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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2002-5-20

20/5/2002

Navigazione lenta, ma sicura

La nave Italia va o no, accelera o imbarca acqua? Questo è il periodo dell’anno in cui si possono capire meglio gli andamenti economici in atto. Ma l’informazione su questo tema importante sta arrivando piuttosto distorta dai litigi politici. Legittimi, intendiamoci, e segno della vitalità di una democrazia   basata, se sana, sulla varietà di opinioni e punti di vista. Ma il lettore, più che alle questioni “politichesi”, è interessato a sapere concretamente su quale vascello è imbarcato e quale sia la rotta. 

Sul piano dello specifico requisito di stabilità, il quadro è rassicurante. Ma in un senso che va chiarito con precisione. Il governo non ha scommesso su un solo scenario di crescita del Pil e relativo impatto sull’equilibrio dei conti pubblici per il 2002, ma ne ha predisposti tre. Ricapitoliamoli: se il Pil crescerà al 2,3%, allora il deficit sarà contenuto allo 0,5%; se il primo arriverà all’1,9%, il secondo sarà dello 0,7; se la crescita si fermerà all’1,5, l’indebitamento della pubblica amministrazione arriverà allo 0,9%. Il litigio politico è nato dal fatto che le  previsioni degli organismi internazionali e della Commissione europea ritengono sia più probabile il terzo. Il governo, invece, scommette sul primo. Prima di chiederci chi ha ragione, va notato che comunque l’esecutivo ha predisposto un contenimento del deficit in caso avesse torto. E questo è il dato “di sicurezza” più importante. L’Italia, come tutti gli altri europartner, sono obbligati a rispettare la tendenza per arrivare nel 2004 al pareggio di bilancio. Quindi anche nel caso peggiore non sono prevedibili grossi guai sul piano della stabilità generale del sistema. Possiamo crederci? Direi di sì, anche se una battuta dello stesso Tremonti lascia aperto un dubbio: bisognerà vigilare sul contenimento della spesa pubblica, non tanto quella centrale, ma quella degli enti locali. Tuttavia appare improbabile, a meno di altri eventi bellici e terroristici che compromettano il ciclo economico internazionale,  una combinazione tra crescita insufficiente e aumento spropositato delle uscite. Il punto che interessa il cittadino, tuttavia, è che il requisito di stabilità non comporti riduzioni dei già pochi servizi (per esempio medici). Cioè che paghi lui il costo dell’equilibrio contabile, come successo dal 1992 in poi. Ma la probabilità che tale rischio sia evitato riguarda la quantità di crescita.

Su questo punto i dati correnti indicano che il terzo scenario è troppo pessimistico, ma che il primo non è ancora confermabile. Il governo è convinto che presto lo sarà, cioè che finiremo l’anno attorno al 2%, entrando nel 2003 con una crescita tendenziale verso il 3%. Lo vedremo, io direi più sì che no, ma qui ci interessa sapere se lo scenario intermedio ora più probabile provocherà eventualmente traumi sociali. La risposta è no e quindi possiamo dire che la nave non imbarcherà più acqua di quella che c’è. Male che vada, galleggeremo. Infatti le agenzie di “rating” (valutazione del rischio Paese) ci hanno recentemente promosso in base alla convinzione che il vascello italiano comunque sarà in grado di navigare. Non è mio compito, ma mi sembra utile dire una cosa di buon senso su chi abbia il merito di tale promozione, fatto sul quale il litigio politico è stato massimo. Mi sembra ovvio che possa essere diviso equamente. I governi dell’Ulivo hanno nel passato parzialmente riparato il disastro della finanza pubblica italiana, ma quello guidato da Berlusconi  risulta credibile per migliorare le cose nel futuro. Tuttavia il punto non è solo questo, di pur importante contabilità generale. I primi ci sono riusciti comprimendo i servizi per la gente. Il secondo deve ancora mostrare se riuscirà ad evitare questo modo di riequilibrio ad alto costo sociale. Lo vedremo nei fatti. Al momento possiamo solo prendere atto che il governo ha una teoria migliore di quelli che lo hanno preceduto: far girare di più l’economia, liberandola dai vincoli, in modo tale da avere più denari che non costringano a tagliare servizi e garanzie per pareggiare i conti.

Ma a quali condizioni potremo crescere di più? Metà della risposta dipende sia dal ciclo europeo sia da quello globale locomotivizzato dagli Usa. Il secondo è piuttosto buono, in prospettiva, e trainerà il primo tipicamente più lento. Potremo metterci qualcosa di più sul piano nazionale? Per farlo bisognerebbe fare quattro cose: ridurre le tasse sostanzialmente, abolire i vincoli (per lo più di legislazione sindacale) che non permettono l’ingrandimento delle piccole imprese e quindi la loro crescita, investire molto nelle infrastrutture per averle e anche per stimolare un boom di investimenti, riorganizzare le capacità di crescita del Sud per ampliarle. Le sta facendo il governo? Onestamente, le vuole fare, ma si trova in difficoltà. L’opposizione sindacale per mutamenti modernizzanti del mercato del lavoro è massima. Provoca danni al Pil con gli scioperi (già lo 0,2% circa quest’anno) e rende impervie le riforme. La riduzione delle tasse trova nel patto di stabilità il limite di non poter usare per un due anni il deficit utile a finanziarne l’avvio. E ciò rallenta le altre due azioni. Quindi ci si prospetta una riforma lenta e non veloce come sarebbe necessario. Tuttavia la nave ha cominciato a cambiar rotta nella giusta direzione e questo è il dato positivo di cui ora dobbiamo accontentarci.   

(c) 2002 Carlo Pelanda
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