici. Inoltre l’Italia ha la priorità di stabilizzare i Balcani dove l’influenza “slavista” (e della Chiesa ortodossa) di Mosca è essenziale per ottenere il risultato. Infine, ma non meno rilevante, va anche detta una realtà sgradevole. Siano in competizione geoeconomica con la Germania per l’influenza sui mercati orientali. Dobbiamo, inoltre, difenderci da chi vorrebbe far passare le infrastrutture ovest-est europee sopra le Alpi, per proprio vantaggio, tagliando fuori l’area padana con grave pericolo per i nostri interessi. Quindi, a parte la necessità di rafforzare i legami bilaterali con gli europei centro- e sud-orientali, è ovvio che una buona comprensione reciproca tra Roma e Mosca ci aiuterà non poco. Per altro, tale impostazione non è nuova. L’Italia la tentò con l’iniziativa “esagonale” nei primi anni ’90, ma la Germania (Kohl e, soprattutto, Genscher) accelerò la scissione della Jugoslavia (a cui noi eravamo, correttamente, contrari), e ci spiazzò. Bonn (oggi Berlino) e la Baviera – con notevole sostegno da Vienna - cercarono di diventare protettori di Slovenia e Croazia, non certo a nostro favore e cogliendo l’occasione della debolezza dei governi italiani a seguito di tangentopoli,  di fatto in implicito accordo con Milosevic che puntava a costruire la grande Serbia togliendosi dai piedi croati e sloveni. In realtà il problema del contenimento ad est e a sud dell’espansione tedesca è  oggi molto minore. Ma è comunque più rassicurante per noi sapere che la Russia – ostile ad un eccesso espansivo dell’influenza tedesca ad est come la Germania è silenziosamente contraria a “troppa” alleanza tra Russia e occidentali per lo stesso motivo, visto dall’altra parte -  può essere un partner utile qualora avessimo problemi di bilanciamento geoeconomico nel futuro.

Ci sono quindi dei grandi vantaggi globali e nazionali nella mossa diplomatica di domani. Ma l’entusiasmo va frenato perché è solo l’inizio di un difficile cammino e non la sua conclusione. Gli Usa sono ancora in dubbio se considerare il partenariato con la Russia un fatto di “coalizione contingente” o un’alleanza permanente. Per altro a ragione. Putin sa quanto la Russia sia necessaria all’Occidente in questo momento. E ne ricaverà vantaggi utili a ricostruire la ricchezza dopo il disastro comunista. La userà in modo strumentale per poi pretendere un’inquietante ricostruzione imperiale (che era il piano formulato dal suo maestro Andropov, mitico per genialità strategica e suo capo nell’ex-Kgb) oppure per integrarsi meglio con noi? Il dubbio c’è, l’Italia sarà molto importante nei prossimi anni per contribuire  a risolverlo in bene.

(c) 2002 Carlo Pelanda
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