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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2002-5-6

6/5/2002

Il paradosso del dollaro

Il mercato è rimasto colpito dal cedimento del dollaro negli ultimi giorni della scorsa settimana. E se tale tendenza continuerà o meno è la domanda più diffusa della settimana entrante. Non tanto per gli andamenti di breve periodo, ma per capire se stia per cambiare un ordine economico mondiale basato sul paradigma del dollaro forte che dura da quasi dieci anni. La questione non è solo rilevante per gli operatori finanziari, ma tocca possibili cambiamenti sostanziali per gli europei. Cerchiamo di approfondirla.

Il relativo cedimento del dollaro è avvenuto per tre motivi. Il principale è che le Borse americane non riescono a crescere e ciò riduce il flusso di capitale che da tutto il  mondo cerca profitti in quei mercati azionari e moneta. Poi il mercato ha percepito che l’amministrazione Bush potrebbe non volere un dollaro così forte sia per favorire le esportazioni sia per ridurre, in particolare, la pressione della concorrenza estera sui prodotti dei manifatturieri americani (sempre più invocanti protezionismi diretti ed indiretti) nel mercato interno Usa. Il terzo è la conseguenza dei primi due: al momento il deficit commerciale statunitense (cioè il numero di beni importati che supera quelli esportati) viaggia attorno al 4% del Pil e deve essere bilanciato da un flusso di capitali equivalenti, dal mondo, che si trasformano in dollari. Se tale afflusso si riduce, il deficit diventa insostenibile e comporta il crollo della valuta. Bisogna notare, inoltre, che una teoria piuttosto accreditata fa sospettare che un deficit commerciale al 5% del Pil sia in ogni caso insostenibile. E tale soglia, se le cose andassero avanti linearmente come oggi, sarebbe raggiunta dall’America alla fine del 2003. In sintesi c’è un problema contingente di deflusso di capitali che amplifica uno strutturale (complicato dal ritorno del deficit nel bilancio statale e quindi da una minore solidità finanziaria complessiva). Per questo il mercato vede male il dollaro.

Ma veramente scenderà di tanto? In realtà è difficile che succeda o che ceda di molto. Da una parte è vero che nel breve periodo le Borse non possono salire più che tanto sia perché la ripresa americana non è ancora così robusta da reggere un incremento dei profitti sia perché molti valori azionari devono ancora rientrare dalla bolla del passato. D’altra parte, tra poco gli indici saranno scesi abbastanza per poter poi risalire e la crescita dovrebbe lentamente irrobustirsi in base ai trend in corso. Quindi entro due mesi il rialzo delle Borse dovrebbe far tornare i capitali sul dollaro. Secondo, anche se forse il ministro dell’economia O’Neil (non molto stimato dai tecnici e ciò pesa nello scenario) non vuole un dollaro così alto, d’altra parte l’autorità monetaria sarebbe terrorizzata da uno troppo debole. Farebbe aumentare l’inflazione e quindi il costo del denaro, cosa che ucciderebbe la gracile ripresa e manderebbe a picco le Borse, nonché quella parte di produttività che si basa sul basso costo delle merci importate. In tal senso è impensabile che l’America possa rinunciare alla politica del dollaro forte, per lo meno nel breve-medio periodo. Che poi ci riesca è un’altra questione. In effetti lo squilibrio del deficit commerciale detto sopra è un mina spaventosa. Ma, appunto, se le Borse riprenderanno e con loro i flussi di capitale, allora la bomba potrebbe non esplodere e lasciare il tempo per un riequilibrio morbido.

Caso mai il problema di prospettiva sta qui. Il superdollaro è anche una conseguenza del fatto che l’economia interna americana importa da tutto il mondo, trainandolo. E fino a che non emergeranno altre locomotive non si vede come l’America possa riaggiustarsi. Se lo facesse di brutto, infatti, europei, giapponesi, cinesi e tutto il resto andrebbe in crisi per minore export. Con il problema che per dipendere meno dall’export stesso e più dalla propria capacità di crescita interna, europei e giapponesi dovrebbero riformare i loro sistemi economici, cioè liberalizzarli sostanzialmente. Cosa notoriamente talmente difficile da aver fatto loro preferire la salutazione della moneta per continuare a finanziare con esportazioni drogate l’inefficienza interna. Per capire meglio il punto  poniamo che il dollaro ceda e arrivi verso fine anno vicino alla parità con l’euro. Da una parte vi sarebbe una notevole crisi competitiva (quasi il 10% di costo in più per l’acquirente in dollari) per le nostre esportazioni. Dall’altra migliorerebbe di molto il contenimento dell’inflazione sul lato di quella importata via  petrolio prezzato in dollari e cose simili. E ciò permetterebbe, in teoria, una politica più espansiva (costo del denaro minore) da parte della Banca centrale europea, con beneficio per la crescita continentale. Ma la nostra economia rigida e con poca concorrenza non risente molto degli stimoli monetari. Quindi il beneficio sul piano dell’inflazione non compenserebbe la perdita sul piano delle esportazioni. Ciò spero chiarisca una conclusione paradossale: il dollaro non può restare così alto ed europei e giapponesi – seconda e terza economia mondiali – così inefficienti ed irriformati, ma non ci sono alternative praticabili a breve. Quindi il dollaro sarà costretto a restare sopravvalutato perché a tutti va bene così anche se non può durare.

(c) 2002 Carlo Pelanda
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